Lo sballo bianco dell’anestesista e il cuore anarchico
di Francesco Landucci
L’altro giorno ho addormentato un amico.
Il suo cuore aveva cominciato a fare le bizze e rifiutava di conformarsi al ritmo previsto.
Un cuore anarchico.
La medicina prevede in questi casi un paio di opzioni, una più tollerante e una più radicale.
La scelta radicale è quella che non accetta il dissenso da parte dell’organo: se ne frega, di fondo, delle sue ragioni e tenta di riportare il suo operato in una sfera prevedibile che i cardiologi chiamano ritmo.
Per farlo, per addomesticare un organo elettrico, c’è bisogno di energia e, per questo, i cardiologi s’improvvisano elettricisti e somministrano una scarica ai pazienti.
Inutile dire che le scariche di energia sono dolorose e che è quantomeno utile, urbano, onesto somministrarle alla presenza di un anestesista.
Qui entro in gioco io, che l’altro giorno, ho offerto gocce di ipnotico al mio amico chiedendo in cambio pezzetti di coscienza, conformandomi al mio ruolo di moderno sciamano.
Non c’è cosa più potente che gestire la coscienza degli altri, costringere le loro anime alla resa.
Io adoro quella sensazione che si prova negli attimi che precedono il rito, quel misto fra la paura del paziente e l’euforia dell’alchimista, adoro quella magia che ci è concessa nel momento in cui il paziente ci affida ciò che ha di più sacro.
Qualcuno resiste un po’ all’ipnotico ma è una resistenza vana: chi tenta di opporsi a Morfeo finisce per straparlare e concludere un discorso privo di qualsiasi filtro, biascicando frasi povere da un punto di vista sintattico. In quei discorsi inconclusi, in quelle confessioni a metà, si incarna l’eroico tentativo dell’anima di non farsi sospendere poiché quella sospensione demarca la linea fra essere e non essere.
E’ la lotta attorno all’esistenza, una lotta che misura la nostra paura della morte in barba ai discorsi di Epicuro che rassicurava i suoi discepoli con osservazioni a cavallo fra la filosofia e un pragmatismo lapalissiano.
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Vi dicevo che l’altro giorno ho addormentato un amico.
Non è questione di poteri magici ma di sapiente uso di un farmaco, il propofol.
Il propofol è il farmaco dell’oblio, in Italia, indipendentemente da cosa accada, è normato in modo stretto e può essere usato solo da anestesisti rianimatori. In America no: la morte di Micheal Jackson è l’effetto collaterale di questa leggerezza.
E’ bianco, il propofol, di un bianco candido e denso, lattescente.
Quando impari a conoscerlo stenti a credere che un composto simile possa essere iniettato nelle vene.
In effetti alcuni pazienti lamentano il fatto che bruci il braccio quando si inietta e alcuni miei colleghi hanno l’accortezza di somministrare un anestetico locale prima dell’infusione per prevenire questa spiacevole sensazione.
Alcuni pazienti, invece, lo ricevono senza colpo ferire. Si abbandonano senza alcuna resistenza dell’anima che sbiascica o del corpo che brucia.
Sono questi quelli che alla fine della procedura si svegliano meglio , quelli che si affidano, che non resistono, che si piegano. Altri si addormentano agitati, non si fidano, non accettano la resa e si svegliano peggio, imbestialiti, come se la memoria, sospendendo il tempo vissuto, tenesse traccia di un disagio esistenziale.
Questi sono quelli che non cedono volentieri l’anima, qualsiasi sia la moneta di scambio.
Il propofol è bianco perché è un’emulsione: senza certi composti un simile farmaco non potrebbe attraversare le barriere che il cervello offre al sangue come ultima linea di difesa e, al contempo, essere solubile in circolo.
Il bianco è il colore dell’oblio, dell’anestesia. E’ paradossale assenza di colore perché è capace di riflettere tutte le lunghezze d’onda dello spettro visibile. Non è il nero, che le assorbe, che garantisce un amalgama, che è integrazione della diversità in un compromesso.

Il bianco, da sempre associato a aspetti positivi, è un intollerante nell’ambito della fisica e dell’ottica, pertanto non mi stranisce scoprire che bianco sia il farmaco che ruba l’anima e la nasconde quasi fosse il gioco di prestigio offerto a un bambino, la prestidigitazione della coscienza.
Bianco in anestesia è il colore del sotterfugio: “faccia un bel respiro, ancora, ora faccia un bel pensiero” e, intanto, l’anestesista somministra del bianco in vena affinché possa mutare il rosso del sangue in qualcosa di diverso che possa raggiungere i centri e spengerli.
Un sabotaggio dell’attenzione, della vigilanza, della coscienza ad opera di quel bianco candido che disattiva una centralina: riflette ogni sensazione e la rispedisce al mittente né più ne meno di quello che il colore bianco fa con le diverse lunghezze d’onda.
Il mio amico sta bene, il suo cuore ha preso una scossa e ha smesso di fare le bizze, almeno per ora.
Dice che potrà tornare a dedicarsi alla sua passione: scrive poesie dell’assurdo e segue con attenzione ogni novità interrogandosi su come sia stata raccontata. Non a caso lui fa il giornalista.
Mi provoca, via messaggio, mi chiede di scrivere qualcosa sull’anestesia dell’anima perché ne è rimasto affascinato.
Io mi distraggo, non so trovare spunto, non sono professionista della parola.
Cerco qualcosa di attualità a cui collegarmi perché sarebbe bello regalare all’interlocutore un legame, una suggestione e non la semplice storia di una sedazione per una cardioversione elettrica.
Alla fine la trovo.
Dicono che stia nevicando tanto, che le cime delle vette alpine siano completamente innevate.
Buone Olimpiadi a tutti.
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