L’attentato è stato eseguito la notte del 2 agosto.
Ci avevo messo anni a costruire mura di difesa. Erano mura di pietra, spesse e cingevano il mio orgoglio e la mia reputazione.
Anni a costruire: anni in cui non mi sono mai tirato indietro, anni di reperibilità e di urgenze, anni di notti bianche e atti di eroismo non testimoniato.
Ho lasciato il sistema pubblico a marzo come un eroe epico oppure come un vigliacco matricolato a seconda dei punti di vista.
Ho cominciato a prestare la mia opera in Veneto, terra alcolica e ostinata.
Fino a quando si è trattato di lavorare in sala operatoria ho fatto quanto richiesto senza infamia e né lode che è già un successo per chi si trova a lavorare con sconosciuti in terre lontane.
Ho accettato confronti politici surreali e ho dormito in qualsiasi posto fosse più conveniente per salvaguardare la maggior parte del mio salario.
Ho viaggiato molto, con e senza aria condizionata nell’estate più calda del secolo.
L’ho fatto per recuperare il tempo, per riprendermelo, per organizzarlo. L’ho fatto per smettere di lavorare la notte dacchè sono allodola e non gufo.

L’ho fatto per immaginarmi un futuro migliore. L’ho fatto perché l’anno era quello del cavallo di fuoco e io avevo i rigurgiti di libertà.
L’ho fatto per mille ragioni e l’ho fatto con quel timore timido che ci accompagna ogni volta che ci accostiamo all’ignoto.
Per quel timore sono entrato in ospedali diversi in punta dei piedi. Ho visto cose belle e cose aberranti. Mi sono sentito ebbro di una libertà sconosciuta, estraneo a ogni dinamica patologica sul posto di lavoro,
estraneo ad invidie e discussioni per le ferie. Estraneo a spartizioni di libere professioni e partecipazioni a congressi.
Via via che ho preso confidenza, in alcuni di questi luoghi ho cessato di essere estraneo e in quel momento sono diventato vulnerabile.
Oderzo è uno di questi luoghi. Non lontano da Treviso vanta un ospedaletto di medie dimensioni gestito da persone per bene.
In sala parto ginecologhe argentine ci ricordano la melodiosità dello spagnolo, in sala operatoria moltissimi infermieri regalano ai pazienti il loro tempo e la loro dolcezza.

Della sala parto ho sempre avuto un reverenziale timore benchè l’abbia frequentata per alcuni anni. Il fatto che, al momento delle mie dimissioni da dipendente del sistema sanitario, non la frequentassi da 5 anni acuiva quei timori che io ricacciavo dentro imponendomi di ricordare chi fossi davvero.
Dinamiche comuni a ogni anestesista.
Oderzo da subito mi ha chiesto di lavorarci, in sala parto, e farlo mi ha permesso di esorcizzare quei timori. Le mura del mio orgoglio, le mura a difesa della mia reputazione si sono inspessite e ne sono stato lieto. A dire il vero c’è stato un episodio che le ha fatte tremare. Una sera mi chiamano per un bambino di 18 mesi comatoso. Il fatto che pesasse 28 kg fu un’informazione che volli interpretare come un errore da parte della collega che mi aveva chiamato preoccupata al telefono.
In realtà quel bimbo era davvero un piccolo Budda.
Né io né il collega anziano siamo riusciti inizialmente ad ottenere un benchè minimo accesso venoso. Le mura iniziavano a tremare. Forse qualche sasso è pure caduto da un torrione di avvistamento quando ci è riuscito lui e non io ma, difronte a difficoltà oggettive, un successo altrui è mezzo proprio.
Ho passato un mesetto a ristrutturare quelle mura. Malta e spiegazioni. Cemento e indulgenza.
Il castello è tornato ad essere inespugnabile.
Poi sono arrivati i 4 turni di Oderzo. Del primo niente da dire. Sala, tutto ordinario. Due turni sono stati due furti istituzionalizzati. Guardia, nessuna urgenza. Ma la terza notte mi riservava una tragedia inattesa. Gli attentati del resto si sa, si fanno col favore delle tenebre.
Dell’attentatore so poco. Si chiama Marco, è un uomo di grande intelligenza e, pertanto, è un attentatore pericolosissimo.
So che viene da Trieste o giù di lì, territori di confine, territori agitati.
La sera mi ha parlato di finanza e io l’ho ascoltato convincendomi che so davvero poco dell’argomento. Poi ci siamo congedati.

Ma ecco che la sala parto mi chiama: cesareo.
Benissimo: si fa. Le mura sono solide e un cesareo, se non sanguina, non rappresenta alcun pericolo per un castello antico che ha ricevuto cannonate a non finire ed è sempre rimasto in piedi.
Torno a distendermi in un giaciglio improvvisato ma un’ora dopo mi richiamano.
Maremma.
Sono un’allodola, odio cantare la notte, figuriamoci se voglio tornare in sala parto alle 3 di mattina. Eppure onoro il mio dovere perché così si fa. Una donna in travaglio vuole il catetere peridurale. Routine.
Eppure.
La donna in travaglio è imbufalita si presenta scarsamente compliante. Vorrei dire molto sul contesto ma ometto perché queste osservazioni suonano a giustificazioni e giustificarmi non voglio mi appartenga. La verità è che non riesco in nessun modo a trovare uno spazio in quella schiena valido per passare col catetere peridurale.
La donna urla, si dimena. Io sudo dannatamente e impreco dentro di me. Capisco che lei non ha fiducia che io possa metterlo e capisco che devo soprassedere. Per questo chiamo il collega come si fa quando si è in difficoltà e si mette da parte l’orgoglio.
Arriva Marco, nel buio di una notte faticosa, tranquillo e certo di avere un’opportunità per fare un attentato.
Si siede e mette quel catetere sfruttando un momento di dolore della donna che le impone di non concentrarsi sulla manovra dell’anestesista e, pertanto, non ostacolarla.
Marco ci mette tipo 10 secondi netti.
E’ lì che ho sentito il boato. Il primo torrione del castello è caduto, sgretolato. Anni di costruzioni, malta ed eroismo, e il torrione si è sbriciolato come un castello di sabbia. L’attentatore triestino si alza compiaciuto, è sporco della polvere del mio torrione ma sorride beffardo.
“Pace e bene” dice, tradendo l’ideologia religiosa che anima molti atti terroristici. Non rimane a vedere se il cateterino funziona perché sa che funziona. Marco non rimane a vedere il resto delle mura che cadono perché sa benissimo che la bomba ha colpito le fondamenta del castello.
In realtà, iniettata la dose di anestetico nel cateterino, non sembra aver effetto e mi costringe ad arroccarmi in un rudere di castello, asserragliato a difendere la mia reputazione offesa.
Immagino che l’abbia messo chissà dove il cateterino e mi sento meno stronzo.
Poi, dopo 40 minuti la donna dice di stare bene.
Il bambino è nato. Non chiedetemi il nome: un uomo sotto shock sviluppa problemi di memoria.
La donna è soddisfatta.
Marco ha dormito e la mattina dopo ha visto la mia resa alle consegne del mattino. Una storia quasi a lieto fine.
Il mio orgoglio è morto fra le rovine del castello ma una sola vittima in un attentato di quelle proporzioni è un successo.
Del castello non c’è traccia. Ho mandato un bulldozer sulla collina e ci ho costruito un parco giochi per l’anima.
Di Marco porto dentro un buon ricordo. Sono stato un bombarolo come lui mille volte e ho distrutto centinaia di castelli: incontrare un terrorista era il minimo che mi potesse capitare. L’orgoglio è andato, la reputazione resta in cima a quel poggio ormai privo di difese.
Qualcuno giura di averla vista farsi un giro in altalena una sera.
Finalmente libera.
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