Cerca nel Franti
Cover Stories - Temi di riflessione

Il giorno in cui non si fa niente

Un cortile, sei bambini, e un giorno senza compiti: cosa succede quando l’unica cosa da fare è non fare nulla. Capitolo 17.

estratto
  • Fine novembre, il primo freddo vero, e un annuncio che spiazza sei bambini abituati a passeggiate con una meta: oggi è un Giorno Pigro, niente da fare, nessun posto dove andare. Il cortile diventa l’unico orizzonte concesso. Mentre l’abitudine cerca disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi — un gioco inventato, una gara, una mappa mai aperta — il narratore si siede sotto il portico a guardare le nuvole, e scopre che il nobile silenzio non si impone: si offre, soltanto, e a volte viene accolto. Un gatto attraversa il cortile, una foglia cade senza fretta, una mano esce da una tasca dopo mesi di trincea. La pratica tattile: il palmo appoggiato sulla pietra fredda, per imparare a sentire prima ancora di giudicare. Nessuna meta raggiunta — e proprio per questo, tutto raggiunto.

Capitolo 17 di Passeggiate con Thay


C’era, quella mattina di fine novembre, un freddo che non assomigliava a nessun altro freddo dell’anno. Non il freddo tagliente di gennaio, che entra dritto nelle ossa e chiede battaglia, ma un freddo più timido, quasi in prova, come se l’inverno stesse ancora decidendo se accomodarsi per davvero in questa parte di mondo. Il cortile aveva la brina solo ai bordi, non al centro: un anello bianco lungo il muro di cinta, dove il sole non arrivava mai prima delle dieci. Il fiato usciva dalla bocca dei bambini in piccole nuvole, e ognuno di loro — senza saperlo — stava già facendo la prima cosa vera della giornata: respirare in un modo che, per una volta, si poteva vedere.

Erano arrivati come sempre, in fila sghemba, gli zaini che sbattevano sulla schiena e le domande già pronte prima ancora dei saluti. Giacomo aveva una mappa disegnata da lui la sera prima — non si sa mai, aveva detto, se dovessimo scoprire qualcosa di nuovo oggi. Tommaso saltellava per scaldarsi, o forse solo perché saltellare era il suo stato naturale, la sua temperatura di base indipendentemente dalla stagione. Sofia teneva le mani strette intorno a una tazza di tè portata da casa, come fosse un piccolo sole personale. Martina osservava tutto con quell’aria di chi sta già raccogliendo materiale per una storia da raccontare più tardi a qualcun altro. Amina si era seduta sul gradino più basso senza dire niente, ad aspettare con quella calma che negli ultimi tempi le veniva sempre più naturale. E Luca, come sempre, teneva le mani in tasca e lo sguardo un poco più basso del necessario — quel tanto che basta per non dover incontrare gli occhi di nessuno per primo.

Mi sono seduto sul gradino di pietra, ho aspettato che il cerchio si formasse da solo attorno a me, senza fretta, e poi ho detto la cosa che nessuno si aspettava.

«Oggi è un Giorno Pigro.»

Silenzio. Poi Giacomo, con la mappa ancora spiegazzata in mano: «Pigro come… cioè, pigro cosa vuol dire, esattamente?»

«Vuol dire che non andremo da nessuna parte. Non abbiamo un programma. Non c’è una destinazione, non c’è una domanda a cui rispondere, non c’è un problema da risolvere.» Ho lasciato che la frase si posasse nell’aria fredda, un po’ come si posa la brina. «Il vostro unico compito, oggi, è astenervi dal fare qualsiasi cosa.»

Tommaso è scoppiato a ridere, convinto per un istante che fosse la barzelletta più bella dell’anno. Poi ha smesso di colpo, accorgendosi che nessuno rideva insieme a lui. «Ma… non fare niente non si può, però. Bisogna sempre fare qualcosa, anche stando fermi.»

«Anche respirare è fare qualcosa» ha obiettato Sofia, stringendo un po’ più forte la tazza, con quel tono di chi ha già anticipato l’obiezione e la trova solida.

«Anche respirare» ho confermato. «Ma proviamo lo stesso.»

Giacomo ha ripiegato la sua mappa con una cura quasi offesa, come se il cortile lo avesse tradito personalmente rifiutando un’esplorazione già progettata nei dettagli. Martina, al contrario, si è illuminata: per lei ogni regola nuova era semplicemente un territorio da esplorare, persino quella di non esplorare nulla. Amina non ha detto niente — si è solo spostata un poco più in là sul gradino, lasciando dello spazio vuoto accanto a sé, senza sapere ancora per chi.

Luca, dal canto suo, ha semplicemente stretto un po’ di più le spalle dentro il giaccone e affondato un po’ di più le mani nelle tasche. «E se a qualcuno viene comunque voglia di fare qualcosa?» ha chiesto, con quella voce bassa che ormai conoscevo bene — la voce di chi fa una domanda vera nascondendola dentro una domanda tecnica.

Allora quel qualcosa può accadere, ho risposto. Non è vietato che accada qualcosa. È vietato solo andarlo a cercare.

Ho pensato, guardandolo allontanarsi di qualche passo verso il muro, che per lui un Giorno Pigro avrebbe dovuto essere la cosa più facile del mondo: non fare niente era quasi il suo mestiere quotidiano, il suo modo consolidato di stare al mondo senza doversi troppo esporre. Mi sbagliavo. Ma questo l’avrei scoperto solo più tardi, nel pomeriggio.


Mi sono alzato dal gradino con l’intenzione, lo confesso, di proporre comunque qualcosa — un piccolo gioco di transizione, una domanda guida, persino solo un annuncio più preciso di cosa avremmo dovuto “non fare”. L’abitudine di organizzare, quando sei la persona che gli altri guardano per sapere cosa succede dopo, è una delle più difficili da posare a terra. Mi sono fermato a metà del gesto, con la bocca già aperta su una frase che non ho mai pronunciato, e sono andato invece a sedermi sotto il portico, dove le tegole rosse smorzavano il vento e la luce entrava di sbieco tra le colonne.

Non ho detto altro. Non ho proposto giochi, né esercizi, né domande guida — nemmeno quella piccola frase che avevo già in bocca un attimo prima. Mi sono seduto con la schiena contro la pietra fredda della colonna, ho appoggiato le mani sulle ginocchia, e ho lasciato che il respiro trovasse da solo il proprio ritmo, senza contarlo, senza correggerlo, senza nemmeno definirlo bello o giusto. Ho guardato le nuvole.

Le nuvole, quella mattina, si muovevano lente, di un grigio che non prometteva né pioggia né sole, solo continuità. Non facevano niente, le nuvole. Non avevano un obiettivo dichiarato, non stavano andando da nessuna parte con urgenza visibile. Eppure si muovevano, si trasformavano, si univano e si separavano, senza sforzo apparente, senza intenzione che si potesse indicare col dito. Ho pensato che fossero il miglior insegnante che avessi mai invitato in cortile, e non gli avevo nemmeno dovuto scrivere un’email né promettere un compenso.


È stata Amina la prima ad avvicinarsi. Si è seduta accanto a me senza chiedere permesso e senza spiegare perché, le ginocchia strette al petto, il mento appoggiato sopra. Non ha detto niente per un tempo che non ho misurato — è stato uno dei piccoli doni di quella giornata, la perdita della misura. A un certo punto ha sussurrato: «Anche il tempo va piano, oggi.»

«Il tempo va sempre alla stessa velocità» le ho risposto piano. «Siamo noi che di solito corriamo per raggiungerlo.»

Non ha replicato subito. Ha solo annuito, lentamente, come se avesse già saputo la risposta da tempo e avesse fatto la domanda solo per sentirla detta ad alta voce da qualcun altro, una volta tanto.

Tommaso, nel frattempo, aveva già tentato tre modi diversi di trasformare il niente in qualcosa. Aveva provato a inventare un gioco con dei sassolini allineati sul bordo del gradino, poi una gara di velocità con se stesso da un capo all’altro del cortile, poi aveva chiesto a Giacomo se non gli andasse di “fare finta di essere pigri insieme”, come se la pigrizia fosse improvvisamente diventata uno sport di squadra con delle regole da concordare. Giacomo aveva declinato, ancora un po’ offeso dal fatto che la sua mappa fosse rimasta chiusa nello zaino senza che nessuno l’avesse nemmeno guardata. Alla fine Tommaso si era fermato in mezzo al cortile, le braccia lungo i fianchi, visibilmente in sofferenza per l’assenza totale di un compito da portare a termine. L’energia dell’abitudine, ho pensato osservandolo da lontano, non si spegne perché qualcuno glielo ordina dall’esterno. Ha bisogno di un posto dove andare a morire da sola, con calma, senza che nessuno la combatta di petto.

Mi sono ripetuto, in silenzio, quello che so essere vero da anni e che raramente riesco a dire ad alta voce senza sembrare che stia predicando qualcosa: un Giorno Pigro è una misura drastica contro l’energia dell’abitudine. Non basta desiderare di fermarsi, né deciderlo la sera prima con le migliori intenzioni. Bisogna offrire al corpo e alla mente talmente tanto vuoto, talmente poco su cui aggrapparsi, che l’abitudine — non trovando più nulla da alimentare — sia costretta a fermarsi da sola, per pura mancanza di combustibile.

Un gatto ha attraversato il cortile — non il nostro, uno di quelli che considerano ogni cortile del quartiere una proprietà in comodato d’uso perpetuo, senza contratto né scadenza. Si è fermato al centro, ha guardato Tommaso con l’aria di chi valuta se valga la pena di un commento, ha deciso probabilmente di no, e ha proseguito verso il muro di cinta, sparendo dietro un vaso di gerani ormai del tutto spogli. Tommaso lo ha seguito con lo sguardo per tutto il tragitto, immobile, come se fosse la cosa più interessante mai accaduta in quel cortile dall’inizio dei tempi. Forse, quella mattina, per lui lo era davvero.

Una foglia — l’ultima, forse, di un piccolo acero vicino al cancello — si è staccata senza che ci fosse vento, per il solo peso della propria stanchezza accumulata, e ha impiegato un tempo assurdamente lungo per arrivare a terra, girando due volte su se stessa come se non avesse alcuna fretta di concludere la caduta. Sofia l’ha vista scendere e ha smesso, per un momento, di stringere la tazza ormai vuota. Ha semplicemente guardato, senza commentare, senza cercare una spiegazione botanica per il fenomeno.

Non succedeva niente, quella mattina, e succedeva tutto insieme. Il respiro continuava, indifferente a ogni nostra decisione di farci caso o no. Il sole, verso le undici, ha finalmente superato il muro di cinta e ha allungato un rettangolo di luce tiepida fin sui gradini, spostandosi impercettibilmente ogni pochi minuti, come un ospite educato che non vuole disturbare nessuno con la propria presenza.


A un certo punto ho invitato — non imposto, invitato, e l’ho detto proprio con quella parola — chi ne avesse voglia a fare una piccola prova insieme a me. Ho appoggiato il palmo della mano destra sulla pietra del portico, quella ancora in ombra, quella più fredda. «Provate» ho detto «a mettere una mano qui. Non per descrivere che sensazione fa, non per raccontarla dopo. Solo per sentirla, per tutto il tempo che serve.»

Sofia ha appoggiato una mano, ha fatto una smorfia immediata per il freddo, poi è rimasta ferma più a lungo di quanto mi aspettassi. Martina ha appoggiato entrambe le mani insieme, come se una sola non fosse abbastanza materiale su cui indagare a fondo. Giacomo ha esitato un momento — toccare qualcosa senza uno scopo dichiarato gli risultava vagamente sospetto, quasi disonesto — ma alla fine ha ceduto, forse più per curiosità quasi scientifica che per vero abbandono. Amina, che era già seduta vicino a me da un po’, ha semplicemente girato la mano che teneva in grembo e l’ha posata sulla pietra, con un gesto che sembrava conoscere da sempre, senza bisogno di essere invitata due volte.

Luca è rimasto in piedi, un poco in disparte, le mani sempre chiuse dentro le tasche del giaccone. Non gli ho chiesto niente. Ho imparato, con lui in particolare, che le richieste dirette costruiscono muri più alti di quelli che vorrebbero attraversare. Ho aspettato, senza guardarlo troppo apertamente.

Il freddo della pietra, ho detto a chi mi stava vicino, non è un nemico da combattere né un fastidio da sopportare in attesa che passi. È solo informazione, pura e semplice. Il corpo la registra, la manda su, e poi — se non gli si chiede altro, se non lo si interrompe — la lascia semplicemente essere quello che è, senza trasformarla subito in un giudizio, in un “che schifo” o in un “che bello” pronunciato troppo in fretta. Prima viene la sensazione, tale e quale. Il commento, se proprio deve arrivare, può aspettare pazientemente in fondo alla fila.

Nessuno ha commentato questa piccola lezione improvvisata. Andava bene così: non l’avevo pronunciata perché venisse commentata o approvata da qualcuno.


Il resto della mattina si è consumato in un tempo che aveva smesso, gradualmente, di essere lineare. Non saprei più dire, ripensandoci adesso, in che ordine preciso siano successe le cose — se prima Martina ha iniziato a canticchiare qualcosa di suo senza parole riconoscibili, o se prima Sofia ha posato la tazza vuota sul gradino e ha chiuso gli occhi rivolta verso il sole ormai tiepido. So per certo che, a un certo punto, Giacomo ha tirato fuori di nuovo la mappa dallo zaino, l’ha guardata per qualche secondo, e poi l’ha rimessa via senza nemmeno aprirla del tutto — non perché io glielo avessi chiesto, ma perché, ho pensato osservandolo, aveva capito da solo che quella mappa, quel giorno, non serviva a orientarsi verso nessun luogo se non verso l’interno di se stesso.

Il pranzo è stato quasi silenzioso, non per regola imposta ma per una stanchezza felice — quella stanchezza particolare che non viene dal fare troppo, ma dal fare così poco da dover disimparare in fretta un’abitudine vecchia di vent’anni, o anche solo di sette, che è l’età di Tommaso.


Nel pomeriggio, qualcosa si era assestato dentro ognuno di loro, in modo diverso. Non c’era stata nessuna istruzione ulteriore da parte mia — mi ero quasi ritirato del tutto dal ruolo di guida, limitandomi a restare seduto, presente, disponibile senza essere invadente, un punto fermo più che una direzione. E ognuno, senza consultarsi apertamente con gli altri, aveva trovato il proprio modo personale di essere pigro — cosa ben diversa dal semplice non fare niente, perché anche la pigrizia vera, quella nobile, quella che vale davvero la pena, ha una sua forma precisa e riconoscibile.

Martina si era procurata un ramoscello sottile e stava disegnando forme nella terra smossa vicino al muro — non immagini precise o riconoscibili, solo linee che seguivano il movimento della sua mano, senza una destinazione decisa in anticipo. Sofia si era sdraiata sul bordo erboso ancora umido, incurante del freddo che doveva sentire chiaramente attraverso il cappotto, gli occhi socchiusi rivolti al cielo, come se stesse restituendo alle nuvole la cortesia di essere state guardate per tutta la mattina. Giacomo e Tommaso, che al mattino sembravano i due meno predisposti di tutti all’ozio, si erano ritrovati seduti fianco a fianco sul muretto basso, senza parlare, senza nemmeno guardarsi, in un silenzio condiviso che non avevo mai visto tra loro prima — di solito pieno di piccole sfide, gare improvvisate, competizioni non dichiarate — e che oggi somigliava, semplicemente, a un riposo condiviso e non negoziato.

E poi c’era Luca. Verso metà pomeriggio, quando la luce aveva già iniziato quel lento inclinarsi che a novembre annuncia la sera con ore di anticipo onesto, si è avvicinato ad Amina, rimasta quasi tutto il giorno in un’orbita tranquilla — vicino a me, poi vicino al muro, poi di nuovo vicino a me — che non aveva mai avuto bisogno di spiegazioni. Si è seduto accanto a lei, non troppo vicino, lasciando lo spazio che serve a chi non ha ancora deciso quanto vuole farsi vedere per davvero. Per un tempo lunghissimo nessuno dei due ha detto niente.

Poi ho visto — e non l’ho immaginato, perché l’ho raccontato quella sera stessa a mia moglie proprio per essere sicuro che fosse successo davvero, e non solo nella mia testa di adulto che vede quello che desidera vedere — ho visto una delle mani di Luca uscire dalla tasca. Una sola, non entrambe. Si è posata sull’erba, aperta, il palmo verso il basso, quasi esattamente come avevo fatto io quella mattina sulla pietra fredda del portico.

Non credo l’abbia fatto per imitarmi. Credo l’abbia fatto perché, per la prima volta in una giornata intera senza compiti, senza destinazioni, senza niente da dimostrare a nessuno, non c’era più niente da cui proteggersi tenendo quella mano nascosta. Il fare, quando manca del tutto, si porta via con sé anche le sue scuse più consolidate.

Non sono andato a fargli i complimenti. Non ho detto niente, né a lui né agli altri. Alcune cose, se le nomini ad alta voce troppo presto, si ritirano di nuovo dentro la tasca da cui erano appena uscite con tanta fatica.


Verso le cinque il cielo si è fatto di un grigio più fitto, quello che a novembre precede il buio con un preavviso onesto, senza sorprese dell’ultimo minuto. Abbiamo raccolto le tazze ormai vuote, gli zaini, la mappa mai davvero aperta di Giacomo, le forme disegnate nella terra da Martina che il vento della notte avrebbe cancellato senza che nessuno se ne dispiacesse troppo il giorno dopo. Siamo rientrati in fila, questa volta non sghemba come al mattino ma lenta, nel modo in cui si cammina quando non si ha nessuna fretta di arrivare da nessuna parte — nemmeno a casa, nemmeno alla cena che ci aspettava.

Nessuno mi ha chiesto, quella sera, cosa avessimo imparato durante il giorno. Ho pensato che fosse la prova migliore che avevamo imparato qualcosa di vero: le giornate che sentono il bisogno di essere spiegate a parole, di solito, sono proprio quelle in cui non è successo niente di vero fino in fondo. Quella sera, invece, avevamo tutti — chi con le mani ancora fredde di pietra, chi con l’erba ancora attaccata ai vestiti, chi con una mano che per qualche ora aveva conosciuto l’aria aperta invece del buio abituale della tasca — qualcosa che non aveva alcun bisogno di essere spiegato per essere, semplicemente, vero.

Ho lasciato che il giorno passasse senza chiedergli nulla.
Non ho cercato un compito da finire prima di sera.
Le nuvole non facevano niente, e attraversavano il cielo intero.
Il respiro non aveva bisogno delle mie istruzioni per continuare.
Ho scoperto che restare è un verbo, anche se non sembra.
Domani tornerò a fare. Oggi ho solo imparato a essere.


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago