Una delle cose più belle che ho capito negli ultimi anni è che il pensiero è linguaggio interiorizzato. Senza linguaggio il pensiero non è capace di nessuna complessità e si riduce a riflessi condizionati, risposte a stimoli ambientali, istinti e bisogni. Un postulato di questo principio è che il linguaggio ci dice molto del nostro pensiero e della nostra cultura. Non stupisce affatto che in italiano non esista una traduzione efficace della parola leader perché in Italia esistono i capi i quali esercitano il potere in virtù della loro forza, non del loro carisma e della loro reale capacità.
A conferma di questo principio gli eschimesi hanno numerosissime parole per parlare di “neve” perché hanno bisogno di discriminare tipologie diverse di un fenomeno che, nel nostro mondo, è molto raro ed è pertanto riconducibile a una sola parola.
Evidentemente la ricchezza di linguaggio segue le necessità del contesto e determina una ricchezza di pensiero.
Bene. Benissimo. Bellissimo.
Dove vuoi arrivare? Mi chiederete.
Voglio arrivare a Luigia una donna uccisa da un marito vigliacco. Il giudice lo ha condannato per omicidio volontario non per femminicidio. Una circostanza non da poco se si considera che l’omicidio volontario prevede 21 anni di detenzione mentre il femminicidio prevede l’ergastolo.
Luigia aveva 33 anni ed era bellissima, giuro.
La sua sfortuna è stata quella di avere un ex compagno vigliacco, un mediocre incapace di pensiero e quindi di parola, il quale, esasperato dalla propria incapacità di accettare la libertà dell’altro, ha ucciso la donna con 50 coltellate.
Di questo soggetto non voglio dire niente perché il fatto che metta in atto emozioni di odio e non sappia verbalizzarle dice molto sul suo pensiero scarso e sulla sua incapacità di prevedere le conseguenze delle sue azioni.
E’ un uomo finito qualsiasi sia la pena che la giustizia gli comminerà.

La mia insegnante di matematica diceva che difronte ai problemi complessi dovevamo allontanarci dal foglio e guardarli a distanza. Grande lezione la sua.
Passiamo dal particolare della tragedia al “Generale”.
Cerco cosa sia la parola “femminicidio” e trovo una definizione articolata: “è l’omicidio di una donna attuato per discriminarla o per affermare su di essa il proprio dominio o per impedirle di esercitare delle libertà individuali”.
Altre definizioni estendono ulteriormente il significato ad ogni forma di violenza sulle donne fatta per annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico fino a cagionarne la morte. In Italia la natura di questo reato è definita da una legge del dicembre 2025. Non sto qui a filosofeggiare se sia opportuno o meno considerare quello di Luigia un femminicidio: ho una mia idea e non faccio il giudice. Invece rifletto sulla proposta di certi politici di abolire il reato di femminicidio. Il sillogismo di questi filosofi funziona così:
omicidio è l’uccisione di un essere vivente, la donna è essere vivente come l’uomo pertanto il suo omicidio non ha bisogno di etichette particolari.
Bene. Benissimo. Ragionevole.
Forse.
Mi sdraio davanti a casa, la sera, a godere di un’oretta di fresco. Accanto ho mia moglie e parliamo, esercizio di pensiero.
Mi dice che ci sono state 8 donne uccise nelle ultime tre settimane e io ci tengo a nominarle per onorarle.
Luigia, Tania S, Dafne, Daniela, Tania T, Ornella, Joanna, Carmela.
Non è un fenomeno locale quello che racconta: Ancona, Rimini, Roma, Torino, Venezia, Cosenza, Colleferro, Rossano. Riflettiamo su quanto sia odioso uccidere una donna per imporle la propria volontà, su come sia meschino avvalersi di una sproporzione di forze per limitare la libertà dell’altro. Io le dico che serve parlare di femminicidio perché il linguaggio plasma il pensiero e perché il sillogismo di coloro i quali vorrebbero abolire questo reato è fallace.
Le parole non rispondono a un criterio di economia linguistica, le parole rispondono al bisogno di parlare di certe cose. Sennò gli eschimesi sarebbero dei coglioni incommensurabili.
Mia moglie mi sfida a definire quantitativamente il fenomeno. E io faccio una previsione sbagliata e siccome sono onesto la racconto perché il mio errore ha rafforzato in me la decisione di scrivere di questo fenomeno.
Vado per categorie.
Omicidi in Italia nel 2025: 286. Di questi gli omicidi conseguenti a violenza di genere sono 97. Si sta parlando del 34% di omicidi accaduti in Italia. Ora io non so quale sia la soglia percentuale di un sotto fenomeno perché abbia la dignità di ricevere un’etichetta linguistica. Gli eschimesi hanno 5 parole diverse per parlare di neve: evidentemente hanno riconosciuto 5 diverse modalità del fenomeno. Se fossero equidistribuite ciascuna peserebbe un 20% del fenomeno (neve) globale.
Ma al di là di una bieca considerazione matematica qui c’è bisogno di una riflessione filosofica profonda che protegga la gente da un gioco di prestigio demagogico che riporta le parole a una concezione economica e derubrica la violenza di genere a violenza comune con il piacere che si prova quando ci vendichiamo di qualcosa.
Avete voluto la parità di genere? Allora parità di reati.
No. Qui si misura la cultura.
Continueremo a parlare di femminicidio come gli eschimesi continueranno a usare nomi diversi per la neve. Continueremo noi a farlo finchè una donna sarà uccisa per sopraffazione e continueranno loro a farlo finchè continuerà a nevicare.
E’ una questione cruciale: la lotta per non livellare il pensiero ma mantenere la sua ricchezza che è la logica conseguenza di una ricchezza linguistica.
Non è la stessa cosa uccidere per droga o uccidere per mafia.
Non è uguale uccidere per una rissa finita male o per una discussione col vicino.
Non è uguale partire da casa per incontrare una donna portando con sé un coltello o uscire portando con sé un fiore o un amico comune per mediare.
Si parla di omicidio stradale per indicare una condotta imprudente che ha determinato un morto e perché nessuno vuole abolire questa dicitura?
Se fossimo coerenti tratteremo anche questo fenomeno rispettando il principio di economia linguistica tanto caro a certi politicanti.
Questa riflessione è una carezza per tutti coloro i quali hanno bisogno di chiarezza.
Ed è un monito per gli idioti, per i cretini, per gli imbecilli, per i deficienti, per i depensanti, per i coglioni che vogliono appiattire il linguaggio e con esso il pensiero.
Abbiamo tante parole per parlare di stupidità in italiano.
Non è un caso.
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