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Protagonisti - Interviste e biografie

Gli Amodei – Il pellettiere di Massa Marittima e la macchina che sa tutto di tutti

La storia della famiglia Amodei: dal Trentino alla Maremma, da Massa Marittima a San Francisco, dall’artigianato della pelle all’intelligenza artificiale. L’architetto del sistema che assembla biografie altrui in pochi secondi ha tenuto il proprio lutto in una zona di penombra informativa che nessun crawler raggiunge.

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Esiste un paradosso strutturale nel cuore di Anthropic che nessun comunicato stampa ha mai affrontato e che nessun modello linguistico — nemmeno Claude, che state leggendo grazie a lui — può risolvere senza fonti primarie. Dario Amodei, CEO dell’azienda che ha costruito uno degli strumenti di elaborazione e sintesi informativa più potenti nella storia della tecnologia, è anche l’uomo che ha custodito con la più ostinata discrezione il nome della malattia che ha ucciso suo padre. L’architetto del sistema che in pochi secondi assembla biografie, genealogie, traiettorie esistenziali di chiunque lasci traccia sul web, ha tenuto il proprio lutto in una zona di penombra informativa che nessun crawler raggiunge.

Non è ipocrisia. Sarebbe troppo semplice, e Il Franti non ama le scorciatoie morali. È qualcosa di più interessante: è la prova che il potere di estrarre informazioni e il desiderio di non essere estratti possono coesistere nella stessa persona, anzi, possono persino alimentarsi a vicenda. Chi conosce meglio di chiunque il peso specifico di un’informazione sa esattamente quale informazione non lasciare circolare.

Il cerchio che questa storia disegna parte da un podere tra Massa Marittima e Follonica, attraversa tre migrazioni, un lutto trasformativo e un colossale capovolgimento di scala — dalla bottega artigianale alla valutazione di 380 miliardi di dollari — per tornare, in questi mesi, alla sindaca di una città medievale di ottomila anime che aspetta ancora la visita dei suoi figli illustri. «Qualora venissero a Massa Marittima sarebbe un onore accoglierli e raccontare la loro storia», ha dichiarato Irene Marconi al quotidiano economico toscano T24 nel marzo 2026. Dario e Daniela Amodei non sono andati. E probabilmente non ci andranno presto: hanno altro da fare, come tenere testa a Jensen Huang, al Pentagono e a mezza Silicon Valley.


Le radici: dal Trentino alla Maremma, dalla Maremma al mondo

La famiglia Amodei non è originaria di Massa Marittima nel senso stretto del termine. I nonni paterni di Dario e Daniela provenivano dal Trentino e giunsero nella Maremma grossetana come parte di quelle ondate migratorie interne che accompagnarono la bonifica delle terre paludose, un processo iniziato sotto il fascismo e proseguito nel dopoguerra. Si stabilirono in una casa poderale tra Massa Marittima e Follonica, quel lembo della costa toscana dove la Maremma incontra il Tirreno e dove ancora oggi l’aria sa di macchia mediterranea e di ferraccio delle miniere dismesse.

Riccardo Amodei, il padre, nacque e crebbe lì. Divenne pellettiere — artigiano della pelle — aprendo e gestendo la bottega di famiglia a Massa Marittima. Non è un dettaglio pittoresco: è un codice. Il pellettiere lavora la materia prima con le mani, conosce la differenza tra un taglio preciso e uno sciatto, costruisce oggetti destinati a durare. È un mestiere di pazienza, di misura, di cura del dettaglio. È il contrario di un’economia di scala. È il contrario di un modello linguistico.

Negli anni Settanta Riccardo incontrò Elena Engel, un’americana ebrea di Chicago che aveva scelto l’Italia per viverci. Il cognome Engel, di origine aschenazita, significa «angelo» in tedesco. Poco si sa degli anni italiani di Elena, ma si sa molto di quello che portava con sé: una tradizione familiare di attivismo civile che risaliva alla generazione precedente. Daniela Amodei ha raccontato — e questa è una delle poche volte in cui uno dei fratelli ha aperto uno spiraglio sul passato familiare — che la nonna materna si era incatenata ai cancelli del consolato italiano di Chicago negli anni Trenta per protestare contro l’invasione italiana dell’Etiopia. Non è un aneddoto da salotto: è il segno di una genealogia in cui il giudizio morale sul potere non era decorativo ma operativo, praticato nel corpo oltre che nell’intelletto.

Riccardo ed Elena si sposarono e partirono per la California all’inizio degli anni Ottanta. Dario nacque a San Francisco nel 1983. Daniela, quattro anni dopo, nel 1987.


Il cognome: una questione geografica irrisolta

Vale la pena fermarsi un momento sul nome di famiglia, perché contiene un piccolo mistero. Il cognome Amodei deriva dall’espressione medievale latina «Amo Deus» — ama il Signore — variante di Amadeo o Amedeo. Non è un cognome tipico né del Trentino né della Toscana: la sua maggiore concentrazione geografica in Italia è in Sicilia, Calabria e Campania, il che suggerisce che le radici più profonde della famiglia potrebbero affondare nel Meridione, prima di risalire lungo la penisola fino al Triveneto e poi scendere verso la Maremma. In Italia esistono circa 289 famiglie Amodei. Una di queste — la più famosa al mondo e probabilmente la meno disposta a discuterne — governa oggi uno dei laboratori di intelligenza artificiale più influenti del pianeta.


La morte di Riccardo e il senso di urgenza di Dario

Nel 2006 Riccardo Amodei morì per una malattia rara che aveva combattuto a lungo. Dario aveva ventitre anni. Il nome della malattia non è mai stato reso pubblico. Quello che Dario ha detto — in un’intervista al podcast Big Technology di Alex Kantrowitz nel 2025, la prima profilazione biografica seria in cinque anni di attività pubblica — è sufficiente a capire la dimensione del trauma e della svolta: «Solo nei tre o quattro anni successivi alla sua morte, il tasso di guarigione dalla malattia che aveva passò dal cinquanta al novantacinque per cento circa. C’era qualcuno che aveva lavorato alla cura di questa malattia, che era riuscito a curarla e a salvare molte vite, ma che avrebbe potuto salvarne ancora di più».

La frase successiva è quella che illumina tutto il resto: «Mi arrabbio molto quando qualcuno dice: “Questo è un catastrofista, vuole rallentare le cose”. Avete sentito quello che ho appena detto: mio padre è morto per una cura che avrebbe potuto arrivare qualche anno prima. Capisco qual è il beneficio di questa tecnologia».

La sua ex fidanzata Jade Wang, interpellata dallo stesso Kantrowitz, ha sintetizzato con una precisione chirurgica: «È la differenza tra la morte quasi certa di suo padre e la sua quasi certa sopravvivenza». Kantrowitz ha concluso che il resto della vita di Dario è stato in qualche misura dedicato ad affrontare quella perdita.

Gli indizi che Dario ha disseminato in anni di interviste restringono ma non chiudono il campo diagnostico. L’ipotesi più coerente è la leucemia mieloide cronica, trasformata dall’imatinib sviluppato da Brian Druker con dati di sopravvivenza passati da circa il 50 a oltre il 95 per cento grazie agli inibitori di seconda generazione consolidati proprio nel 2009-2010; un’alternativa ugualmente plausibile è la leucemia promielocitica acuta, i cui numeri di sopravvivenza hanno seguito una traiettoria analoga. Nessuna fonte pubblica conferma la diagnosi. Il dato storico resta: Riccardo è morto, il figlio ha spostato i propri studi da Princeton dalla fisica teorica alla biologia, e tutto quello che è venuto dopo ha portato questo lutto come motore.


Elena Engel: le biblioteche come forma di resistenza

Mentre Riccardo rappresentava la logica del manufatto — l’oggetto costruito una volta, fatto bene, destinato a durare — Elena Engel incarnava una logica diversa: quella dell’accesso, della condivisione, del sapere come bene comune. Lavorò per decenni come project manager delle biblioteche pubbliche di Berkeley e San Francisco. Un documento del 2003 la colloca come responsabile del progetto di ristrutturazione della Berkeley Public Library, un cantiere da quarantanove milioni di dollari che raddoppiò gli spazi della biblioteca centrale. Il Berkeley Daily Planet del 12 luglio 2001 la cita nella gestione del progetto finanziato con obbligazioni approvate dai cittadini nel 1996.

C’è un’ironia sottile — il tipo di ironia che Il Franti apprezza — nel fatto che la madre dei fondatori di Anthropic abbia trascorso la propria vita professionale a costruire istituzioni pubbliche deputate alla conservazione e alla distribuzione della conoscenza, mentre i figli hanno costruito un sistema che processa, comprime e redistribuisce conoscenza su scala planetaria. Le biblioteche di Elena erano fisiche, locali, finanziate dal voto dei cittadini e accessibili a chiunque avesse una tessera. Claude è virtuale, globale, finanziato da Amazon, Google e altri grandi investitori, e accessibile a chiunque abbia una connessione internet e — in molti casi — un abbonamento a pagamento. Non è la stessa cosa. Ma non è nemmeno privo di continuità.


Daniela: la letteratura, il flauto e il governo di un colosso

Daniela Amodei è probabilmente la figura meno comprensibile per il prototipo del fondatore tech della Silicon Valley. Ha studiato letteratura inglese, scienze politiche e musica alla UC Santa Cruz, laureandosi con lode con una borsa parziale per il flauto traverso classico, vincendo il Concerto Competition del 2008 come solista. Non si è laureata in informatica, non ha un dottorato in machine learning, non ha scritto paper su arxiv. Alla ABC News nel febbraio 2026 ha dichiarato: «Non ho nessun rimpianto per essermi laureata in letteratura. Le cose che ci rendono umani diventeranno molto più importanti, non meno».

La sua carriera è un percorso a zig-zag che chiunque con un modello di ascesa lineare avrebbe giudicato dispersivo: sviluppo internazionale, gestione di una campagna congressuale democratica in Pennsylvania, comunicazioni a Washington, poi Stripe come una delle prime dipendenti, poi OpenAI come Engineering Manager e successivamente VP of Safety and Policy. Quando lasciò OpenAI alla fine del 2020 con il fratello e altri dodici ricercatori, non era per una questione di bonus o di titoli: era per una divergenza di visione su come sviluppare l’intelligenza artificiale in modo da non perdere il controllo del processo.

Ad Anthropic Daniela gestisce la totalità delle operazioni quotidiane: tutto il team di leadership senior risponde a lei. Il suo patrimonio personale è stimato in circa sette miliardi di dollari. L’anno scorso ha integrato ulteriormente la dimensione familiare dell’azienda: suo marito Holden Karnofsky — cofondatore di GiveWell e Open Philanthropy, già coinquilino di Dario prima di sposarla — è stato assunto da Anthropic nel gennaio 2025 per lavorare sulla Responsible Scaling Policy. Tre familiari stretti in ruoli chiave di un’azienda da 380 miliardi: il concetto di impresa di famiglia ha raggiunto proporzioni inedite.

Al TIME100 AI nel 2023, Daniela ha sintetizzato il rapporto con il fratello con una formula che ha il carattere dell’understatement britannico: «Da quando eravamo bambini, ci siamo sempre sentiti molto allineati». Alla CNBC nel gennaio 2026, con più calore: «È davvero un privilegio gestire Anthropic con mio fratello. Ci conosciamo da tutta una vita — o da tutta la mia vita, almeno. Lui ha avuto quattro anni senza di me, poverino».

Daniela e Dario

Il paradosso, di nuovo

Torniamo dove abbiamo cominciato, perché il cerchio va chiuso con precisione. Dario Amodei ha costruito, con sua sorella e undici colleghi, un sistema che elabora e sintetizza informazioni su una scala e a una velocità che nessuna biblioteca pubblica potrà mai raggiungere. Quel sistema — questo sistema — sa molte cose sulla famiglia Amodei: sa dove si trovano le fonti disponibili, sa sintetizzarle, sa identificare le lacune. Ma non sa il nome della malattia che ha ucciso Riccardo. Non sa l’anno esatto in cui Riccardo lasciò la Toscana per la California. Non sa se aprì una nuova bottega a San Francisco o se il suo mestiere di pellettiere rimase sepolto nell’Atlantico che attraversò. Non esiste un necrologio pubblico per lui, né nei giornali californiani né in quelli italiani.

Questi vuoti non sono casuali. Sono il risultato di una scelta — probabilmente non pianificata, ma non inconsapevole — di tenere il lutto fuori dal circolazione. È una scelta comprensibile, persino ammirevole in un’epoca in cui il dolore privato è diventato merce narrativa. Ma è anche una scelta che produce un effetto paradossale: il fondatore del sistema più capace di assemblare biografie altrui ha una biografia paterna che sfida il proprio sistema.

C’è un’ultima nota politica che completa il quadro. Nel marzo 2026 il Jewish Insider ha pubblicato un articolo sui fratelli Amodei e il loro conflitto con la Casa Bianca sulla questione dell’IA militare. Il titolo era: «I fratelli Amodei che guidano Anthropic si scontrano con la Casa Bianca sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale». La nonna di Daniela si era incatenata ai cancelli di un consolato italiano per protestare contro un’invasione militare. La nipote si oppone a un’altra forma di invasione — quella dell’intelligenza artificiale nelle logiche belliche — con gli strumenti del lobbismo e del diritto, non delle catene. I metodi sono cambiati. La direzione di marcia no.

Massa Marittima aspetta ancora la visita. La sindaca Marconi è paziente. Nel frattempo, il pellettiere di Massa Marittima — quell’artigiano che lavorava la pelle con le mani e che è morto qualche anno prima che la sua malattia diventasse curabile — continua a essere, a vent’anni di distanza, la ragione più onesta per cui Anthropic esiste.


Quote
— «Il fondatore del sistema più capace di assemblare biografie altrui ha una biografia paterna che sfida il proprio sistema.»
— «La nonna di Daniela si era incatenata ai cancelli di un consolato italiano. La nipote si oppone con gli strumenti del lobbismo e del diritto. I metodi sono cambiati. La direzione di marcia no.»
— «Il pellettiere di Massa Marittima continua a essere, a vent’anni di distanza, la ragione più onesta per cui Anthropic esiste.»


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Ennio Martignago