Cerca nel Franti
Cover Stories - Temi di riflessione

“Passeggiate con Thay e con i bambini”: Capitolo 7 — Il giardino che porti dentro

Il giardiniere non odia le erbacce. Il giardiniere conosce le erbacce. Sa i loro nomi. Sa dove crescono. Sa quanto sono profonde le loro radici. Non le combatte. Non le strappa con rabbia. Le lascia, e innaffia i fiori. E i fiori crescono più alti delle erbacce, e il giardino diventa bello non perché è perfetto, ma perché il giardiniere non ha mai smesso di innaffiare.


Se ti fermi davanti a un albero e respiri per cinque minuti, i semi della felicità vengono innaffiati per cinque minuti.


L’orto della comunità a fine luglio era un’esplosione. Non c’è altra parola — un’esplosione lenta, verde, silenziosa, senza rumore e senza fumo, ma con la stessa forza irresistibile delle cose che non possono essere fermate. I pomodori avevano rotto ogni disciplina: le piante erano cresciute oltre i bastoni che dovevano sostenerle e si rovesciavano le une sulle altre come ubriachi che si appoggiano a vicenda, cariche di frutti in ogni stadio — verdi, giallo-verdi, arancioni, rossi, rosso scuro, qualcuno già spaccato dal troppo sole con la polpa che si vedeva dentro come una bocca che ride. Le zucchine avevano invaso il sentiero tra le aiuole e bisognava scavalcarle. I fagioli rampicanti avevano colonizzato non solo le canne su cui erano stati piantati ma anche la rete del pollaio accanto, e le galline li guardavano dal basso con l’aria perplessa di chi scopre che il vicino ha parcheggiato in giardino. Il basilico odorava a tre metri di distanza. I girasoli — li avevamo piantati in aprile, e adesso erano alti più di Tommaso, il che non era difficile, ma erano alti anche più di me, il che era più notevole — giravano la testa verso il sole con quella lentezza ipnotica che sembra immobilità e che è invece un movimento continuo, impercettibile, ostinato.

Arrivai all’orto prima dei bambini, come al solito. Mi piaceva stare nell’orto da solo, al mattino presto, quando la rugiada era ancora sulle foglie e i ragni avevano appena finito di rifare le loro ragnatele — le rifacevano ogni notte, i ragni, il che è un atto di fede inconcepibile, o forse un atto di follia, o forse le due cose sono la stessa cosa. Mi piaceva toccare la terra, sentirla sotto le dita — umida, granulosa, viva. C’è una differenza tra la terra vista dall’alto, da in piedi, con l’occhio distratto dell’adulto che passa, e la terra toccata con le mani, da vicino, con l’attenzione di chi sa che in quel pugno di terriccio ci sono più organismi viventi di quanti esseri umani sulla faccia della terra. La terra non è un pavimento. È un mondo.

I bambini arrivarono e l’orto cambiò registro. Un orto con sei bambini dentro non è un orto — è un’avventura. Tommaso trovò una zucchina grande come il suo avambraccio e la brandì come una spada. Giacomo si chinò a esaminare un pomodoro con l’aria del perito che valuta un diamante. Sofia e Amina scoprirono che se schiacciavi una foglia di pomodoro tra le dita l’odore che ne usciva era un odore che non assomigliava a nessun altro odore — verde, pungente, un po’ amaro, l’odore che il pomodoro emette non dal frutto ma dalla pianta, come se la pianta e il frutto fossero due persone diverse che si vestono in modo diverso. Martina era già china tra le file di lattughe con l’aria di chi si è data un compito preciso. Luca stava fermo in piedi vicino ai girasoli, col viso all’insù, guardando i fiori da sotto — e da sotto, un girasole è un sole che ti guarda dall’alto, il che deve essere un’esperienza curiosa per un ragazzino di undici anni che di solito guarda il sole dal basso.

— Oggi lavoriamo, — dissi.

Lo dissi senza cerimonie, senza spiegazioni. Il metodo Peters: prima fai la cosa, poi capisci perché la stai facendo. O non lo capisci mai, e va bene lo stesso, perché il corpo ha capito al posto tuo.

Distribuii i compiti. Martina e Amina raccoglievano i pomodori maturi — quelli rossi, quelli che cedevano appena alla pressione del pollice, come una guancia calda. Giacomo e Luca si occupavano delle erbacce tra le file di carote — un lavoro noioso in apparenza, che richiede di distinguere la pianta buona da quella che non dovrebbe essere lì, il che è meno facile di quanto sembra perché le erbacce a volte sono più belle delle piante coltivate, e chi decide chi ha il diritto di stare da qualche parte e chi no? Ma questo è un pensiero che tenni per me. Tommaso innaffiava, con un annaffiatoio di latta verde che era più vecchio di lui e che perdeva acqua da un foro sul fondo, creando una scia di gocce ovunque andasse, come un animale che segna il territorio. Sofia raccoglieva il basilico per la cucina della comunità, staccando le foglie una per una con le dita, e man mano che le staccava l’aria intorno a lei diventava più profumata, come se Sofia avesse un’orchestra invisibile che suonava profumi invece di note.

Lavorammo per un’ora. In quell’ora non insegnai nulla. Non parlai di consapevolezza, di respiro, di campane, di ciottoli. Lavorammo e basta. Le mani nella terra, il sole sulla schiena, il sudore sulla fronte. A un certo punto Tommaso cominciò a cantare qualcosa — una canzone che aveva sentito alla radio, stonata e allegra — e nessuno gli disse di smettere, e la canzone si mescolò al rumore dell’acqua dell’annaffiatoio e al fruscio delle foglie di pomodoro e al verso delle galline del pollaio accanto, e tutto insieme faceva una specie di musica che non era musica ma che era meglio della maggior parte della musica.

Poi ci sedemmo. All’ombra del pergolato di vite, dove i grappoli erano ancora verdi e duri e piccoli come nocciole. Il sudore si asciugava nella brezza leggera e l’odore della terra sulle nostre mani si mescolava all’odore del basilico che Sofia aveva raccolto nel suo cesto.

— Guardate l’orto, — dissi.

Guardarono. L’orto era lì, traboccante, disordinato nella sua abbondanza, pieno di frutti e di foglie e di erbacce e di insetti e di tutto quello che un orto è a fine luglio quando nessuno ha cercato di renderlo perfetto.

— Tre mesi fa, questo posto era terra nuda. Nient’altro che terra. Ricordate com’è la terra d’inverno? Scura, fredda, vuota. Sembra morta. Ma non è morta. Dentro quella terra — sotto la superficie, dove non si vede — c’erano dei semi. Semi di pomodoro, semi di zucchina, semi di basilico, semi di girasole. Invisibili. Addormentati. Ma vivi.

I bambini ascoltavano con l’attenzione particolare che dà la stanchezza fisica — quando il corpo è stanco, la mente smette di agitarsi e ascolta meglio, come l’acqua torbida che si deposita e diventa limpida. Lo avevamo visto nella passeggiata dello stagno.

— Quei semi avevano bisogno di una cosa per svegliarsi. Una cosa sola.

— Acqua, — disse Tommaso, che teneva ancora l’annaffiatoio e che quindi era diventato l’esperto ufficiale in materia.

— Acqua. E sole. E tempo. Ma soprattutto acqua. Senza l’acqua, i semi restano addormentati. Possono restare addormentati per anni — ci sono semi trovati nelle tombe dei faraoni, vecchi di tremila anni, che messi nell’acqua hanno cominciato a germogliare. Il seme aspetta. Aspetta finché qualcuno non lo innaffia. E quando lo innaffi, cresce. Non puoi impedirgli di crescere. Non c’è forza al mondo che possa impedire a un seme innaffiato di crescere.

Pausa. Il sole filtrava attraverso le foglie di vite creando sul terreno un mosaico di ombre che si muoveva con il vento, come un caleidoscopio verde.

— Dentro ognuno di voi, — dissi, — c’è un giardino. Un giardino come questo, ma invisibile. E in quel giardino ci sono semi. Non semi di pomodoro o di basilico. Semi di un altro tipo.

— Che tipo? — chiese Amina.

— Semi di gioia. Semi di pace. Semi di gentilezza. Semi di coraggio. Ma anche — e qui ascoltate bene — semi di rabbia. Semi di paura. Semi di gelosia. Semi di tristezza. Tutti i semi. Tutti quelli possibili. Nessuno escluso. Non c’è nessun essere umano al mondo che non abbia dentro di sé il seme della rabbia. E non c’è nessun essere umano al mondo che non abbia dentro di sé il seme della gioia. Li abbiamo tutti. Tutti.

— Anche le persone cattive? — chiese Giacomo. — Anche le persone cattive hanno il seme della gioia?

— Anche le persone cattive. Se le conosci la parola “cattive” tra virgolette, perché nessuno è solo cattivo, come nessun orto ha solo erbacce. Il seme della gioia c’è anche nella persona più arrabbiata del mondo. Solo che nessuno lo ha innaffiato da molto tempo, e si è addormentato, come i semi nella tomba del faraone. Ma è ancora lì.

— E le persone buone? — chiese Sofia. — Anche le persone buone hanno il seme della rabbia?

— Anche le persone buone. Anche tu, Sofia, che la settimana scorsa hai tenuto la mano di Amina quando è caduta — anche tu hai dentro il seme della rabbia. E il seme della gelosia. E il seme della paura. Averli non è un problema. Averli è normale. La domanda non è: hai semi cattivi dentro di te? Perché la risposta è sì, sempre, per tutti. La domanda è un’altra.

— Quale? — disse Martina.

— Quali semi stai innaffiando?

Il silenzio che seguì era il silenzio di un’idea che atterra — come un uccello che plana, rallenta, tocca il ramo, si ferma. L’idea era atterrata e adesso stava lì, posata su quel ramo, e i bambini la guardavano.

— Ogni volta che fate qualcosa, — dissi, — state innaffiando un seme. Ogni volta che vi arrabbiate con qualcuno e gli urlate contro, innaffiate il seme della rabbia. Il vostro, e anche il suo. Ogni volta che dite una cosa gentile, innaffiate il seme della gentilezza. Il vostro, e anche il suo. Ogni volta che guardate qualcosa di violento — un film, un videogioco, un litigio per strada — innaffiate i semi della violenza e della paura. Ogni volta che ascoltate una campana e vi fermate e respirate, innaffiate i semi della pace.

— E i videogiochi? — chiese Tommaso con un filo di ansia, perché Tommaso amava i videogiochi come amava i dinosauri e i bastoni, e l’idea che i suoi videogiochi potessero innaffiare semi sbagliati era per lui una minaccia esistenziale.

— I videogiochi, — dissi, — dipende. Cosa senti quando giochi?

— Mi diverto!

— E cos’altro? Dopo un’ora di gioco, come ti senti?

Tommaso ci pensò. Era un bambino onesto, Tommaso, anche quando l’onestà lo metteva a disagio.

— Un po’… agitato, — ammise. — Un po’ nervoso. A volte arrabbiato, se perdo.

— Ecco. L’agitazione e la rabbia sono semi che sono stati innaffiati. Non significa che non devi mai giocare. Significa che dopo un’ora di videogioco, forse hai bisogno di cinque minuti davanti a un albero. Per innaffiare altri semi. Per riequilibrare il giardino.

— Cinque minuti davanti a un albero? — disse Giacomo, incredulo.

— Cinque minuti davanti a un albero. O cinque minuti respirando con un ciottolo in mano. O cinque minuti ascoltando gli uccelli. Sembra poco, ma è moltissimo. Se innaffi un seme di pace per cinque minuti, quel seme cresce per cinque minuti. E un seme che cresce per cinque minuti è un seme più forte di un seme di rabbia che è stato innaffiato per un secondo.

Mi alzai e camminai fino all’aiuola dei pomodori. I bambini mi seguirono. Mi fermai davanti a una pianta di pomodori che era alta, rigogliosa, piena di frutti — ma accanto a essa cresceva un’erbaccia altrettanto alta, con le radici intrecciate a quelle del pomodoro, i fusti che si mescolavano, le foglie che si contendevano la luce.

— Guardate questa pianta, — dissi. — Il pomodoro e l’erbaccia crescono nello stesso terreno. Hanno le stesse radici, quasi. Bevono la stessa acqua. Prendono lo stesso sole. Ma uno dà frutti e l’altra no. Non perché l’erbaccia sia cattiva — l’erbaccia fa quello che fa, e lo fa benissimo. Ma il giardiniere ha un compito: dare più acqua, più attenzione, più cura al pomodoro. Non perché l’erbaccia non abbia diritto di esistere. Ma perché il giardiniere sa cosa vuole coltivare.

— E noi siamo i giardinieri? — chiese Amina.

— Voi siete i giardinieri del vostro giardino interiore. Nessun altro può farlo per voi. I vostri genitori possono innaffiare i vostri semi — quando vi abbracciano, innaffiano il seme dell’amore; quando vi sgridano, innaffiano il seme della paura. I vostri amici possono innaffiare i vostri semi — quando ridono con voi, innaffiano il seme della gioia; quando vi prendono in giro, innaffiano il seme della vergogna. Ma alla fine, il giardiniere principale siete voi. Perché solo voi potete scegliere, in ogni momento, quale seme innaffiare.

— E i semi cattivi? — chiese Martina, tornando alla domanda fondamentale. — Bisogna strapparli?

Mi chinai accanto all’erbaccia. La toccai. Le foglie erano ruvide, il fusto era forte, le radici erano profonde.

— No, — dissi. — Non si strappano.

— No?

— No. Se provi a strappare il seme della rabbia, ti farai del male. Perché quel seme ha radici profonde, e le sue radici sono intrecciate con quelle di altri semi — a volte il seme della rabbia e il seme della giustizia hanno le stesse radici, e se strappi uno strappi anche l’altro. Non si strappano i semi. Si smette di innaffiarli. E si innaffiano quelli buoni così tanto, così costantemente, con così tanta pazienza, che crescono grandi e forti e le loro foglie fanno ombra agli altri. I semi che non ricevono acqua non muoiono — restano lì, addormentati, come i semi del faraone. Ma non crescono. Non diventano alberi. Non occupano tutto il giardino.

— Come le erbacce quando non piove, — disse Luca.

— Come le erbacce quando non piove. Si seccano. Diventano piccole. Restano al suolo. Ma dopo la prima pioggia — attenzione — tornano. Perché il seme è ancora lì. Per questo la pratica non finisce mai. Non puoi innaffiare i semi della pace per una settimana e poi smettere. È come l’orto: l’orto ha bisogno di acqua ogni giorno. Il giardino interiore ha bisogno di attenzione ogni giorno. Ogni giorno qualche minuto di respiro consapevole. Ogni giorno un momento di campana. Ogni giorno un passo fatto sapendo di farlo. Questa è l’acqua del giardino dentro di voi.

Giacomo si era chinato e aveva cominciato, molto lentamente, a togliere l’erbaccia da accanto al pomodoro. Lo faceva con cura, cercando di non strappare le radici del pomodoro insieme a quelle dell’erbaccia. Era un lavoro delicato — le radici erano davvero intrecciate, come avevo detto, e Giacomo doveva seguire ogni radice con le dita per capire a chi apparteneva prima di tirare.

— Anche questo è una pratica, — dissi guardandolo. — Distinguere quale radice è la tua e quale no. Quale rabbia è tua e quale ti è stata innaffiata da qualcun altro. Ci vuole pazienza. Ci vogliono dita attente.

Giacomo estrasse l’erbaccia con un movimento lento e preciso. Le radici vennero via intere — lunghe, bianche, sorprendentemente estese per una pianta così piccola. Come le radici della paura, pensai. Sempre più grandi sottoterra di quanto sembrino in superficie.

— Ma come faccio a sapere quali semi sto innaffiando? — chiese Sofia. — Non è che mi sveglio la mattina e dico: oggi innaffio il seme della gentilezza. Succede e basta.

— Hai ragione. Spesso succede e basta. Ma c’è un trucco. Un trucco semplicissimo. Fermati e chiediti: come mi sento adesso? Non domani, non un’ora fa — adesso. Se ti senti in pace, stai innaffiando semi di pace. Se ti senti arrabbiata, stai innaffiando semi di rabbia. Il sentimento è il fiore del seme. Se vedi il fiore, sai quale seme è stato innaffiato. E in quel momento — nel momento in cui lo vedi — puoi scegliere. Puoi dire: ah, ecco, il seme della rabbia è stato innaffiato, lo sento che cresce. E adesso? Adesso respiro. Adesso mi fermo. Adesso innaffio qualcos’altro.

— Come l’acqua torbida, — disse Amina. — Mi fermo e aspetto che si depositi.

— Esattamente come l’acqua torbida. Vedi? Ogni passeggiata è collegata alle altre. I ciottoli, la campana, l’acqua torbida, l’inter-essere — sono tutti lo stesso giardino. Strumenti diversi per lo stesso orto.

Il sole era alto ora e l’ombra del pergolato si era spostata. Ci alzammo e tornammo tra le file dell’orto. Chiesi a ciascun bambino di raccogliere qualcosa — un frutto, un ortaggio, un’erba aromatica — come regalo da portare a casa. Non come compito, come gesto. Il gesto di chi prende qualcosa da un giardino e lo porta altrove, portando con sé non solo il frutto ma anche la terra che lo ha nutrito, l’acqua che lo ha fatto crescere, il sole che lo ha maturato.

Tommaso scelse il pomodoro più grosso che trovò — una bestia rossa e gonfia come una guancia dopo uno schiaffo, calda dal sole, che a malapena gli stava nella mano. Martina prese un mazzo di basilico e se lo mise dietro l’orecchio, come un fiore, e l’odore la avvolse come un vestito invisibile. Giacomo scelse una carota — la tirò su dalla terra con un gesto deciso, e la carota uscì con un ciuffo di terra attaccato, arancione e terrosa, come qualcosa che nasce, come qualcosa che viene alla luce.

Mentre camminavamo verso il cancello, con le mani piene di ortaggi e le scarpe sporche di terra, Luca mi si affiancò. Camminava con un peperone verde in mano e un’espressione pensierosa.

— Ho un seme di rabbia molto grande, — disse. Non lo disse con tristezza. Lo disse come un fatto, come avrebbe detto “ho i capelli castani” o “ho un ginocchio che mi fa male quando piove.” Un fatto.

— Lo so, — dissi. Non gli chiesi perché. Non gli chiesi verso chi. La rabbia di un ragazzino di undici anni ha radici che vanno in posti dove un adulto non deve entrare senza invito. — Lo so, e va bene.

— Va bene?

— Il seme della rabbia è nel tuo giardino. Non puoi buttarlo fuori. Ma puoi smettere di dargli tutta l’acqua. Puoi darne un po’ anche agli altri semi. Quelli che conosci già — il seme dello spazio, ricordi? Il quarto ciottolo. Ti sentivi più grande, come se non finissi ai bordi. Quel seme è lì. Ha solo bisogno di acqua.

Luca guardò il peperone nella sua mano. Lo girò tra le dita come aveva girato la foglia di quercia nella passeggiata dell’inter-essere.

— A volte mi sembra che il seme della rabbia sia l’unico che ho, — disse.

— A volte sembra così. Quando il seme della rabbia è molto grande, fa ombra a tutti gli altri, e ti sembra che non ci sia nient’altro nel giardino. Ma tu hai visto cose che la rabbia non vede. Hai visto te stesso in una foglia. Hai sentito il tuo respiro sotto un pioppo. Hai tenuto un ciottolo e ti sei sentito più grande del tuo corpo. Quelli sono altri semi, Luca. Sono piccoli, forse. Ma ci sono. E ogni volta che cammini con noi, li innaffi un po’.

Luca non rispose. Rimise il peperone nella mano sinistra e con la mano destra infilò le dita nella tasca, dove stavano i suoi quattro ciottoli. Lo vidi toccarli — uno, due, tre, quattro — come un rosario, come un conto, come una mappa di qualcosa che non sapeva ancora leggere ma che stava imparando, un passo alla volta, una passeggiata alla volta.

Al cancello, i bambini si salutarono con le mani piene — pomodori, zucchine, basilico, peperoni, carote. Portavano a casa il giardino esterno. Il giardino interno lo portavano senza le mani, in un posto dove nessun cesto è abbastanza grande e nessun peso è abbastanza pesante, eppure a volte lo senti, quel peso — il peso di tutti i semi che hai dentro, quelli belli e quelli terribili, quelli che fioriscono e quelli che dormono, quelli che innaffi ogni giorno e quelli che innaffi senza saperlo.

— Ricordate una cosa, — dissi prima che se ne andassero. — Il giardiniere non odia le erbacce. Il giardiniere conosce le erbacce. Sa i loro nomi. Sa dove crescono. Sa quanto sono profonde le loro radici. Non le combatte. Non le strappa con rabbia. Le lascia, e innaffia i fiori. E i fiori crescono più alti delle erbacce, e il giardino diventa bello non perché è perfetto, ma perché il giardiniere non ha mai smesso di innaffiare.

Martina annuì col basilico dietro l’orecchio, e se ne andò profumando l’aria intorno a sé, come un giardino che cammina.


Dentro di te c’è un giardino.
Ha ogni tipo di seme —
semi di rabbia, semi di gioia,
semi di paura, semi d’amore.
Il giardiniere sei tu.
Quali semi stai innaffiando?



Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago