Dal diario di un bambino che frequentava la comunità spirituale di Thich Nhat Hanh abbiamo raccolto questo libro postumo, frutto di dialoghi durante le lunghe camminate nella natura, ricco di un insegnamento prezioso per guidarci nella vita. È vero che la maggior parte di noi non è più bambina, ma proprio la loro capacità di sorprendersi e di costringerci a risposte semplici e sincere aiuta l’insegnanti ad essere semplici e ad immergersi nell’esperienza priva di astrazioni e categorie. Buone letture!
«Il coraggio non è non avere paura. È permettere al corpo di sapere che il pericolo e il fatto sono due cose diverse»
L’acqua quella mattina aveva il colore di una foglia di ulivo bagnata — non verde, non grigio, qualcosa che stava nel mezzo e cambiava se la guardavi direttamente o solo con la coda dell’occhio. Il sole, ancora basso, disegnava una lancia di luce che partiva da dove noi stavamo e attraversava tutto il pelo del lago fino all’altra riva, dove le montagne erano ancora quasi buie. Sentivo l’aria sulla pelle come una presenza consenziente, né fredda né tiepida, qualcosa che respirava insieme a me se prestavo attenzione al respiro. I piedi trovavano il sentiero per abitudine — le radici esposte che conoscevo a memoria, la ghiaia fine che cedeva un poco sotto il peso, il passaggio dove la roccia sporgeva e bisognava fare attenzione a non inciampare se uno era stanco o distratto.

Thay camminava avanti a me, come al solito. Non era una vera distanza, quella tra noi. Potevo sentire il suo ritmo — un passo quasi medico nel tempo, non fretta ma nemmeno lentezza performativa, solo il passo di qualcuno che sa dove sta andando e non ha bisogno di dimostrarlo a nessuno. Dietro di noi, i bambini venivano in una formazione che non era un ordine ma nemmeno disordine — Martina e Sofia camminavano insieme e chiacchieravano sottovoce, Luca saltellava su e giù dalla strada in modo ritmico, Giacomo raccoglieva cose: una pietra bianca, una foglia, un pezzo di carta che poi avrebbe abbandonato, di quelli che trovava importante in quel momento ma non abbastanza da portare davvero con sé. Amina teneva la mano di Tommaso, il più piccolo dei sei, che aveva quella gravità particolare dei bambini ancora piccoli, come se ogni passo richiedesse una conferma interiore.
Non avevamo un programma preciso per quel mattino. Thay aveva detto semplicemente, mentre ci riunivamo davanti al rifugio — il vecchio casale grigio con il tetto di coppi dove passavamo le mattine di studio — “Camminiamo verso l’acqua. Ascoltiamo cosa dice.”
Quelle frasi di Thay avevano una qualità particolare: non suonavano da aforisma stampato su una tazza di ceramica, ma nemmeno da domanda seria. C’era un’ironia gentile in loro, una sorta di invito che ammetteva subito che poteva essere anche una sciocchezza, ma che valeva la pena di provarci. Tutti i bambini lo avevano intuito dal primo giorno — quell’intonazione che diceva: “Io non so bene cosa succederà, voi non lo sapete, nemmeno l’acqua lo sa, facciamo finta di scoprirlo insieme.”
Quando arrivammo alla sponda, Luca smise subito di saltellare. Succedeva sempre così con lui: la presenza dell’acqua lo fermava, gli imponeva una specie di solennità. Si sedette sulla roccia piatta che sporgeva un poco, proprio dove il terreno diventava fango nero e schiacciato dalla presenza di molti piedi, molte stagioni, molti momenti in cui qualcuno aveva deciso che lì era il posto giusto per fermarsi. Noi facemmo un semicerchio, non consapevolmente — Thay non disse “mettetevi qui” — ma semplicemente ognuno trovò lo spazio che serviva, come se ci stessimo sedendo intorno a un fuoco che non c’era ma che tutti sentivamo.
Per un po’ non accadde nulla. E questo era il punto, con Thay: il nulla era strutturale, non un buco ma una cosa piena. Sentivo l’acqua che si muoveva in modo piccolissimo — non era una giornata di onde, ma nemmeno di superficie assolutamente ferma. C’erano increspature, come se qualcosa respirasse appena sotto. Una foglia cadeva di tanto in tanto dagli alberi sulla sponda opposta e scivolava sul pelo dell’acqua con una precisione che sembrava impossibile, come se un’intelligenza invisibile la guidasse.
Fu Amina la prima a parlare. Aveva quella voce particolare che hanno i bambini quando dicono una cosa che li ha pensati, non che l’hanno semplicemente escogitata. “L’acqua si muove sempre,” disse. “Anche quando guarda ferma.”
Thay non rispose subito. Rimase seduto, e io sentii in quel silenzio qualcosa di molto sapiente — non era indifferenza, era esattamente il contrario: era l’ascolto di una persona che sa che le parole arrivano dopo, e che il dopo è il momento giusto. Passò forse un minuto, forse due. Ho sempre faticato a capire quanto tempo passava quando stavo con Thay, come se il tempo perdesse quella qualità di misura che ha nel resto della vita.
“Vedi,” disse Thay, rivolgendosi a Amina ma in un modo che era comunque un discorso collettivo, “la paura funziona così: la paura dice ‘tieniti fermo, non muoverti, se rimani immobile forse niente potrà farti male.’ Questa è una bugia bellissima, una bugia che ha il colore della saggezza. Sembra prudenza. Sembra protezione.”
Tommaso, che era seduto sempre con la mano di Amina nella sua, lanciò un sassolino piccolo nell’acqua. Non aveva niente di provocatorio: era semplicemente quello che aveva deciso di fare, in quel momento. L’onda si allargò dal punto dove il sassolino era caduto, cerchi che crescevano, e Thay si fermò e lo guardò.

“Vedi cosa è successo?” disse. “Il sassolino è sceso, ha toccato l’acqua, e subito l’acqua ha detto ‘sì.’ Non ha fatto resistenza. Non ha detto ‘no, tu sei troppo pesante, lasciami stare.’ Ha semplicemente risposto. Ha creato uno spazio per il sassolino.”
Giacomo — che fino a quel momento aveva continuato a cercare cose nel terreno intorno a lui — si fermò e sollevò lo sguardo. C’era in Giacomo una qualità di ascolto molto concentrata, come se dovesse ricordare ogni parola perché più tardi l’avrebbe dovuta tradurre in un’altra lingua. “Allora il sassolino è come… non ha paura?”
“Il sassolino,” disse Thay, e qui ci fu di nuovo quello spazio, quel silenzio pieno che lui sapeva creare, “il sassolino sa una cosa che l’onda a volte dimentica. Sa che la sua pesantezza non è un problema. Sa che la sua solidità non è una minaccia. E quindi cade, e l’onda riceve la sua caduta, e tutti e due si muovono insieme.”
Io stavo ascoltando, ma una parte di me stava anche osservando Luca, che aveva una qualità particolare di tensione nelle spalle. Luca aveva paura dell’acqua, anche se non lo diceva esplicitamente. Era il tipo di paura che si vede nei gesti: come si teneva distante dalla sponda, come ogni volta che l’acqua si muoveva un poco più del solito i suoi occhi si alzavano e cercavano qualcosa — rassicurazione, o forse conferma che il pericolo era reale e quindi lui non stava impazzendo.
Thay si girò leggermente, e per un momento il suo sguardo incontrò il mio. Non c’era nulla di esplicito, ma io sentii in quel momento che lui stava facendo quella cosa che faceva spesso — stava lavorando simultaneamente su molteplici livelli. C’era qualcosa da dire a Giacomo, qualcosa da insegnare ad Amina, e c’era qualcosa di molto specifico da fare con Luca, perché Luca era quello che aveva paura, e la paura è sempre la cosa più vera in una riunione di persone.
“Vieni,” disse Thay a Luca, con una voce che non era un ordine ma nemmeno un invito — era più una dichiarazione di fatto, come dire “il tempo per stare seduto è finito, il tempo per imparare qualcosa è adesso.” Luca esitò, e io potei vedere Amina che lo guardava, e Martina che smise di chiacchierare con Sofia e si protese leggermente in avanti, come se tutti noi sentissimo che qualcosa stava per succedere, qualcosa di importante.
Luca si alzò, e le gambe tremavano un poco — non dal freddo, io lo sapevo. Era la paura che faceva vibrare i muscoli, quel tremore che viene quando sappiamo che stiamo per fare qualcosa che il nostro corpo non vuole fare, ma che la parte più profonda di noi sa che dobbiamo fare.
Thay lo portò fino al bordo dell’acqua, ma non all’ultimo passo — si fermò dove la ghiaia finiva e iniziava il fango nero e umido. Mise le mani sulle spalle di Luca, e io vidi il corpo del ragazzo rilassarsi un poco. C’era qualcosa nel tocco di Thay — non era tenero, non era dolce, era preciso. Era il tocco di qualcuno che sa esattamente dove è il tuo centro di gravità, dove è il tuo punto di equilibrio, dove sei più vero.
“Guarda l’acqua,” disse Thay. “Non l’onda grande. Le piccole. Le increspature. Quelle che sembrano meno importanti.”
Luca guarda, e io lo vidi respirare. Il suo respiro era corto, agitato, il respiro di una persona che ha paura. Ma stava guardando.
“L’onda che ha paura,” continuò Thay, e la frase era strana, perché personificava l’onda, le dava intenzione e sentimento, “è ancora un onda. Non smette di essere acqua solo perché ha paura. Non perde la sua natura. Non smette di muoversi. Ha solo paura.”
Una pausa. E poi: “Io ho paura.”
La frase è caduta nel silenzio come il sassolino di Tommaso nell’acqua. Luca si girò leggermente, proprio il collo, non tutto il corpo — come se dovesse verificare che Thay aveva veramente detto quello che aveva sentito. Thay continuava a guardare l’acqua, le mani ancora sulle spalle di Luca.
“Ho paura quando l’acqua diventa tempesta. Ho paura che i bambini cadano. Ho paura di fare una scelta sbagliata quando insegno. La paura è qui.” Toccò il suo petto, leggermente, come si verifica che il cuore stia ancora battendo. “Non è una vergogna. Non è una debolezza. È il luogo dove io sono più vero, perché è il luogo dove accetto che non controllo tutto.”
Notai che Tommaso era scomparso. Non lontano — era dietro Amina — ma aveva preso il suo secondo sassolino, e lo stava lanciando, non nel lago, ma contro le rocce della riva, in modo che rimbalzasse. Era il tipo di cosa che faceva quando era concentrato, quando stava cercando di capire qualcosa.
“Adesso,” disse Thay, e il tono cambiò, divenne più pratico, “mettiamo la mano nell’acqua. Solo la punta delle dita. Sentiamo se è vera.”
Luca esitò ancora, ma il corpo aveva un’intelligenza diversa dalla mente, quella mattina. Le dita toccarono l’acqua, e io vidi il volto di Luca cambiare. Cambiare come quando un’immagine sfuocata improvvisamente viene a fuoco. L’acqua non era quello che la paura gli aveva detto che era. Era fredda, ma non male. Era morbida. Aveva una consistenza, una presenza, una realtà che la paura non poteva contraddire perché era tangibile.
“Respira,” disse Thay. “Il respiro che viene adesso, dopo il tocco, è il respiro che conosce la verità. Prima era il respiro della storia. Adesso è il respiro della cosa vera.”
Luca respirò, e poi qualcosa nel suo volto si aprì — non un sorriso, ma un’apertura, come se una finestra che era stata chiusa solo per convinzione fosse stata smontata e si vedesse la luce. Rimase con la mano nell’acqua ancora per un poco, e Thay non disse nulla, solo stette accanto a lui in quel silenzio che ora era diverso — non era più un silenzio di attesa, era un silenzio di compagnia.
Quando Luca tirò la mano fuori, l’acqua gocciolava dalle sue dita, e lui guardò quelle gocce come se fossero la cosa più interessante che avesse mai visto. Forse lo erano, in quel momento. In quel momento dove il corpo finalmente sapeva qualcosa che la mente aveva cercato di impedirgli di sapere.
Tornammo indietro a passo lento. Thay non disse alcuna conclusione, alcun insegnamento finale. I bambini ripresero a fare quello che facevano — Luca saltellava di nuovo, ma diversamente, con un’energia diversa, come se avesse recuperato qualcosa che aveva perso — e noi adulti camminavamo dietro, consci che quella mattina qualcosa si era mosso, qualcosa che non poteva tornare indietro.
Quella notte, mentre Luca dormiva — lo sentivo respirare dal suo letto nel rifugio — pensai a quello che Thay aveva detto. L’onda che aveva paura. Non è un’immagine che lascia andare. È rimasta con me per settimane, mesi, come una domanda che non ha una risposta ma che continua a insegnarti a vivere diversamente.

La paura non scompare quando capisci che è paura. Non diventa meno reale. Ma quando la tocchi, quando la senti con il tuo corpo e non solo con la tua mente, quando permetti al tuo corpo di insegnarti che il pericolo e il fatto sono due cose molto diverse, allora la paura diventa quella cosa che Thay ha detto: ancora un onda, ma conscia di essere onda.
Conscia, cioè viva. Conscia di potere, anche nella paura, di continuar a muoversi.
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