Capitolo 1 — Il sentiero che non va da nessuna parte
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Dal diario di un bambino che frequentava la comunità spirituale di Thich Nhat Hanh abbiamo raccolto questo libro postumo, frutto di dialoghi durante le lunghe camminate nella natura, ricco di un insegnamento prezioso per guidarci nella vita. È vero che la maggior parte di noi non è più bambina, ma proprio la loro capacità di sorprendersi e di costringerci a risposte semplici e sincere aiuta l’insegnanti ad essere semplici e ad immergersi nell’esperienza priva di astrazioni e categorie. Buone letture!
Sono arrivato, sono a casa.
C’era una luce particolare quella mattina di fine maggio, una luce che non illuminava soltanto le cose ma sembrava entrare dentro di esse — nei fili d’erba lungo il sentiero, nelle foglie dei pioppi che facevano da confine al prato grande, perfino nelle pietre del muretto a secco dove le lucertole giacevano immobili con gli occhi socchiusi. Una luce che non aveva fretta. Il cielo era di quel blu che i pittori chiamano ceruleo — una parola che i bambini non conoscevano ancora, e che forse non avrebbero mai avuto bisogno di conoscere, perché chi ha davvero bisogno di una parola quando ha la cosa davanti agli occhi?
Li aspettavo al cancello della comunità, seduto sull’ultimo gradino di pietra, con le mani in grembo e niente da fare. Niente da fare è una condizione rara per un adulto. Per i bambini, di solito, è la condizione naturale — ma nessuno glielo dice, e così anche loro finiscono per credere di dover sempre fare qualcosa.
Arrivarono in sei. Martina per prima, con quel suo modo di camminare che sembrava sempre una corsa trattenuta. Poi Giacomo, che si guardava intorno come un animale che annusa il vento. Luca con le mani in tasca e l’aria di chi preferisce essere da un’altra parte. Sofia che parlava con Amina, tutte e due ridendo di qualcosa che solo loro sapevano. E in fondo Tommaso, che trascinava un bastone lungo il muro producendo un rumore ritmico, quasi musicale, come un tamburino in processione.
— Dove andiamo? — chiese Martina prima ancora di dire buongiorno.
Era la domanda giusta. Anzi, era l’unica domanda possibile per un bambino davanti a un adulto che aspetta fermo a un cancello. Un adulto che aspetta fermo a un cancello o sta per portarti da qualche parte, o è rotto.
— Buongiorno, — risposi.
— Buongiorno. Ma dove andiamo?
Mi alzai lentamente. Non per fare scena — lentamente perché le ginocchia alla mia età hanno i loro tempi, e io da molto tempo ho imparato a non litigare con i tempi delle cose. Indicai il sentiero sterrato che partiva dal cancello e attraversava il prato grande verso la fila di pioppi.
— Di là.
— E cosa c’è di là?
— Pioppi.
Martina mi guardò come si guarda qualcuno che non ha capito la domanda. Giacomo ridacchiò. Luca non tolse le mani di tasca.
Cominciai a camminare. E qui accadde la prima cosa che merita di essere raccontata: camminavo lentamente. Non lentamente come un vecchio stanco — lo ero, certo, un po’ stanco, ma non era quello. Camminavo lentamente come cammina qualcuno che è interessato a ciascun passo. Come se ogni volta che il piede toccava terra stessi incontrando qualcuno per la prima volta.
I bambini mi si affollarono intorno per i primi trenta metri, chiacchierando, spingendosi, facendo quelle cose che i bambini fanno quando camminano in gruppo — che è tutto tranne camminare in modo ordinato. Poi, gradualmente, si accorsero che qualcosa non funzionava. Il loro passo era il triplo del mio. Continuavano a superarmi, poi si voltavano, poi dovevano aspettarmi, poi ripartivano e mi superavano di nuovo. Era come camminare con qualcuno che ha le gambe incollate alla terra.
— Vai piano, — disse Sofia. Non era una domanda.
Non risposi. Continuai a camminare.
Il sentiero era di terra battuta, con ciuffi d’erba ai bordi e qualche sasso che sporgeva come un ginocchio. A sinistra, il prato grande saliva leggermente verso il bosco di querce. A destra, l’orto della comunità con le sue file ordinate di lattughe e i pomodori ancora verdi sui loro bastoni. L’aria odorava di terra calda e di quel profumo indefinibile che ha l’erba quando il sole la tocca per la prima volta dopo una notte fresca. Un merlo cantava da qualche parte nel bosco — non il suo canto complesso, ma quel verso breve e ripetuto che sembra una domanda a cui nessuno risponde.
— Ma perché vai così piano? — chiese Tommaso, che aveva smesso di trascinare il bastone e mi guardava con l’espressione di chi sospetta uno scherzo.
Mi fermai. Completamente. In piedi, sul sentiero, con i piedi uniti e le braccia lungo i fianchi. Respirai. Sentii l’aria entrare nelle narici — un po’ fresca, con un velo di polvere e quel profumo di erba. Sentii il petto che si allargava. Sentii l’aria uscire, più calda di come era entrata.
I bambini si fermarono anche loro, ma per inerzia, non per scelta. Si guardarono tra loro con quell’aria che dice: l’adulto è difettoso.
— Sentite i piedi? — chiesi.
— Come? — disse Luca, come se avessi parlato in una lingua straniera.
— I piedi. Li sentite?
Si guardarono i piedi. Giacomo si guardò le scarpe — erano da ginnastica, blu, un po’ sporche di fango.
— Sì, — disse Amina. — Li sento.
— Cosa sentono?
Amina ci pensò. Si poteva vedere il pensiero muoversi nel suo viso come l’ombra di una nuvola su un prato.
— Il terreno? — disse, incerta.
— E com’è?
— Duro. No, non duro. Un po’ morbido ai bordi.
— E sotto le scarpe?
— Caldo. Credo che è caldo.
— Lo è, — dissi. — La terra è calda. Il sole l’ha scaldata per tutta la mattina, proprio per i vostri piedi.
Martina fece un verso che stava a metà tra una risata e un sospiro. Non era abituata a che un adulto parlasse dei piedi come di qualcosa di importante.
Ripresi a camminare. Lo stesso passo lento. Ma questa volta dissi qualcosa — non ai bambini, ma come se parlassi al sentiero, o all’aria, o a nessuno in particolare.
— Dentro… Fuori… Profondo… Lento…
Lo dissi seguendo il mio respiro. “Dentro” mentre l’aria entrava. “Fuori” mentre usciva. “Profondo” con l’inspirazione successiva, sentendo il respiro che scendeva fin nel ventre. “Lento” con l’espirazione, lasciando che l’aria uscisse senza fretta.
I bambini mi guardavano come si guarda un fenomeno meteorologico insolito — qualcosa che non hai mai visto e non sai se è pericoloso o interessante.
Continuai. “Dentro… Fuori… Profondo… Lento…” Un passo per ogni parola. Il piede destro con “dentro.” Il sinistro con “fuori.” Il destro con “profondo.” Il sinistro con “lento.”
Dopo forse un minuto — un minuto è un tempo lunghissimo quando non si fa nulla — qualcosa cambiò. Sofia cominciò a camminare al mio fianco, adeguando il suo passo al mio. Non disse nulla. Non provò a ripetere le parole. Semplicemente rallentò. E quando rallentò, i suoi piedi cominciarono a toccare terra in modo diverso — non quel tocco frettoloso di chi ha una destinazione, ma un tocco pieno, come un bacio.
Non le dissi niente. Notai, e basta.
Tommaso provò a dire “dentro” e “fuori” ad alta voce, ma gli venne da ridere e smise. Anche quello andava bene. La risata è un respiro che esce di corsa.
Camminavamo. Il sentiero proseguiva dritto verso i pioppi, che ora erano più vicini — si vedevano le foglie muoversi, quelle foglie dei pioppi che non stanno mai ferme, che tremano anche quando sembra che non ci sia vento, come se fossero fatte di una materia diversa dal resto degli alberi, una materia che è sempre in conversazione con l’aria.
— Ma davvero non andiamo da nessuna parte? — chiese Giacomo, che evidentemente ci aveva pensato su.
— Questo sentiero non va da nessuna parte, — dissi. — E noi non andiamo da nessuna parte.
Giacomo si accigliò. — Ma ci stiamo muovendo.
— Sì.
— Se ci muoviamo, andiamo da qualche parte.
— Puoi muoverti senza andare da qualche parte?
Ci pensò. — No.
— Prova, — dissi. — Prova a fare il prossimo passo senza andare da nessuna parte. Fai un passo soltanto per fare un passo.
Giacomo fece un passo. Lo fece in modo strano — esageratamente lento, come un astronauta sulla luna. Poi mi guardò.
— Dove sei adesso? — chiesi.
— Qui.
— E dove eri un secondo fa?
— Qui. Cioè, un po’ più indietro.
— Eri qui anche un secondo fa. Sei sempre qui. Non c’è nessun altro posto dove essere, tranne qui.
Giacomo aprì la bocca, la richiuse. Non era convinto, ma qualcosa si era mosso dietro i suoi occhi — qualcosa che non aveva ancora parole, come un seme che si gonfia sottoterra prima di rompere il guscio.
Camminavamo. Il sole era più in alto ora, e le ombre si erano accorciate. Una farfalla — bianca con macchie arancioni, una di quelle che sui libri si chiamano Aurora — attraversò il sentiero con quel volo ubriaco che hanno le farfalle, come se ogni battito d’ala fosse una decisione separata. Amina la seguì con lo sguardo finché non scomparve nell’erba alta.
— Quella farfalla, — dissi, — non va da nessuna parte.
— Cerca i fiori, — disse Amina.
— Sì. Ma cerca i fiori che sono qui. Non quelli di domani, non quelli di ieri. Quelli di adesso.
Luca, che non aveva detto quasi nulla per tutta la passeggiata, si tolse le mani di tasca. Non è una cosa che si nota di solito in un ragazzino, ma io la notai perché le mani in tasca sono un modo per non essere presenti — sono un modo per nascondersi stando in piena vista. Luca si tolse le mani di tasca e le lasciò ciondolare lungo i fianchi, e fu come se avesse aperto una finestra in una stanza chiusa.

Ci avvicinavamo ai pioppi. I tronchi erano dritti e grigi, con quelle chiazze bianche che sembrano occhi socchiusi. Le foglie, in alto, facevano un rumore che non assomiglia a nessun altro rumore in natura — non un fruscio, non uno stormire, ma qualcosa che sta fra un mormorio e un applauso sommesso, come se un pubblico invisibile applaudisse pianissimo per qualcosa che abbiamo fatto bene senza saperlo.
Mi fermai sotto il primo pioppo. I bambini si fermarono con me. Questa volta, alcuni si fermarono per scelta.
— Sentite? — dissi.
Ascoltarono. Per un momento, nessuno parlò. Era la prima volta, da quando ci eravamo incontrati al cancello, che nessuno parlava. E in quel silenzio, il mondo si fece più grande. Il rumore dei pioppi si sentiva. Il merlo si sentiva. Un trattore lontano, forse dall’altra parte della collina, si sentiva. Il proprio respiro si sentiva.
Sofia chiuse gli occhi.
Non le dissi nulla. Notai, e basta.
— C’è una cosa, — dissi dopo un po’, — che potete fare in qualsiasi momento della vostra vita. Non costa nulla. Non richiede nessuno strumento. Non dovete chiedere il permesso a nessuno. Potete farla a casa, a scuola, nel letto prima di dormire, in autobus, ovunque.
— Cosa? — chiese Martina, che amava le cose pratiche.
— Respirare sapendo che state respirando.
Martina mi guardò come se avessi detto che la più grande invenzione dell’umanità fosse la forchetta.
— Ma respiriamo sempre, — disse.
— Sì. Respirate sempre. Ma sapete di respirare? Adesso, in questo momento — sapevate di stare respirando prima che lo dicessi?
Ci pensarono. L’onestà di un bambino è una delle forze più potenti della natura.
— No, — disse Giacomo. — Non ci pensavo.
— Nessuno ci pensa, — dissi. — Il respiro fa il suo lavoro senza chiedere la nostra attenzione. Entra, esce, entra, esce, per tutta la vita. Ma succede una cosa strana quando lo noti. Provate.
Provarono. Sei bambini in piedi sotto un pioppo che respiravano sapendo di respirare. Non sembra un evento particolarmente memorabile. Non è il tipo di cosa che si mette in un notiziario. Ma io ero lì, e posso dire che qualcosa cambiò nell’aria intorno a noi — qualcosa che non so nominare ma che riconosco ogni volta, come il momento esatto in cui l’acqua comincia a bollire, quando le prime bollicine salgono dal fondo della pentola.
— Inspirando, so che sto inspirando, — dissi piano. — Espirando, so che sto espirando.
Lo dissi due volte. Tre. La quarta volta, Amina lo disse con me. La quinta, anche Sofia. Tommaso muoveva le labbra ma non usciva suono, come quando si impara una canzone nuova e non si è ancora sicuri della melodia.
Il pioppo sopra di noi continuava il suo applauso sommesso. La farfalla Aurora era tornata, o forse era un’altra — chi può dirlo? Le farfalle non portano documenti d’identità. Un filo d’erba accanto al mio piede destro si piegava leggermente sotto il peso di una coccinella che saliva verso la punta con la determinazione di un alpinista.
— Ce n’è un’altra, — dissi. — La mente può andare in mille direzioni, ma su questo bel sentiero, cammino in pace. Ad ogni passo, un vento gentile soffia. Ad ogni passo, un fiore sboccia.
— Cosa vuol dire? — chiese Luca. Era la prima volta che faceva una domanda.
— Provate a dirla camminando. Un pezzo per ogni passo. “La mente…” un passo. “…può andare…” un passo. “…in mille direzioni…” un passo. E vedete cosa succede.
Si misero in cammino. Non verso i pioppi — sotto i pioppi, tra i tronchi, lungo il sentiero che continuava dall’altra parte e curvava verso il torrente. Camminavano e mormoravano. Camminavano e mormoravano. Qualcuno rideva. Qualcuno era serio. Giacomo contava i passi. Sofia camminava con gli occhi semichiusi e un’espressione che non le avevo mai visto — un’espressione di dentro, come quando si ascolta una musica che piace ma che non si sa ancora come si chiama.
Camminavamo da forse quaranta minuti quando Martina si fermò di colpo.
— L’erba, — disse.
— Cosa?
— Sento l’erba sotto i piedi. La sento davvero. È come se prima non ci fosse.
Sorrisi. Non un sorriso di compiacimento — un adulto non ha il diritto di compiacersi quando un bambino scopre qualcosa — ma un sorriso di riconoscimento, come quando vedi qualcuno che arriva da lontano e sai chi è prima ancora di distinguerne il volto.
— Siamo arrivati, — dissi.
— Dove? — chiese Giacomo, guardandosi intorno. Eravamo in mezzo al prato, a metà strada fra i pioppi e il torrente. Non c’era nulla di speciale in quel punto. Nessun cartello, nessun edificio, nessuna meta evidente.
— Qui, — dissi. — Siamo arrivati qui.
Tommaso si grattò la testa. — Ma qui non c’è niente.
— C’è l’erba, — disse Martina. E lo disse senza sorridere, senza ridere, come se avesse detto la cosa più ovvia e insieme più profonda del mondo.
— C’è l’erba, — ripetei. — C’è il cielo. C’è il vostro respiro. Ci siete voi. C’è questo momento. E non c’è nessun altro posto dove andare, perché siete già arrivati.
Restammo lì per qualche minuto. I bambini si sedettero — chi sull’erba, chi su un sasso. Nessuno chiese di tornare. Nessuno tirò fuori un telefono. Erano sei bambini seduti in un prato alla fine di maggio, e l’aria odorava di terra calda e di erba, e i pioppi facevano il loro rumore, e il merlo continuava la sua domanda, e il mondo era esattamente grande quanto quel momento.
Quando ci alzammo per tornare, camminavamo tutti allo stesso passo. Non perché io avessi dato istruzioni, ma perché qualcosa si era sincronizzato — come i pendoli degli orologi che, se li metti nella stessa stanza, dopo un po’ oscillano insieme. Il mio passo lento era diventato il nostro passo.
Al cancello della comunità, prima che ognuno andasse per la sua strada, dissi una cosa sola.
— La prossima volta che camminate — a scuola, a casa, ovunque — provate a fare un passo sapendo che lo state facendo. Un solo passo. Quello è il sentiero che non va da nessuna parte. E quel sentiero è sempre sotto i vostri piedi.
Martina annuì. Giacomo si guardò le scarpe. Luca, per un momento, sorrise — un sorriso piccolo, quasi invisibile, come la prima bollicina che sale dal fondo della pentola.
Se ne andarono. Il cancello si chiuse. Il pioppo più vicino tremava le sue foglie, come al solito. La luce era cambiata — più calda ora, più densa, la luce del primo pomeriggio che si prepara a diventare la luce della sera. Mi sedetti di nuovo sull’ultimo gradino di pietra e non feci nulla.
Non fare nulla, alla fine, è l’unica cosa che si impara davvero.
Ma di questo parleremo un’altra volta.
La mente può andare in mille direzioni,
ma su questo bel sentiero, cammino in pace.
Ad ogni passo, un vento gentile soffia.
Ad ogni passo, un fiore sboccia.
Disclaimer:
questa è un’opera divulgativa di invenzione e non un testo autografo dei presunti protagonisti, seppure per realizzarla abbiamo attinto a fonti originali e lo abbiamo fatto nella speranza di dare ulteriore valore all’operato del maestro Thích Nhất Hạnh (11 ottobre 1926 – 22 gennaio 2022)
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