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Protagonisti - Interviste e biografie

“Passeggiate con Thay” – Capitolo 13 — L’abbraccio che dura tre respiri

Io sono qui. Tu sei qui. Tra trecento anni, dove saremo? Tre respiri che trasformano un abbraccio nella cosa più preziosa del mondo.


Inspirando, so che il mio caro è tra le mie braccia, vivo.

estratto

Inizio ottobre, luce dorata, la comunità prepara la festa del raccolto. Prima di unirsi ai festeggiamenti, il narratore insegna ai bambini l’abbraccio consapevole: ci si guarda, ci si inchina, ci si abbraccia per tre respiri. Primo respiro: io sono vivo. Secondo: tu sei vivo, miracolo unico e irripetibile. Terzo: tra trecento anni, dove saremo? Tommaso ride nervosamente e dice la parola che gli altri evitano — “morti!” — e la risata gli muore in gola. Giacomo diventa silenzioso, pensando a sua nonna. Ma il narratore svela il segreto: l’impermanenza non è una cattiva notizia. Senza impermanenza, il ginocchio sbucciato non guarirebbe mai, la ghianda non diventerebbe quercia, Tommaso non diventerebbe il paleontologo che sogna di essere. È perché finisce che vale tutto. E quando Giacomo chiede “è vero anche per mia nonna?”, il narratore non addolcisce: “Stasera abbracciala. Tre respiri. E non sarai triste. Sarai grato.”


A ottobre la luce cambia mestiere. Per tutta l’estate la luce aveva fatto il poliziotto — dritta, dura, verticale, che ti inchioda all’ombra a mezzogiorno e non ammette deroghe. A ottobre la luce diventa un vecchio amico che passa a salutarti nel tardo pomeriggio: arriva di sbieco, bassa, calda, dorata, entra dalle finestre fino in fondo alle stanze, accarezza i muri, indugia sulle cose come se avesse tutto il tempo del mondo e nessuna voglia di andarsene. È la luce che i fotografi chiamano “ora d’oro” e che i contadini non chiamano in nessun modo perché non hanno bisogno di darle un nome, la conoscono come si conosce il viso di una persona di famiglia.

Quella luce, all’inizio di ottobre, faceva cose meravigliose alla comunità. Accendeva i tigli del cortile, le cui foglie cominciavano a ingiallire — non tutte insieme, ma a chiazze, come se l’autunno fosse un pittore distratto che dipinge un albero alla volta e a volte si dimentica dove era rimasto. Faceva brillare i fili dei ragni tesi tra i rami, che a ottobre sono ovunque, perché è la stagione in cui i ragni lavorano di più, sentendo arrivare il freddo. Allungava le ombre fino a renderle assurde — l’ombra di Tommaso, quel pomeriggio, era lunga il triplo di lui, una specie di gigante magro che lo seguiva ovunque e che lui cercò a lungo di calpestare sulla testa, senza riuscirci, perché le ombre hanno questa proprietà fastidiosa di spostarsi insieme a te.

C’era movimento, quel giorno. La comunità preparava una festa — la festa del raccolto, che si teneva ogni anno quando l’orto aveva dato tutto quello che doveva dare e prima che il freddo lo addormentasse. Tavoli portati fuori nel cortile. Tovaglie stese. Ghirlande di foglie e di bacche rosse appese tra i tigli. Odore di pane appena sfornato e di zucca che cuoceva da qualche parte, e quel sottofondo di voci che hanno le case quando si preparano a ricevere — un brusio allegro, indaffarato, fatto di richiami e di risate e di domande tipo “dove hai messo i bicchieri grandi?”.

I bambini arrivarono eccitati, contagiati dall’aria di festa. Volevano sapere se potevano restare per la cena, se ci sarebbero stati i dolci, se era vero che qualcuno avrebbe suonato la fisarmonica. Risposi sì a tutto — sì, sì, sì — perché era tutto vero, e perché un vecchio che dice troppi “no” ai bambini in giorno di festa merita di mangiare da solo.

— Ma prima, — dissi, — facciamo una passeggiata. Breve. Corta come il dito di Tommaso.

— Il mio dito non è corto, — protestò Tommaso, mostrando l’indice.

— Allora corta come il dito di una formica.

Risero, e ci avviammo. Non andammo lontano — solo fino al frutteto e ritorno, un giro di mezz’ora, lungo il sentiero che ormai conoscevano a memoria, il sentiero che a giugno avevamo percorso per la prima volta quando i mandarini erano acerbi e l’estate era una promessa. Adesso i meli erano carichi di frutti rossi e gli ultimi fichi spaccavano la buccia per la troppa dolcezza, e a terra c’erano già le prime foglie cadute, poche, gialle, che scricchiolavano sotto i piedi con un suono nuovo, un suono che a giugno non c’era e che annunciava, sottovoce, che qualcosa stava finendo.

Camminavamo nella luce dorata. I bambini parlavano della festa. Sofia e Amina facevano progetti su quale dolce avrebbero mangiato per primo. Giacomo voleva sapere se la zucca era un frutto o una verdura — una domanda da Giacomo, precisa e irrisolvibile, perché la zucca è botanicamente un frutto ma culinariamente una verdura, e quindi è entrambe le cose, il che a Giacomo non piaceva, perché Giacomo voleva che le cose fossero una cosa sola. Tommaso brandiva un ramo di melo come una spada. Martina raccoglieva le foglie più belle e se le metteva in tasca, accanto ai ciottoli, costruendo un erbario invisibile. Luca camminava nella luce con il viso all’insù, come faceva con i girasoli, lasciandosi scaldare la faccia dal sole basso.

Al frutteto ci fermammo. Colsi una mela per ciascuno — mele rosse, fredde, sode, di quelle che fanno crac quando le mordi e ti riempiono la bocca di un succo aspro e dolce insieme. Le mangiammo seduti sull’erba, guardando la comunità in lontananza che si preparava alla festa, con le sue ghirlande e i suoi tavoli e il suo fumo che saliva dalla cucina.

— Quando torniamo, — dissi, — comincerà la festa. E le feste, sapete, sono fatte di una cosa che facciamo poco e male.

— Mangiare? — disse Tommaso, con la bocca piena di mela.

— No, quello lo facciamo benissimo. Un’altra cosa. Salutarsi.

— Salutarsi lo sappiamo fare, — disse Giacomo. — Ciao. Arrivederci. Buongiorno.

— Quelle sono parole. Io parlo del salutare col corpo. Dell’abbracciarsi.

Tommaso fece una smorfia. Aveva l’età in cui gli abbracci, specie quelli delle zie, sono percepiti come un’aggressione travestita da affetto. Giacomo si guardò le scarpe. Luca rimase impassibile. Sofia e Amina invece si illuminarono — loro si abbracciavano di continuo, come fanno le amiche di undici anni, per qualsiasi motivo o per nessuno.

— So che alcuni di voi pensano che abbracciare sia una cosa da femmine, o da bambini piccoli, o da zie appiccicose, — dissi, e Tommaso annuì con vigore, contento di essere stato capito. — Ma esiste un modo di abbracciare che non è nessuna di queste cose. Un modo che il mio maestro insegnava agli adulti, e perfino ai soldati, e perfino ai presidenti. Si chiama abbraccio consapevole. E dura tre respiri.

— Tre respiri? — disse Amina.

— Tre respiri. Né uno di più, né uno di meno. Ve lo mostro. Chi fa la prova con me?

Silenzio imbarazzato. Abbracciare il vecchio non era nell’agenda di nessuno. Poi Amina, che era coraggiosa nelle cose del cuore anche quando era timida nelle altre, si alzò.

— Io.

— Bene. Vieni. Prima di tutto, ci si guarda. Ci si guarda davvero — negli occhi, un momento. Poi ci si inchina leggermente, l’uno verso l’altro. Così. — Mi inchinai verso Amina, e lei, ridacchiando, si inchinò verso di me. — L’inchino vuol dire: ti vedo. Riconosco che ci sei. Non sei un mobile, non sei un ostacolo sul mio cammino, sei una persona. Poi ci si abbraccia. E mentre ci si abbraccia, si fanno tre respiri. Ma non tre respiri qualsiasi. Tre respiri con tre pensieri.

Abbracciai Amina — un abbraccio da nonno, ampio, sicuro, niente di strano — e parlai a voce alta perché tutti sentissero, scandendo i respiri.

— Primo respiro. — Inspirai ed espirai, lentamente. — Penso: io sono qui. Sono vivo. In questo momento, su questa terra, sotto questo sole, il mio cuore batte e i miei polmoni respirano. Io sono vivo.

I bambini ascoltavano, stranamente seri.

— Secondo respiro. — Di nuovo, lento. — Penso: tu sei qui. Amina è viva. Tra le mie braccia c’è una persona viva, con un cuore che batte e dei polmoni che respirano, una persona unica, che non è mai esistita prima e non esisterà mai più, in tutta la storia dell’universo, un’altra Amina identica a questa. È un miracolo, e ce l’ho tra le braccia.

Amina, contro il mio petto, era diventata immobile. Sentivo il suo respiro che si era acquietato, sincronizzato col mio, senza che glielo avessi chiesto.

— Terzo respiro. — L’ultimo, il più lento. — E adesso penso una cosa diversa. Penso: tra trecento anni, dove saremo, io e Amina?

Lasciai la domanda nell’aria. Poi sciolsi l’abbraccio, mi inchinai di nuovo verso Amina, e lei tornò a sedersi, con un’espressione che non aveva più niente del ridacchiare di prima.

Il silenzio che seguì era denso. La domanda — tra trecento anni, dove saremo? — si era posata sul gruppo come una foglia che cade, lentamente, e tocca terra senza rumore ma con un peso preciso.

E poi Tommaso rise. Una risata nervosa, troppo forte, fuori posto — la risata di chi ha sentito qualcosa di grande e di scomodo e non sa dove metterlo, e allora ride, perché ridere è il modo più rapido per scaricare una tensione che non si sa nominare.

— Saremo morti! — disse, ancora ridendo, ma la risata gli morì in gola a metà, perché aveva detto la parola, la parola che i bambini di solito non dicono, la parola che gli adulti evitano, la parola che era esattamente al centro di quel terzo respiro.

Nessuno rise con lui.

E Giacomo — Giacomo il letterale, Giacomo il custode dei fatti — diventò silenzioso. Non il silenzio dell’attenzione, non il silenzio del pensiero. Un silenzio diverso, più scuro, lo sguardo fisso su una foglia gialla a terra. Capii che la domanda lo aveva toccato in un punto vero — forse aveva pensato a qualcuno, un nonno, una nonna, qualcuno che tra trecento anni non ci sarebbe stato, qualcuno che forse già adesso era vecchio, già adesso vicino al confine. I bambini sanno della morte molto più di quanto gli adulti credano. Solo che non hanno ancora imparato a fingere di non saperlo, e questo li rende più onesti e più indifesi.

Non riempii il silenzio in fretta. Lasciai che ci fosse. Tommaso aveva smesso di ridere e guardava me, in cerca di qualcosa — non rassicurazione, i bambini fiutano la falsa rassicurazione a chilometri di distanza, ma verità. In cerca di verità.

— Tommaso ha ragione, — dissi alla fine, con calma. — Tra trecento anni saremo morti. Tutti. Io molto prima di voi, perché sono molto più vecchio. Ma anche voi. E Amina. E la festa di stasera. E questi meli. E questo sole, anche se ci metterà molto, moltissimo più tempo. Tutto ciò che vedete tra trecento anni non ci sarà più, o sarà diventato qualcos’altro.

Giacomo alzò gli occhi dalla foglia. — E allora perché ce lo fai pensare? È triste.

La domanda era giusta. Era la domanda più giusta che si potesse fare, ed era anche un piccolo rimprovero: perché, vecchio, ci metti in testa pensieri tristi in un giorno di festa?

— Sembra triste, — dissi. — Ma ascoltatemi bene, perché adesso vi dico la cosa più importante di tutta la passeggiata, forse di tutte le passeggiate che abbiamo fatto. L’impermanenza — questa parola difficile che significa “tutto cambia, niente dura per sempre” — non è una brutta notizia. È la cosa più bella che esista. È quella che rende prezioso ogni momento.

Mi guardarono, scettici. La morte non sembrava una buona notizia, e capivo perché.

— Pensateci, — dissi. — Amina, ricordi quando sei caduta sul sentiero, a luglio, e ti sei sbucciata il ginocchio?

Amina annuì e si toccò istintivamente il ginocchio, dove non c’era più nemmeno la cicatrice.

— Il tuo ginocchio è guarito. La crosta è caduta, la pelle è tornata nuova. Perché è guarito? Perché tutto cambia. Se le cose non cambiassero — se l’impermanenza non esistesse — il tuo ginocchio sbucciato sarebbe rimasto sbucciato per sempre. Per tutta la vita. Mai guarito. Vuoi un mondo così?

Amina scosse la testa.

— E quella ghianda, Giacomo, che hai raccolto nella passeggiata del foglio di carta. Ricordi? Hai detto che dentro c’era una quercia che non c’era ancora. Ma la quercia può crescere solo perché la ghianda cambia. Se la ghianda restasse ghianda per sempre — se l’impermanenza non esistesse — non ci sarebbe nessuna quercia. Mai. Il bocciolo non diventerebbe mai fiore. Il fiore non diventerebbe mai frutto. Voi non diventereste mai grandi. Restereste bambini per sempre.

— Quello non sarebbe male, — disse Tommaso, e questa volta la risata fu sincera, e il gruppo respirò di nuovo.

— Forse no, — dissi sorridendo. — Ma non potreste mai diventare quello che sognate di diventare. Tommaso, cosa vuoi fare da grande?

— Il paleontologo. Quello che scava i dinosauri.

— Non potresti, se restassi sempre questo Tommaso di dieci anni. Diventi paleontologo solo perché cambi, cresci, impari. L’impermanenza è quella che ti permette di diventare paleontologo. È quella che permette al ginocchio di guarire, alla ghianda di diventare quercia, al bocciolo di diventare fiore, a voi di crescere. E sì — è anche quella per cui le cose finiscono, le persone muoiono, le feste hanno una fine. Le due cose sono inseparabili. Non puoi avere la guarigione senza la perdita. Non puoi avere la crescita senza la fine. Sono la stessa moneta, vista da due lati.

Lasciai che ci pensassero. La luce dorata era ancora più bassa adesso, più rossa, e i tronchi dei meli proiettavano ombre lunghissime sull’erba.

— Ed è proprio per questo, — continuai, — che il terzo respiro è il più importante. Quando abbracci qualcuno e pensi “tra trecento anni dove saremo”, non lo fai per essere triste. Lo fai per accorgerti di una cosa: che adesso, in questo preciso momento, quella persona è viva, tra le tue braccia, e tu sei vivo. E che questo momento non tornerà mai più. Mai. Questo abbraccio, questo respiro, questa luce, questa sera — è la prima e l’ultima volta che esistono. E questo li rende infinitamente preziosi.

— Infinitamente, — ripeté Sofia, piano, assaporando la parola.

— Se l’abbraccio durasse per sempre, non varrebbe niente. È perché finisce che vale tutto. Come la festa di stasera: se ci fosse festa ogni sera, per sempre, non sarebbe più una festa. Sarebbe la noia. È perché stasera è speciale, perché non tornerà, che vale la pena di esserci con tutto il cuore.

Mi alzai e mi spolverai i pantaloni.

— Adesso provate voi. A coppie. Guardatevi, inchinatevi, abbracciatevi, tre respiri. Primo: io sono vivo. Secondo: tu sei vivo. Terzo: tra trecento anni, dove saremo? E poi vi sciogliete e vi inchinate di nuovo.

Si formarono le coppie. Sofia e Amina, naturalmente — loro si abbracciavano sempre, ma questa volta lo fecero diversamente, lentamente, con gli occhi chiusi, contando i respiri, e quando arrivarono al terzo le vidi entrambe trattenere il fiato, due bambine che pensavano insieme alla stessa domanda enorme, e poi sciogliersi con una specie di tenerezza nuova, come se si fossero scoperte a vicenda più fragili e più preziose di quanto sapessero.

Tommaso e Giacomo fecero coppia, e fu più goffo — due maschietti di dieci e undici anni che si abbracciano sono un capolavoro di imbarazzo, gomiti che non sanno dove andare, pacche sulla schiena per stemperare la tensione. Ma anche loro, al terzo respiro, si fermarono. Anche loro sentirono il peso di quella domanda. E quando si sciolsero, Tommaso diede a Giacomo un pugno leggero sulla spalla — il modo dei maschi di dire “ti voglio bene” senza dover dire “ti voglio bene”.

Restavano Martina e Luca.

Si guardarono. C’era tra loro la memoria di agosto — il litigio allo stagno, l’acqua torbida, le parole non dette e poi dette a voce bassissima sulla via del ritorno. Esitarono. Per un momento pensai che uno dei due si sarebbe tirato indietro.

Ma poi Martina fece un passo avanti. E si inchinò — un inchino vero, seria, senza ridacchiare. E Luca ricambiò l’inchino. E si abbracciarono.

Non li guardai troppo da vicino, perché certi momenti vanno lasciati soli. Ma vidi abbastanza. Vidi Luca, che teneva sempre le mani in tasca quando le cose si facevano difficili, tenere invece le braccia attorno a Martina, ferme, presenti. Vidi Martina, che aveva pianto allo stagno e si era vergognata di piangere, stare immobile e respirare. Contarono i respiri. Uno. Due. Tre. E al terzo — al “tra trecento anni dove saremo” — restarono un istante in più del necessario, come se quella domanda, applicata proprio a loro due che si erano feriti e poi perdonati, avesse un peso speciale, il peso di sapere che il tempo per fare pace è poco, è sempre poco, è solo adesso.

Quando si sciolsero, Luca disse qualcosa a Martina. Di nuovo a voce bassa, di nuovo solo per lei. E questa volta Martina sorrise — un sorriso pieno, non l’annuire prudente di agosto, ma un sorriso vero.

Non chiesi cosa si fossero detti. Non lo chiederò mai. Ci sono cose che un narratore non ha il diritto di sapere, e questa era una di quelle.

Tornammo verso la comunità. La festa era ormai pronta — i tavoli apparecchiati, le candele accese contro l’imbrunire, le prime note della fisarmonica che si accordava con quei lamenti scordati che fanno le fisarmoniche prima di trovare la musica. La luce dorata stava diventando rosa, e poi viola, e l’aria si era fatta fresca, quella freschezza pulita di ottobre che ti fa venir voglia di un maglione e di una zuppa calda.

Lungo il cammino, Giacomo mi si affiancò. Aveva ancora addosso un po’ del silenzio scuro di prima.

— Quello che hai detto, — disse. — Che tra trecento anni saremo morti. È vero anche per mia nonna?

Eccola, la domanda vera. Quella che si nascondeva dietro il silenzio. Quella che riguardava non un’astrazione di trecento anni, ma una persona precisa, con un nome, un viso, un odore di cucina e di lavanda.

— È vero per tua nonna, — dissi. Non addolcii. I bambini non vogliono che si addolcisca — vogliono la verità, detta con dolcezza, che è un’altra cosa. — È vero per tua nonna, ed è vero per te, ed è vero per me. Tutti quelli che ami, un giorno non ci saranno più. E anche tu, un giorno.

Giacomo deglutì. — E allora cosa faccio?

— Quello che hai fatto adesso con Tommaso. La abbracci. Stasera, quando torni a casa, abbraccia tua nonna. Tre respiri. Primo: io sono vivo. Secondo: la nonna è viva — è qui, adesso, con me, e mi vuole bene. Terzo: tra trecento anni dove saremo? E in quel terzo respiro, Giacomo, non sarai triste. Sarai grato. Perché ti accorgerai che la nonna è qui adesso, e che essere qui adesso, insieme, è la cosa più preziosa del mondo. Più preziosa proprio perché non durerà.

Giacomo camminò in silenzio per qualche passo. Poi disse:

— Stasera la abbraccio.

— Tre respiri.

— Tre respiri.

E nel modo in cui lo disse — con una determinazione quieta, da bambino che ha preso una decisione importante e non la cambierà — capii che la passeggiata aveva fatto il suo lavoro. Non avevo insegnato a Giacomo che si deve morire. Lo sapeva già. Avevo solo trasformato quel sapere da peso in dono — da qualcosa che fa paura a qualcosa che rende preziosa la nonna stasera, il suo abbraccio, la sua presenza, il suo odore di lavanda che un giorno non ci sarebbe stato più e che proprio per questo bisognava respirare a fondo finché c’era.

Al cancello della comunità, la festa ci accolse con luce e calore e odore di pane. I bambini corsero verso i tavoli. Ma prima — e questa fu una cosa che non avevo chiesto, una cosa che nacque da sola — prima si voltarono, uno per uno, e mi salutarono. Non con la mano. Con un piccolo inchino. Sofia, Amina, Tommaso, Giacomo, Martina, Luca. Sei piccoli inchini nella luce viola dell’imbrunire.

Io mi inchinai a ciascuno di loro. Sei volte. E in ognuno di quei sei inchini c’era il terzo respiro — la consapevolezza che quei sei bambini, lì, in quel momento, erano vivi e preziosi e irripetibili, e che un giorno — non tra trecento anni, ma molto prima, perché le passeggiate finiscono, le stagioni cambiano, i bambini crescono e se ne vanno — un giorno quel preciso gruppo di sei bambini intorno a un vecchio non sarebbe più esistito.

Ma esisteva adesso. E adesso era abbastanza.

Adesso era tutto.


Inspirando, so che il mio caro è tra le mie braccia, vivo.
Espirando, so che è prezioso proprio perché non durerà.
Tre respiri:
io sono qui, tu sei qui,
e questo momento non tornerà mai più.



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Ennio Martignago