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Yaël Naim, Solaire: la voce che non urla e per questo ti entra in testa

Yaël Naim è una di quelle artiste che non si sa esattamente dove collocare. Troppo pop per i puristi del jazz, troppo jazz per il pop, troppo francese per il mercato angloamericano, troppo internazionale per essere semplicemente “artista francese”. Il che, ovviamente, è il suo punto di forza.

Solaire

C’è un paradosso al cuore della musica contemporanea più interessante: più si abbassa il volume, più l’ascolto diventa intenso. Yaël Naim lo sa da sempre.
Uscito il 20 febbraio 2026 per la sua etichetta indipendente Mouselephant — nome già tutto un programma, elefante-topo, piccolo e immenso insieme — Solaire è un album che si presenta con la discrezione di chi non ha bisogno di bussare forte per entrare in casa vostra. Entra lo stesso. Anzi, entra meglio.

Yaël Naim è uno di quei casi in cui la biografia vale già da sola come chiave ermeneutica: nata a Parigi nel 1978 da genitori israeliani, cresciuta a Tel Aviv, tornata a Parigi da adulta, pianista, chitarrista, compositrice, arrangitatrice, produttrice. Non è, insomma, il classico prodotto di una factory discografica che vende un’immagine in cerca di musica. È esattamente il contrario: musica che ha trovato un’immagine, quasi per caso, nel 2008 quando New Soul venne scelta da Apple per pubblicizzare il MacBook Air e le streaming views si moltiplicarono come funghi dopo la pioggia. Da quel momento in poi, l’industria la aspettava al varco della popolarità facile. Lei ha educatamente declinato.
Solaire è il settimo album in studio, e arriva dopo una pausa creativa meditata. Interamente autoprodotto e registrato nel suo studio — dettaglio non banale in un’epoca in cui “autoprodotto” spesso significa “fatto in fretta con un laptop e un plug-in di terza scelta” — l’album è invece una dichiarazione di metodo oltre che di stile. Come ha dichiarato la stessa Naim, voleva “libertà completa di esplorare e prendersi il tempo”. E il tempo, in effetti, si sente: non come lentezza, ma come respiro.

La questione della voce


Parliamo di elefante nella stanza, anzi di topo-elefante: la voce di Yaël Naim non è potente nel senso in cui lo intendiamo solitamente. Non ti travolge, non ti schiaccia, non esibisce muscoli. È una voce che sussurra e conversa, che usa la vicinanza al microfono come strumento compositivo, trasformando ogni piccola sfumatura in informazione emotiva. In questo senso appartiene alla stessa galassia di Lana Del Rey, Billie Eilish e — dal versante francofono più aristocratico — Carla Bruni. È la scuola del murmure come potenza, della fragilità costruita, dell’intimità come strategia estetica.
Ma Naim vi aggiunge qualcosa che le altre non hanno in egual misura: una formazione armonica seria, classica e jazz, che la porta a costruire melodie non immediatamente prevedibili. La sua voce non è un ornamento sopra un beat: è parte di un’architettura.

Il disco: dodici stanze, molti linguaggi


Solaire si muove su dodici tracce per quarantadue minuti abbondanti, ed è notevole come non ci sia un brano di riempimento, anche se le canzoni hanno durate molto diverse — dal minuto e quarantaquattro di Free ai quasi dieci minuti di What’s in Your Soul, che da sola vale il prezzo dell’ascolto come esperimento di costruzione lenta, quasi una piccola suite interiore.
Il disco è trilingue: l’inglese convive con il francese di La fille pas cool e Inouïe, e questa scelta linguistica non è cosmesi ma architettura identitaria. Naim non sceglie la lingua in base al mercato ma in base alla canzone. La fille pas cool — che significa grossomodo “la ragazza che non è cool”, con quella dose di autoironia delicata che sarebbe quasi impossibile da rendere in inglese senza perdere qualcosa — è forse il brano che meglio sintetizza il posizionamento dell’artista: dentro alla cultura pop contemporanea ma obliqua rispetto ad essa, come chi entra in una festa elegante con le scarpe sbagliate e ci fa una figura migliore di tutti gli altri.
Le sonorità attraversano il lounge, la bossa nova, la new wave, il chamber pop, con arrangiamenti orchestrali che non schiacchiano mai la voce ma la sostengono come fanno i buoni bassisti: facendosi sentire soprattutto quando non ci sono. Le texture elettroniche sono organiche, non fredde — nel senso che sembrano respirare piuttosto che computare.

Cosa c’è di originale

In un panorama in cui l’originalità si misura spesso in decibel o in provocazioni visive, Naim fa una cosa curiosamente radicale: compone. Compone davvero, nel senso classico del termine, e lo fa tenendo insieme mondi che di solito si guardano in cagnesco — la canzone d’autore francese, il pop anglofono indie, il jazz armonico, l’elettronica ambientale. Il risultato non è un ibrido confuso ma un’ibridazione riuscita, che ha la coerenza di chi non mette insieme le cose per mancanza di scelta ma per eccesso di curiosità.
C’è poi la questione della produzione: Naim si autoproduce da anni, e questo le consente una cura del suono che difficilmente si ottiene quando si deve rendere conto a qualcuno. In Solaire ogni elemento è al suo posto non per convenzione ma per necessità. I silenzi, in particolare, sono costruiti con la stessa attenzione con cui si costruiscono i suoni. È un album che insegna che cosa si può fare con la sottrazione.

E, dunque…

Yaël Naim è una di quelle artiste che il sistema mediatico mainstream non sa esattamente dove collocare, e quindi tende a collocarla ovunque e da nessuna parte. Troppo pop per i puristi del jazz, troppo jazz per il pop, troppo francese per il mercato angloamericano, troppo internazionale per essere semplicemente “artista francese”. Il che, ovviamente, è il suo punto di forza.

Solaire è un disco che merita ascolto in cuffia, possibilmente di notte o all’alba — quelle ore in cui l’orecchio è meno difeso e la musica può fare quello che vuole. Vi avverto: potrebbe essere difficile togliersi dalla testa La fille pas cool. La ragazza che non è cool, è inutile dirlo, è la più cool di tutte.

Yaël Naim, Solaire, Mouselephant, 2026. Disponibile su tutte le piattaforme e in vinile.


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Ennio Martignago
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