Questo mandarino è un ambasciatore del cosmo.
Fine giugno, e il frutteto della comunità era entrato in quella fase dell’anno che i contadini chiamano allegagione — la parola che descrive il momento in cui i fiori cadono e i frutti cominciano a formarsi, quando l’albero smette di sedurre le api e comincia il lavoro vero, il lavoro silenzioso di riempire una buccia di succo e di zucchero e di luce. Gli aranci e i mandarini del frutteto basso — quello esposto a sud, protetto dal muretto a secco che trattiene il caldo come una mano trattiene una carezza — avevano ancora i frutti dell’anno prima accanto ai fiori nuovi, il che è una delle meraviglie degli agrumi: sono gli unici alberi che portano contemporaneamente i figli e i nipoti, i frutti maturi e i fiori che diventeranno frutti fra un anno, come se il tempo per loro non fosse una linea ma un cerchio, o meglio una spirale, dove il passato e il futuro si toccano sui rami.
L’aria nel frutteto aveva un odore che non si può descrivere con una sola parola. C’era il profumo dei fiori d’arancio — quel profumo che i profumieri chiamano neroli e che è dolce ma non stucchevole, fresco ma non freddo, un profumo che sembra il colore bianco tradotto in odore. C’era l’odore della terra calda sotto gli alberi, dove l’ombra delle chiome creava un mosaico irregolare di chiaro e scuro. C’era quel sentore vagamente amaro delle foglie di agrume quando il sole le scalda, un amaro verde, vegetale, che parla di clorofilla e di lavoro chimico invisibile. E sotto tutto, appena percettibile, l’odore dolce e leggermente fermentato dei frutti caduti a terra che nessuno aveva raccolto e che marcivano piano, restituendo al suolo quello che il suolo aveva dato loro — ma di questo parleremo in un altro capitolo, quello della spazzatura e delle rose.
I bambini mi raggiunsero al cancello del frutteto. Era un cancello di legno vecchio, grigio, con un chiavistello di ferro che non chiudeva più da anni ma che restava lì per abitudine, come certe regole che nessuno segue più ma che nessuno ha il coraggio di abolire.
Giacomo aveva i suoi quattro ciottoli in tasca — me ne accorsi perché i pantaloni gli tiravano da un lato, e lui ogni tanto infilava la mano in tasca e ne toccava uno, con un gesto che somigliava a quello di chi tocca un portafortuna prima di un esame. Non glielo feci notare. Le cose che i bambini fanno senza sapere di farle sono le cose più importanti che fanno.

Entrammo nel frutteto. Camminare tra gli agrumi è diverso da camminare nel bosco. Il bosco è verticale — alzi gli occhi e vedi tronchi, rami, cielo lontano. Il frutteto è orizzontale — le chiome sono basse, i rami si allargano come braccia che vogliono abbracciarti, e tu cammini dentro una stanza verde con il soffitto di foglie e i lampadari di frutti.
— Oggi, — dissi, — ognuno di voi coglierà un mandarino.
La reazione fu immediata e prevedibile. Sei braccia si allungarono verso i rami più vicini con la velocità che i bambini riservano a due sole categorie di azioni: prendere il cibo e scappare dal pericolo.
— Ma non adesso, — aggiunsi.
Le braccia si abbassarono. Sei sguardi perplessi.
— Prima camminiamo.
Camminavamo tra le file di alberi. Il sentiero era stretto, appena battuto, con l’erba che cresceva alta ai bordi e che le caviglie dei bambini attraversavano producendo un rumore sottile, come carta che si strappa piano. I mandarini pendevano dai rami a portata di mano — piccoli, rotondi, di quel colore arancione che non è davvero arancione ma è un colore suo, un colore che esiste solo sulla buccia dei mandarini e da nessun’altra parte in natura, come se la natura avesse inventato quella tonalità per una sola occasione e poi avesse buttato via la formula.
Tommaso allungava la mano verso ogni frutto che passava, come un magnete che non riesce a resistere al ferro, ma non ne colse nessuno. La disciplina dell’attesa stava facendo il suo lavoro — non la disciplina dell’ordine, che i bambini odiano giustamente, ma la disciplina della curiosità, che è l’unica che funziona: se aspetti, forse succede qualcosa di più interessante che prendere un mandarino.
Ci fermammo sotto un albero che mi piaceva particolarmente. Era più vecchio degli altri — il tronco era contorto, bitorzoluto, con una spaccatura verticale che l’aveva diviso in due metà che crescevano ciascuna per conto suo, come due fratelli che hanno litigato ma non possono andarsene perché hanno le radici nello stesso posto. I suoi mandarini erano più piccoli degli altri, ma più arancioni, più profumati, e quando ne toccavi uno con le dita sentivi che la buccia cedeva leggermente, il che è il segno che il frutto è maturo, che lo zucchero ha fatto il suo lavoro fino in fondo.
— Adesso, — dissi. — Cogliete un mandarino. Uno solo. E sceglietelo. Guardatelo prima di prenderlo. Sentite se è pronto.
— Pronto per cosa? — chiese Luca.
— Pronto per voi.
Colsero ciascuno un mandarino. Il gesto di cogliere un frutto da un albero è uno dei gesti più antichi dell’umanità — più antico della scrittura, più antico delle città, più antico forse del linguaggio. Un braccio che si alza, una mano che si chiude intorno a una sfera, un polso che gira leggermente per staccare il picciolo dal ramo. Milioni di anni di evoluzione contenuti in un gesto che dura tre secondi. I bambini lo fecero senza pensarci, il che è il modo migliore per fare le cose antiche.
— Ora mettetelo in tasca, — dissi. — O in mano. Ma non mangiatelo.
— Perché? — chiese Sofia, e la sua voce conteneva l’incredulità specifica di chi tiene del cibo in mano e gli viene detto di non mangiarlo, che è una delle forme più acute di ingiustizia conosciute dall’infanzia.
— Perché prima dobbiamo camminare con lui. Dobbiamo portarlo. Dobbiamo conoscerlo.
— Conoscere un mandarino? — disse Giacomo.
— Conoscere un mandarino.
Riprendemmo a camminare. Uscimmo dal frutteto e prendemmo il sentiero che costeggiava il campo di lavanda — la lavanda era in fiore, viola scuro, e le api la lavoravano con quell’operosità ronzante che fa sembrare ogni ape la più indaffarata del mondo, come piccoli impiegati con una scadenza terribile. Il profumo della lavanda mescolato a quello del mandarino che tenevo in mano creava una combinazione che non ho mai sentito in nessun profumo di bottiglia, e che probabilmente non sentirò mai più in quella forma esatta, perché ogni momento è unico e i profumi più di ogni altra cosa.
I bambini camminavano tenendo i mandarini in mano. C’era qualcosa di comicamente solenne nel corteo — sei ragazzini che marciavano attraverso un campo di lavanda portando ciascuno un mandarino come fosse un’offerta sacra. Tommaso lo faceva rimbalzare da una mano all’altra. Martina lo stringeva con entrambe le mani davanti al petto. Amina lo annusava ogni tre passi.
Ci sedemmo su un prato all’ombra di un grande noce, un albero vecchissimo con una chioma così larga che sotto di essa il terreno era quasi nudo — poche erbacce, qualche ciuffo di trifoglio, e una luce verde filtrata che dava all’aria un colore da acquario.
— Guardate il mandarino, — dissi. — Non mangiatelo. Guardatelo.
Lo guardarono.
— Cosa vedete?
— Un mandarino, — disse Giacomo, fedele al suo ruolo di custode dell’ovvio.
— E cos’altro?
Silenzio. Lo sguardo tipico del bambino che sospetta una trappola — la domanda sembra semplice, quindi ci deve essere un tranello.
— La buccia, — disse Martina. — I punti. È un po’ schiacciato da un lato.
— E dentro?
— Succo. Spicchi. Semi. La roba bianca.
— Bene. Tutto questo c’è. Ma io vedo altre cose. Vedo il sole.
— Il sole non c’è dentro un mandarino, — disse Giacomo.
— Davvero? Senza il sole, questo mandarino sarebbe qui?
Giacomo ci pensò. — No. L’albero ha bisogno del sole.
— Allora il sole è dentro il mandarino. Non lo vedi con gli occhi, ma c’è. Senza di lui, niente albero, niente fiore, niente frutto. Il sole ha lavorato per mesi per riempire questo mandarino di dolcezza. Ogni raggio che ha toccato quelle foglie è stato trasformato in zucchero. Questo mandarino è pieno di sole.
— E la pioggia, — disse Sofia, che aveva capito il gioco.
— La pioggia. Ogni goccia che è caduta su quell’albero. L’acqua che è entrata nelle radici, è salita per il tronco — pensateci, l’acqua che sale in un tronco è acqua che va all’insù, il che è un piccolo miracolo quotidiano — ed è arrivata fino a questo frutto. Quest’acqua da dove veniva?
— Dalle nuvole, — disse Amina.
— E prima delle nuvole?
— Dal mare? — disse Tommaso, incerto.
— Dal mare. Dal fiume. Dallo stagno. Dall’acqua che qualcuno ha usato per lavarsi le mani a Pechino e che è evaporata e ha viaggiato per migliaia di chilometri e è caduta proprio su questo albero, proprio nella nostra comunità, ed è entrata in questo mandarino. Questo mandarino contiene acqua di tutto il mondo.
I bambini guardavano i loro mandarini con un’espressione leggermente diversa ora. Non più la fame impaziente di prima. Qualcosa di più attento, più stupito — lo sguardo di chi scopre che l’oggetto familiare che ha in mano è meno semplice di quanto credeva.
— E la terra, — continuai. — Questa terra qui sotto di noi. Minerali, insetti morti, foglie decomposte, la vita e la morte di milioni di creature piccolissime. Tutto questo è stato succhiato dalle radici ed è diventato corteccia, ramo, foglia, fiore, frutto. Questo mandarino è fatto di terra.

— E di vermi, — disse Tommaso con una punta di disgusto e di entusiasmo, che nei ragazzini spesso convivono senza problemi.
— E di vermi. I vermi hanno lavorato la terra, l’hanno sminuzzata, l’hanno resa morbida perché le radici potessero penetrarla. Senza i vermi, niente mandarino. Tommaso, i vermi sono nel tuo mandarino.
Tommaso guardò il frutto con rispetto nuovo. Non molte cose al mondo contenevano vermi e sole contemporaneamente.
— E il contadino, — dissi. — Qualcuno ha piantato quell’albero. Lo ha potato. Lo ha protetto dal gelo. Lo ha innaffiato quando non pioveva. Chi era? Come si chiamava? Non lo sappiamo. Ma le sue mani sono in questo mandarino. Il suo sudore. La sua fatica. E la madre del contadino — che lo ha nutrito, che lo ha cresciuto, che gli ha insegnato a piantare gli alberi, o forse no, forse gli ha insegnato a leggere e lui ha imparato a piantare gli alberi da qualcun altro, ma senza di lei non ci sarebbe stato nessun contadino, e senza il contadino nessun albero, e senza l’albero nessun mandarino.
— E la mamma della mamma del contadino, — disse Amina piano.
— E la mamma della mamma della mamma del contadino. All’infinito. Fino al primo essere umano che ha piantato il primo seme. Fino al primo albero che è cresciuto senza che nessuno lo piantasse. Fino alla prima pioggia. Fino al primo sole.
Silenzio sotto il noce. Sei mandarini nelle mani di sei bambini che cominciavano a pesare in modo diverso — non più pesanti fisicamente, ma più densi di significato, come una parola che hai sentito mille volte e che un giorno capisci davvero per la prima volta.
— L’intero universo, — dissi, — ha collaborato per mettere questo mandarino nella tua mano. Se togliessi anche uno solo di quegli elementi — il sole, la pioggia, i vermi, il contadino, la madre del contadino — questo frutto non esisterebbe. Ogni mandarino è un’assemblea di tutto ciò che non è mandarino.
Lasciai che l’idea lavorasse. Nel silenzio, si sentiva il ronzio delle api nel campo di lavanda dietro di noi e il fruscio del vento tra le foglie del noce sopra di noi, e questi suoni facevano parte del silenzio invece di romperlo, come i mobili fanno parte di una stanza invece di riempirla.
— Adesso, — dissi, — mangiamo.
Sei paia di occhi si accesero. Finalmente.
— Ma, — aggiunsi.
Sei paia di occhi si spensero leggermente.
— Ma mangiamo in un modo particolare. Mangiamo il mandarino, non il pensiero del mandarino. Mangiamo questo mandarino, non tutti i mandarini che abbiamo mangiato nella nostra vita e non tutti quelli che mangeremo. Questo. Qui. Ora.
Mostrai come fare. Presi il mio mandarino e cominciai a sbucciarlo. Lentamente. Non per fare teatro — lentamente perché sbucciare un mandarino è un’attività che merita attenzione. La buccia che si stacca dalla polpa facendo quel suono sottile, quasi inudibile, come un bisbiglio. Lo spruzzo di olio essenziale che si libera dalla buccia e crea una nuvola microscopica, invisibile ma odorosa — i bambini più vicini arricciarono il naso.
— Sentite? — dissi. — Quello è il profumo del mandarino che vi saluta. Prima ancora che lo mangiate, lui si presenta.
Sbucciarono i loro mandarini. Lentamente, perché io andavo lentamente e il mio ritmo era contagioso — lo avevo scoperto alla prima passeggiata, e da allora lo usavo con la naturalezza con cui un musicista usa il tempo: se rallenti tu, rallenta il mondo intorno a te.
Quando tutti ebbero il mandarino sbucciato — nudo, lucido, con quella rete di filamenti bianchi che sono i vasi linfatici del frutto e che i bambini di solito strappano via con impazienza — chiesi di separare uno spicchio.
— Uno solo. Tenetelo tra le dita. Guardatelo.
Lo spicchio di un mandarino, guardato da vicino, è un oggetto di bellezza geometrica stupefacente. Le cellule del succo sono disposte in file parallele, visibili attraverso la membrana trasparente, come minuscole gocce imprigionate in una ragnatela. Ogni cellula contiene succo, e nel succo c’è lo zucchero che il sole ha fabbricato, e l’acqua che la pioggia ha portato, e i minerali che la terra ha offerto. In uno spicchio di mandarino ci sono migliaia di queste cellule. Migliaia di piccoli contenitori del cosmo.
— Adesso, — dissi, — mettete lo spicchio in bocca. Ma non masticate. Tenetelo sulla lingua. Sentite la sua forma. Il suo peso. La sua temperatura. E poi, lentamente, molto lentamente, mordetelo. Una volta sola.
Lo fecero. Vidi il momento in cui il succo si liberò — lo vidi nei loro volti, perché quando mordi uno spicchio di mandarino con piena attenzione e il succo ti inonda la bocca, il volto fa una cosa involontaria: si ammorbidisce. Le sopracciglia si rilassano. La fronte si distende. La bocca, anche se sta masticando, sorride dall’interno. È l’espressione del piacere puro — non il piacere cercato, inseguito, strappato, ma il piacere che arriva quando sei completamente presente a ciò che sta accadendo.
Amina chiuse gli occhi. Sofia fece un suono piccolo, una specie di “mmh” che non era una parola ma era più eloquente di qualsiasi parola. Luca — Luca che al primo giorno teneva le mani in tasca e sembrava non voler essere lì — Luca masticava con una lentezza che non gli avevo mai visto, come se volesse che quel singolo spicchio durasse un’ora.
Mangiammo il resto del mandarino spicchio per spicchio. Non parlai durante il mangiare. Non serviva. Il mandarino parlava da solo. Ogni spicchio era un messaggio — di sole, di pioggia, di terra, di mani, di vento, di api, di tempo — e i bambini lo ricevevano con la bocca, la lingua, il palato, il corpo intero.
Quando finimmo, le mani odoravano di mandarino. Quell’odore che resta sulle dita dopo aver sbucciato un agrume — dolce, pungente, allegro — è uno degli odori più felici che conosca. I bambini si annusavano le dita e ridevano. Anche questa era consapevolezza, anche se nessuno la chiamava così.
— C’era un bambino, — dissi, raccogliendo le bucce e appoggiandole in un mucchietto sull’erba, — che viveva in un monastero molto lontano da qui. Aveva la vostra età, forse un po’ meno. Era un novizio — significa che stava imparando a vivere nel monastero. Un giorno, chiese al suo maestro una domanda molto importante.
— Quale? — chiese Martina.
— Chiese: “Maestro, nella Terra Pura ci sono i mandarini?”
— Cos’è la Terra Pura? — chiese Tommaso.
— È un posto che alcune persone immaginano come il luogo perfetto — un paradiso dove tutto è bello e buono e non c’è sofferenza. Una specie di mondo dei sogni, dove vorresti andare quando la vita è difficile.
— E cosa rispose il maestro?
— Non lo so cosa rispose il maestro. Ma so cosa pensò il bambino dopo aver fatto la domanda. Pensò: “Se nella Terra Pura non ci sono i mandarini, non ci voglio andare.”
Risero. Ma sotto la risata c’era una verità che sentivano anche senza poterla formulare: il paradiso che non contiene le cose semplici e buone di questo mondo — il succo di un frutto, l’odore della pioggia, il calore di una mano — non è un paradiso che vale la pena di cercare. E se questo mondo contiene tutte queste cose — e le contiene — allora forse il paradiso è già qui, ed è questione di accorgersene.
— Quel bambino, — dissi, — diventò un maestro. E per tutta la vita insegnò una cosa sola, in mille modi diversi: che questo momento — questo, non un altro — è il momento meraviglioso. Che questo mandarino — questo, non uno immaginario in un paradiso immaginario — è il mandarino meraviglioso. E che voi — voi, non delle versioni migliorate e perfezionate di voi — siete le persone meravigliose.
Sofia guardò le bucce di mandarino nel mucchietto sull’erba. — E le bucce? — chiese. — Anche quelle sono meravigliose?
— Le bucce torneranno alla terra. La terra le trasformerà. E un giorno diventeranno parte di un altro frutto, su un altro albero, che un altro bambino coglierà in un altro pomeriggio di giugno. Niente si perde. Tutto circola. Il mandarino che avete mangiato adesso è dentro di voi. Domani sarà parte della vostra pelle, dei vostri capelli, dei vostri pensieri. Il sole che era nel mandarino adesso è dentro di voi.
Giacomo si guardò le mani, come per cercare tracce di sole sotto la pelle.
— Non lo vedrai, — dissi. — Ma c’è.
Ci alzammo. Riportai le bucce al frutteto e le posai ai piedi del vecchio albero da cui avevamo colto i frutti — una restituzione, un cerchio che si chiude, o forse che continua. Il pomeriggio stava declinando e la luce aveva quel colore ambrato che viene dopo le quattro, quando il sole non brucia più ma accarezza, e ogni cosa proietta un’ombra lunga e morbida, come un ricordo.

Lungo il cammino verso il cancello della comunità, Martina camminava al mio fianco. Stava in silenzio, il che per Martina era sempre il segno che stava pensando a qualcosa di importante.
— Se il mandarino contiene il sole e la pioggia e i vermi e il contadino, — disse infine, — allora anche io contengo tutte quelle cose? Perché il mandarino adesso è dentro di me.
— Sì.
— E se io contengo il mandarino e il mandarino contiene il sole, allora io contengo il sole?
— Sì.
— E la pioggia?
— Sì.
— E i vermi?
— Anche i vermi.
Rise. Ma era una risata pensierosa, una di quelle risate che coprono lo stupore come un cappello copre la testa — non per nasconderlo, ma per tenerlo al caldo.
— Allora io contengo tutto, — disse.
Non risposi. Non perché non avesse ragione — aveva ragione, aveva perfettamente ragione, aveva detto in quattro parole quello che il mio maestro chiamava inter-essere e che un intero libro non basta a spiegare. Non risposi perché a volte la cosa migliore che un vecchio può fare quando un bambino arriva da solo alla verità è stare zitto e lasciare che la verità si sistemi, come la polvere che si deposita dopo un soffio, come i ciottoli che trovano il loro posto nel letto del fiume.
Martina infilò le mani nelle tasche e camminò un po’ storta, come Tommaso coi suoi ciottoli giganti, perché le bucce di mandarino le pesavano nella tasca della giacca.
— Le hai tenute? — chiesi.
— Hanno un buon odore, — disse. E sorrise, con le dita arancioni e il sole dentro di sé, e con tutto il resto — la pioggia, i vermi, il contadino, la madre del contadino, e la madre della madre del contadino, e tutti gli antenati fino alla prima cellula che si è divisa in due sotto un sole primordiale in un oceano senza nome, miliardi di anni prima che qualcuno inventasse la parola “mandarino” per descrivere questa piccola sfera arancione che contiene, se sai dove guardare, l’intero universo.
Questo mandarino è un ambasciatore del cosmo.
L’intero universo ha collaborato
per metterlo nella tua mano.
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