Riassunto
Chiudiamo con la neve. Il ventesimo e ultimo capitolo comincia in un mattino di gennaio in cui il mondo si è svegliato senza rumori, perché la neve non copre i suoni: se li beve. I sei bambini arrivano tutti insieme, cosa che non succede mai, e Giacomo dice la notizia nel modo in cui i bambini dicono le cose grandi, guardando per terra. È morto Bruno, ottantasei anni, quello che d’estate controllava che l’orto fosse annaffiato come si deve e secondo cui non lo era mai. Sessant’anni fa aveva piantato il noce dietro la casa comune, quello intorno a cui Tommaso corre ogni mattina senza aver mai saputo chi ce lo avesse messo. Il narratore ha in testa tre o quattro frasi buone, tutte vere e tutte gentili, il cui unico scopo sarebbe togliere di mezzo il silenzio. Non le dice. Si cammina per un quarto d’ora senza parlare, Martina piange senza far rumore e nessuno le dice che va tutto bene, e quando Sofia domanda dove sia adesso Bruno, la risposta è che non si sa. Poi lo stagno ghiacciato, lo stesso dove ad agosto avevamo guardato le onde e detto che un’onda non smette mai un istante di essere acqua, adesso diventato una radura liscia con dentro una foglia di quercia bloccata da chissà quanto. C’è il tè che passa di mano in mano, e la nuvola sopra di noi che fra un’ora non ci sarà, e la domanda se prima di essere nuvola fosse niente. C’è l’obiezione di Sofia, la più dura di tutte, alla quale non diamo una risposta liscia perché su questa cosa nessuno ha mai avuto le mani pulite, né chi dice che dopo c’è tutto né chi dice che dopo non c’è niente. C’è una manciata di neve tenuta a mani nude finché brucia, e un bambino che dice che fa male tenerla. E alla fine sei paia di gambe che tornano in fila indiana mettendo i piedi dentro le impronte di chi è passato prima
Capitolo 20 — Una nuvola non muore mai
La neve era caduta nella notte, senza che nessuno la vedesse arrivare, e quando ho aperto le imposte al mattino il mondo era diventato un altro mondo. Non c’era più il prato dietro la casa comune, non c’erano più il sentiero, i solchi dell’orto, la strada bianca che porta al bivio: c’era una cosa sola, continua, che si stendeva da sotto la finestra fino ai boschi in alto, e sulla quale non era ancora passato nessuno. Nemmeno un uccello. Nemmeno una lepre.
E il silenzio. È questa la cosa che nessuno racconta abbastanza, della neve: che assorbe i rumori. Non li copre, non li nasconde — li assorbe, li beve, li fa suoi. Il fiume che si sente tutto l’anno da quella finestra, in una mattina come quella non si sentiva più. La strada provinciale, in fondo alla valle, non esisteva. Restava solo un ronzio bassissimo, che forse era il mio stesso sangue nelle orecchie, e ogni tanto il rumore di un ramo che si liberava del suo peso con un tonfo morbido, e poi di nuovo niente.
Sono rimasto lì un po’, con il freddo che entrava dalla finestra aperta, a guardare quella pagina bianca su cui non era ancora stato scritto nulla. Poi ho messo su l’acqua per il tè, perché sapevo già che quel giorno il thermos sarebbe servito.
Sono arrivati tutti insieme, il che non succede mai. Di solito arrivano scaglionati, Tommaso di corsa, Luca per ultimo. Quel giorno erano un gruppo compatto, e camminavano piano, e già da lontano ho capito che qualcosa era successo, prima ancora di distinguere i loro volti sotto i cappucci.
Giacomo si è fermato a tre passi da me e l’ha detto subito, senza preamboli, nel modo in cui i bambini dicono le cose grandi: tutto d’un fiato, guardando per terra.
«È morto Bruno.»
Bruno aveva ottantasei anni ed era quello che d’estate stava seduto all’ombra a controllare che l’orto fosse annaffiato come si deve, e che secondo lui non lo era mai. Era stato lui, sessant’anni prima, a piantare il noce dietro la casa comune — quello intorno a cui Tommaso corre tre volte ogni mattina prima di partire, senza aver mai saputo, credo, chi lo avesse messo lì.
Ho detto: «Lo so.»
E poi non ho detto nient’altro.
Questa è la parte difficile, e non sono sicuro di averla fatta bene, nemmeno adesso che ci ripenso. Avevo pronte, dentro la testa, tre o quattro frasi buone. Erano tutte vere e tutte gentili e tutte, in quel momento, avrebbero avuto un unico scopo: far smettere subito quella faccia a Martina, che era già rossa agli occhi, e togliere di mezzo il silenzio, che era diventato pesante come la neve sui rami.
Non le ho dette. Ho chiuso la porta dietro di me, ho messo il thermos nello zaino e ho detto: «Andiamo allo stagno.»
Sofia mi ha guardato con quell’aria che ha quando sospetta un trucco. «Adesso?»
«Adesso.»
Abbiamo camminato per un quarto d’ora senza che nessuno dicesse niente.
La neve era alta fin sopra la caviglia, di quelle asciutte che non si compattano, e per aprire la traccia bisognava alzare bene i piedi a ogni passo. Sono andato avanti io, all’inizio, perché è più faticoso per chi apre. Dietro di me sentivo il rumore dei loro passi nella neve — quel suono compresso e sordo che fa la neve fresca, e che è forse l’unico rumore al mondo che assomiglia al silenzio invece di romperlo.
Tommaso ha resistito otto minuti. È il suo record assoluto. Poi si è lanciato di lato, fuori dalla traccia, ha fatto venti metri di corsa affondando fino al ginocchio, è caduto, si è rialzato, e si è rimesso in fila senza dire una parola e senza ridere. Nessuno gli ha detto niente. Anche quello era un modo.
Martina ha pianto per un pezzo, camminando, senza far rumore, e ogni tanto si asciugava la faccia con il guanto bagnato, il che peggiorava le cose. Non le ho detto di non piangere. Non le ho detto che andava tutto bene. Le ho passato un fazzoletto e ho continuato a camminare.
È stata Sofia, dopo un po’, a fare la domanda che nessuno degli altri riusciva a formulare. Sofia fa sempre la domanda che gli altri hanno in gola.
«Dov’è adesso?»
Mi sono fermato. Mi sono girato. Erano tutti e sei fermi nella traccia, in fila, con il fiato che usciva bianco.
«Non lo so» ho detto.
E ho visto passare sulle loro facce lo stupore che passa sempre quando un adulto dice quelle tre parole. Poi ho aggiunto la sola cosa che sapevo per certo: «So che quest’estate l’orto sarà annaffiato male e nessuno verrà a dircelo.»
Giacomo ha fatto un verso strano, mezzo risata e mezzo singhiozzo, e si è messo una mano davanti alla bocca come se avesse detto una parolaccia.
Luca non aveva ancora aperto bocca. Camminava con il cappuccio calato e le mani sprofondate nelle tasche, tutte e due, e le spalle un po’ curve in avanti, come le teneva a settembre, come le teneva prima. Quel gesto, dopo quello che era successo alla vasca di pietra il mese prima, mi ha stretto qualcosa nel petto. Non gli ho detto niente. Certe cose non si tirano fuori dalle tasche a comando.

Lo stagno, d’inverno, non sembra più uno stagno.
Ci siamo arrivati che il sole era appena riuscito a scavalcare la cresta, e la luce arrivava di sbieco su tutta quella superficie piatta e bianca in mezzo ai canneti secchi. Se non lo si sa, non lo si riconosce: è solo una radura più liscia delle altre, con qualche stelo giallo che spunta dal ghiaccio come una barba mal fatta.
Ho fatto qualche passo sulla riva e ho battuto il ghiaccio con il tacco, forte, tre volte, per far vedere che teneva, e poi ho detto che comunque non ci si sale, perché non si sale mai su un ghiaccio di cui non si sa lo spessore, e Giacomo ha annuito con l’aria di uno che aveva già intenzione di dirlo lui.
Tommaso si è inginocchiato sulla riva e ha strofinato via la neve con il guanto finché sotto non è comparso il ghiaccio vero, scuro, con dentro le bollicine d’aria imprigionate e una foglia di quercia ferma là sotto da chissà quanto.
«C’è una foglia dentro» ha detto. «È bloccata.»
«È bloccata adesso» ho detto.
Sofia ha alzato la testa di scatto, perché lei sente sempre quando una frase ha un secondo piano.
E allora ho detto la cosa che dovevo dire, e l’ho detta guardando il ghiaccio e non loro, perché certe cose vengono più facili se non si guarda nessuno in faccia.
Ho detto che quando avevo poco più del doppio dei loro anni è morto il mio maestro. L’uomo che mi aveva insegnato a camminare piano, a tenere un sasso nel palmo, a bere il tè come se fosse la cosa più importante del pomeriggio. Ho detto che per settimane, dopo, avevo continuato a preparare due tazze invece di una, senza accorgermene, e che quando me ne accorgevo era peggio. Ho detto che avevo avuto molta paura, e che la paura non era di morire io: era che tutto quello che lui era stato fosse semplicemente finito, come si spegne una luce, e che non ne restasse niente da nessuna parte.
«E invece?» ha chiesto Martina, con la voce impastata.
«E invece adesso siamo qui in sei su uno stagno ghiacciato a fare quello che mi ha insegnato lui.»
Ci ho pensato spesso, dopo, se quella risposta fosse troppo comoda. Forse un po’ lo era. Ma era anche vera, e ho imparato a fidarmi delle cose che sono comode e vere insieme, se le tengo d’occhio.
Poi ho tirato fuori il thermos.
Ci siamo seduti sul tronco caduto che sta sulla riva nord, tutti e sei in fila, con la neve spazzata via a manate, e ho versato il tè nelle solite tre tazze di metallo che sono passate di mano in mano. Il vapore saliva dritto nell’aria fredda. Le tazze scottavano attraverso i guanti.
E mentre bevevano ho indicato il cielo.
Sopra di noi, verso est, si era alzata una nuvola sola, di quelle invernali basse e sfilacciate, che il vento stava già cominciando a tirare da una parte.

«Vedete quella nuvola?»
Hanno guardato tutti.
«Fra un’ora non ci sarà più. Secondo voi sarà morta?»
Tommaso ha detto subito di no, con la sicurezza di chi non sa perché lo sta dicendo. Giacomo ha detto che no, evapora e basta, che è una cosa di fisica. Sofia non ha risposto: aspettava dove volevo andare a parare, perché Sofia sa sempre che ci sto andando a parare da qualche parte.
Allora ho chiesto: e prima di essere una nuvola, quella nuvola, che cos’era? Era forse niente?
«Era acqua» ha detto Amina. «Era il mare. O una pozzanghera.»
«Era il fiume» ha detto Martina.
«Era una nuvola prima ancora» ha detto Tommaso, e stavolta nessuno ha riso.
Bene. Allora: prima di essere nuvola non era niente? No. Era acqua da qualche parte, era mare, era vapore che saliva da un tetto bagnato. E dopo, quando smetterà di essere nuvola, diventerà niente? Neanche. Diventerà pioggia. E la pioggia cadrà su un campo, e finirà nella falda, e la falda arriverà a una fessura in una roccia sul versante nord, e da lì colerà in una vasca di pietra dove qualcuno, un mese fa, ci ha messo le mani sotto.
Luca ha alzato la testa.
E quella pioggia — ho continuato — qualcuno la raccoglie, la mette in una pentola, la scalda, ci butta dentro le foglie di tè. E poi la versa in una tazza di metallo. E la tazza passa di mano in mano su un tronco caduto in riva a uno stagno ghiacciato, e voi la bevete, e adesso è dentro di voi. Quella nuvola lì è dentro di voi. Non è un modo di dire elegante: è quello che è successo materialmente all’acqua che avete appena mandato giù.
Ho detto che il mio maestro, quando parlava di una persona che non c’è più, diceva una cosa che allora mi era sembrata quasi una presa in giro e che ho capito solo molti anni dopo: che la nuvola che amavi potrebbe essere diventata la pioggia che ti sta chiamando. Tesoro, tesoro, non mi riconosci nella mia forma nuova? E che noi stiamo lì a piangere il cielo vuoto con la pioggia che ci bagna la faccia.
Sofia ha appoggiato la tazza sul tronco.
«Però non è la stessa cosa.»
«In che senso?»
«L’acqua è acqua. Anche quando è nuvola, anche quando è pioggia, è sempre acqua, quindi va bene. Ma Bruno non è acqua. Bruno era Bruno. La pioggia non sa annaffiare male l’orto e poi lamentarsi.»
Aveva ragione. Aveva completamente ragione, ed era la stessa obiezione che avevo fatto io a diciannove anni, con molte meno parole e molta più rabbia.
Le ho detto che non avevo una risposta che chiudesse quel discorso, e che diffidasse di chiunque gliene desse una tutta liscia, perché su questa cosa qui nessuno ha mai avuto le mani del tutto pulite: né quelli che dicono che dopo c’è tutto, né quelli che dicono che dopo non c’è niente. Nessuno dei due è mai stato di là a controllare.
Poi le ho ricordato l’onda.
Se lo ricordavano tutti, perché era stata una giornata d’agosto e faceva caldo e ci eravamo bagnati i piedi proprio lì, in quello stesso stagno che adesso avevamo davanti tutto bianco. Avevamo guardato le onde piccole che arrivavano sulla riva, e avevamo detto che un’onda nasce, cresce, si alza, si abbassa e finisce — e che tutto questo è vero, e che però l’onda, per tutto il tempo, non ha mai smesso un solo istante di essere acqua. La nascita e la fine sono cose che succedono alla forma dell’onda. All’acqua non succede niente.
«E adesso quell’acqua lì» ho detto, indicando lo stagno «è ghiaccio. Ci abbiamo battuto sopra il piede. È diventata talmente diversa che Tommaso ci si è inginocchiato sopra. È sempre lei.»
Sofia ha guardato lo stagno a lungo.
«Non mi hai risposto» ha detto alla fine.
«No» ho ammesso. «Non ti ho risposto.»
E lei ha annuito, seria, come se quella fosse, di tutte, la risposta che riusciva a reggere meglio.
Mi sono alzato dal tronco e ho raccolto una manciata di neve dal terreno, a mani nude, il che dopo due secondi comincia a bruciare.
L’ho tenuta in alto perché la vedessero.
«Questa cos’era, prima di essere neve?»
«Nuvola» ha detto Amina.
«E prima?»
«Acqua. Fiume. Mare.»
«E prima ancora?»
Nessuno ha risposto, perché prima ancora si va indietro senza fine, e questo lo sentivano anche senza saperlo dire.
«E domani?»
«Acqua» ha detto Giacomo. «Si scioglie e va nel terreno.»
«E poi?»
«E poi va nelle radici» ha detto Martina, piano. «Va nel noce.»
Ho tenuto la neve in mano finché non ho più sentito le dita, e poi l’ho fatta tenere a loro, uno alla volta, senza guanti, contando fino a dieci — perché una cosa che si tiene in mano si capisce in un altro modo rispetto a una cosa che si ascolta. Ognuno ha preso la sua manciata. Ognuno ha guardato la propria mano.
Quando la neve si scioglie nel palmo non sparisce: diventa acqua che cola tra le dita, e la mano resta bagnata, e quella è tutta la lezione, e non serve dirlo perché lo si vede.
Luca è stato l’ultimo. Ha tirato fuori le mani dalle tasche — tutte e due, di nuovo — e ha aspettato che gliela mettessi nel palmo. L’ha tenuta più a lungo di tutti, molto più di dieci. Guardava fisso.
Poi ha detto, senza alzare gli occhi: «Però fa male tenerla.»
«Sì» ho detto. «Fa male tenerla.»
Non ho aggiunto altro, e credo che sia stata la cosa più utile che ho fatto in tutta la giornata.

Siamo tornati indietro che era già il primo pomeriggio e il sole aveva cominciato a fare quel poco che sa fare a gennaio: la crosta della neve si era leggermente inumidita in superficie e la traccia che avevamo aperto all’andata era rimasta lì, netta, una fila di impronte profonde che attraversava tutto il campo e spariva dietro la curva.
Giacomo, che conta le cose, ha detto: «Questa è la ventesima.»
Non ho chiesto la ventesima cosa. Lo sapevo, e lo sapeva anche lui, e non è una di quelle frasi a cui bisogna rispondere.
E poi è successa la cosa che mi porto dietro da allora, e che non era stata organizzata da nessuno.
Luca è passato davanti. Non ha chiesto il permesso, non ha detto niente: si è semplicemente spostato in testa alla fila e ha cominciato a camminare, mettendo i piedi dentro le impronte che avevamo lasciato all’andata. E gli altri si sono messi dietro, uno dietro l’altro, ognuno nelle orme di quello davanti, perché nella neve alta è il modo che costa meno fatica ed è anche l’unico gioco possibile.
Andavano avanti in fila indiana attraverso il campo bianco, sei paia di gambe che si alzavano e si abbassavano nello stesso identico punto, dentro un solco scavato da qualcuno che era passato di lì prima. Ogni impronta era stata fatta da un piede solo, all’andata, e adesso ci passavano dentro in sette, uno alla volta, e ognuno la rendeva un po’ più profonda e un po’ più larga per quello che veniva dopo.
Nessuno di loro, credo, stava pensando a Bruno in quel momento. Stavano solo camminando, e ridevano quando qualcuno sbagliava il passo e finiva con lo scarpone nella neve intatta a fianco.
Io ero l’ultimo della fila, e ho messo i miei piedi dentro le loro.
A metà del campo ha ricominciato a nevicare. Piano, all’inizio: pochi fiocchi radi, quasi verticali, senza vento a spingerli da nessuna parte. Poi sempre più fitti, finché il bosco davanti a noi, che un’ora prima era una linea netta e scura contro il cielo, ha cominciato a perdere i bordi, a farsi grigio, poi bianco anche lui, come se qualcuno stesse passando una manica sopra un disegno appena fatto.
I bambini davanti a me sono diventati sagome. Poi le sagome sono diventate macchie più scure dentro un bianco che si allargava da ogni parte, sopra e sotto e intorno. Sentivo ancora le voci — Tommaso che rideva per qualcosa, Sofia che gli rispondeva qualcosa che non sono riuscito ad afferrare — ma sempre più ovattate, perché la neve, prima ancora di coprire le forme, assorbe i suoni.
A un certo punto non distinguevo più dove finisse il campo e cominciasse il cielo. Non c’era più un orizzonte, non c’era più un sopra e un sotto: c’era un unico bianco continuo, e dentro quel bianco sei piccole figure che camminavano in fila, ognuna nelle orme di quella davanti, e io per ultimo nelle loro, e non avrei saputo dire, guardandole da lì, dove finisse un bambino e cominciasse la neve che gli cadeva addosso.
Ho pensato alla nuvola di stamattina, quella guardata dallo stagno, quella che avevo detto sarebbe scomparsa entro un’ora. Non se n’era andata da nessuna parte. Era scesa. Era lì, sopra le nostre teste e sotto i nostri piedi insieme, si posava sulle spalle dei giubbotti, si scioglieva sulle guance ancora calde di chi rideva, entrava nella terra da cui sarebbe risalita nelle radici del noce l’estate prossima. Non distinguevo più, in quel momento, cosa fosse cielo e cosa fosse terra, cosa fosse nuvola e cosa fosse bambino: c’era solo il bianco che continuava, e dentro quel bianco tutto quello che avevamo nominato durante la giornata — Bruno, l’orto, il tè, l’onda, il ghiaccio, la mano di Luca che bruciava di freddo — si scioglieva senza smettere di esistere, cambiava forma senza uscire dalla forma.
Da qualche parte, vicinissima ma resa lontana dalla neve, ho sentito una voce — Martina, forse, o Amina — dire qualcosa che non sono riuscito a capire. Poi il tonfo morbido di un ramo che cedeva sotto il peso. Poi più niente: solo il suono dei nostri passi che affondavano nello strato appena caduto, uno dentro l’altro, senza che si potesse più dire quale impronta fosse di chi.
Non so con precisione quando siamo arrivati a casa. So che il fuoco era acceso, che qualcuno ha versato altro tè, che le guance rosse si sono asciugate piano vicino al camino, e che di Bruno, quel pomeriggio, non abbiamo più parlato. Non perché avessimo finito di parlarne. Perché certe cose, una volta dette nel posto giusto — su un tronco caduto in riva a uno stagno ghiacciato, con una manciata di neve che brucia in mano — non hanno bisogno di essere ridette. Restano sotto, come l’acqua ferma sotto il ghiaccio, pronte a essere ritrovate la prossima volta che qualcuno avrà freddo abbastanza da fermarsi a cercarle.
Domani la neve si scioglierà, quella di oggi insieme a quella di ieri, e le impronte non ci saranno più. Non è che questo tolga qualcosa: l’acqua andrà nel terreno, il terreno la darà alle radici, e giù in fondo al prato c’è un noce che qualcuno ha piantato sessant’anni fa e che nessuno di questi bambini ha mai collegato a un nome. Adesso lo collegano.
E se un giorno, molto più avanti di qui, uno di loro alzerà gli occhi verso una nuvola bassa sopra un campo che io non conoscerò mai, e sentirà — senza sapere bene perché — che quella nuvola gli ricorda qualcuno, spero che si fermi un momento invece di continuare a camminare. Il resto, di quel pomeriggio di gennaio, si può anche lasciare che si sciolga.

Nessun venire, nessun andare.
Nessun dopo, nessun prima.
Ti tengo stretto a me.
Ti libero per essere così libero.
Perché io sono in te,
e tu sei in me.
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