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VALE — Il libro che Torino aveva già chiuso nel 2000

VALE, il nuovo polo culturale del Valentino, promette a Torino un “laboratorio permanente di cittadinanza” attorno alla nuova Biblioteca Civica Centrale. Quello che la comunicazione ufficiale non ricorda è che la città aveva già bandito, nel 2000, un concorso per lo stesso identico progetto — poi finito arrotolato in un cassetto. Tra un Borgo Medievale che non è mai stato vero, l’effetto Bilbao e le sue crepe, un Richard Florida pentito della propria teoria e un calendario che apre con tre scrittori celebri ma rimanda al 2027 la programmazione per famiglie, anziani e nuovi cittadini, la storia di VALE è un buon banco di prova per capire come si costruisce, davvero, il nuovo volto di una città.

Come una biblioteca da duecento milioni di euro finì arrotolata in un cassetto, come ventisei anni dopo il Valentino riprova con lo stesso sogno finanziato in un modo che mezza Europa sta già rimettendo in discussione, e come si comporta, calendario alla mano, sul patto tra generazioni che promette di costruire

Il 16 settembre 2026 Torino presenta VALE — sigla che sta per Valentino ma anche, recita il comunicato, per «un’esortazione a non dimenticare il valore della cultura» — con il vocabolario che ormai accompagna ogni grande operazione di rigenerazione urbana in Europa: laboratorio permanente di cittadinanza, welfare culturale, luoghi diversi e funzioni diverse che diventano parte di un unico progetto urbano. Al centro del nuovo polo, che aprirà l’11 dicembre 2026, c’è la Nuova Biblioteca Civica Centrale ricavata nei padiglioni Nervi e Sottsass dell’ex Torino Esposizioni: millequattrocento posti a sedere, la sala di lettura più grande d’Europa, un investimento comunale sopra i cento milioni di fondi complementari al Pnrr a cui si aggiungono sette milioni della Fondazione CRT, ventiquattro della Compagnia di San Paolo per il Borgo Medievale rinnovato, circa cinquanta del Politecnico per il nuovo campus di architettura. Intorno, l’Orto Botanico, il Teatro Nuovo, l’Università, il fiume Po: un intero pezzo di città rimesso in vetrina sotto un unico marchio, presentato — non senza una certa disinvoltura — come il possibile “concorrente” del ventennale Circolo dei Lettori, la cui nuova stagione era stata annunciata appena il giorno prima.

Quello che il comunicato non dice — non perché lo nasconda, ma perché nessun ufficio stampa ha interesse a ricordarlo — è che Torino ha già promesso, in questo esatto luogo, esattamente questo risultato. È un cortocircuito che vale la pena raccontare per intero: prima nella sua genealogia urbanistica, poi — calendario alla mano — nel modo in cui si sta traducendo in appuntamenti reali.

Un sogno che si era già arrotolato una volta

Nel 2000 la città bandì un concorso internazionale per la nuova Biblioteca Civica Centrale, sempre a Torino Esposizioni: centosettantacinque proposte arrivate da tutto il mondo, vinse Mario Bellini con un progetto da duecento milioni di euro completo di due teatri — uno da millecinquecento posti, uno da quattrocento — e un anfiteatro all’aperto da cinquecento. La cifra si rivelò insostenibile e, come ha ricostruito la rivista Domus, del progetto vincitore restarono solo «disegni arrotolati e un sogno che non ha mai visto la luce». Il complesso, già orfano delle Olimpiadi invernali del 2006 che ne avevano fatto per due settimane un centro nevralgico della città e subito dopo un enorme vuoto da riempire, passò i due decenni successivi a fare da terreno di allenamento per tesi di laurea e masterplan del Politecnico — un campus concentrato, un centro della cultura e dell’innovazione, un centro culturale tout court — scenari che si sono succeduti sulla carta senza mai diventare cantiere, mentre il Padiglione Agnelli di Pier Luigi Nervi, una delle più grandi coperture in ferrocemento mai realizzate al mondo, restava lì, a pochi passi dal fiume, a fare da monumento a sé stesso.

Quello che apre adesso, firmato dallo studio del premio Pritzker Rafael Moneo insieme a Isolarchitetti — erede dello storico studio torinese Gabetti & Isola — è dunque almeno la quarta versione dello stesso identico sogno. Cambia il metodo di finanziamento: al posto di un unico ente pubblico che paga e rischia tutto, il conto è oggi spacchettato tra Comune, due fondazioni bancarie, un ateneo e un partner privato per il Borgo — la formula con cui, in tutta Europa, i grandi progetti culturali si finanziano ormai perché nessun singolo attore riesce più a sostenerne il costo da solo.

Un borgo che non è mai stato vero neanche la prima volta

C’è un dettaglio che rende il caso torinese più gustoso di un normale caso di rigenerazione urbana: il Borgo Medievale che la Compagnia di San Paolo si appresta a rifinanziare con ventiquattro milioni di euro non è, e non è mai stato, un vero borgo medievale. Fu costruito nel 1884 per l’Esposizione Generale Italiana come padiglione temporaneo — una ricostruzione fedele ma interamente ex novo di un villaggio piemontese e valdostano del Quattrocento, ideata dall’archeologo Alfredo d’Andrade per durare il tempo di una fiera. Piacque così tanto ai torinesi che una petizione popolare ne impedì la demolizione, e il Comune se lo tenne, trasformandolo in museo civico. La città sta dunque per investire ventiquattro milioni filantropici nel rilancio di un falso storico diventato vero per acclamazione popolare — il genere di rovescio che dovrebbe insegnare qualcosa su come le città costruiscono davvero la propria identità: non recuperando il passato così com’era, ma decidendo quale finzione del passato vale la pena tenere in piedi.

Il modello che l’Europa sta già rimettendo in discussione

VALE non nasce dal nulla: è l’ultima variante italiana di un canone che si è consolidato in tutta Europa da quando il Guggenheim di Bilbao dimostrò, nel 1997, che un singolo edificio-icona firmato da un archistar poteva risollevare le sorti di una città industriale in crisi. Da lì ogni sindaco ha voluto il proprio “effetto Bilbao”, e ogni biblioteca ha smesso di essere un deposito di libri per diventare, sul modello di Oodi a Helsinki — inaugurata nel 2018 per il centenario dell’indipendenza finlandese, novantotto milioni di euro, appena centomila volumi fisici su tre piani pensati soprattutto per fare altro, dai laboratori di stampa 3D al cinema — quello che i suoi stessi architetti chiamano “il salotto di casa” della città. È un modello che funziona nel senso più letterale: Oodi ha superato il milione di visitatori nel primo anno di apertura. Ma è anche un modello che studiosi e osservatori critici, dagli studi accademici sul progressivo “fading away” dell’effetto Bilbao alle inchieste su quella che viene chiamata “state-led gentrification”, rimettono in discussione da almeno un decennio: lo stesso Richard Florida, il teorico della “classe creativa” che ha fornito il canovaccio intellettuale a mezza rigenerazione urbana occidentale, ha finito per ammettere che le sue tre T — tecnologia, talento, tolleranza — producono più facilmente rendita immobiliare per pochi che benessere diffuso per molti. Ad Amburgo gli artisti sono scesi in piazza con un manifesto contro l’uso della cultura come foglia di fico di operazioni immobiliari; altrove si parla, senza troppi giri di parole, di speculazione che si maschera da cultura.

Torino, va detto, non è nuova nemmeno a questo genere di operazione: il Polo del ‘900, inaugurato nel 2015 nei Quartieri Militari juvarriani con la stessa esatta cordata — Comune, Compagnia di San Paolo, Regione — è il precedente diretto di VALE, la prova generale di un metodo che oggi si ripete su scala più grande e con un marchio più curato. Ed è proprio a partire da questo precedente che vale la pena smettere di ragionare per teoria e cominciare a leggere il calendario: è lì, negli appuntamenti già fissati e in quelli ancora assenti, che si vede se un marchio più curato produce anche una sostanza diversa.

Un calendario a due velocità

Prima ancora di avere le pareti, VALE ha già un’agenda. I primi tre appuntamenti del progetto si tengono infatti altrove, da altri, in luoghi che con la biblioteca non hanno nulla a che fare: le Gallerie d’Italia, la Sala Fucine delle OGR, l’auditorium di Reale Mutua. Il 5, il 10 e il 12 novembre 2026 Chiara Valerio rilegge Il nome della rosa, Boosta e Matteo Caccia rileggono Le città invisibili, Paolo Giordano rilegge La biblioteca di Babele: un ciclo che si chiama, non a caso, “La biblioteca immaginaria” — perché per un mese la biblioteca esiste solo nell’immaginazione di chi la racconta, prima ancora di esistere fisicamente.

Da qui in poi il calendario si biforca, e la biforcazione dice più cose del contenuto stesso degli eventi. Da un lato ci sono gli appuntamenti “con il nome”: dopo l’apertura di dicembre, a febbraio 2027 arriva il ciclo “Bosco Civico” — Dacia Maraini il 12, Telmo Pievani il 16, Stefano Mancuso il 25 — e poi, tra aprile e settembre, la lista si allunga fino a diventare un festival dei festival: la Biennale Democrazia userà VALE come “quartier generale” per la sua decima edizione, seguita dal Torino Jazz Festival, dal Salone del Libro, da MITO SettembreMusica. Sono tutti appuntamenti con data, relatore, luogo, comunicato stampa: il genere di programmazione che si progetta con un anno di anticipo perché serve riempire le prime pagine dei giornali culturali e dimostrare, agli occhi di chi ha messo i soldi — Reale Mutua per il triennio, le fondazioni bancarie, gli atenei — che il marchio funziona fin da subito.

Dall’altro lato c’è tutto quello che, nella retorica ufficiale, dovrebbe essere il vero cuore del “laboratorio permanente di cittadinanza”: l’offerta della biblioteca per le scuole nel catalogo Crescere in Città, con sette attività già depositate che vanno dal Braille alla censura letteraria, le iniziative per famiglie del gruppo interno NBC-Rag, i progetti delle associazioni che dovrebbero arrivare tramite l’avviso pubblico per la programmazione culturale. Ed è qui che il documento ufficiale del Comune, con una franchezza che va riconosciuta, ammette che questo secondo calendario “è ancora in costruzione e partirà agli inizi del prossimo anno” — cioè non esiste ancora. Il cortocircuito iniziale si ripete in scala ridotta: la parte del progetto pensata per attirare i grandi nomi ha già dodici mesi di programma; la parte pensata per il quartiere, i nuovi cittadini, le persone anziane, ne ha per ora zero.

Una casa con le stanze già assegnate

Sul piano architettonico, il progetto di Moneo e Isolarchitetti prende sul serio l’idea di un pubblico differenziato per età: la Piazza del padiglione Nervi è pensata per bambini e famiglie, con lo spazio “Crescere insieme”; le Gallerie ospitano fumetti, manga e narrativa per un pubblico più giovane; le Teche sono lo spazio di chi studia o lavora in gruppo; l’Ipogeo custodisce i fondi storici per chi fa ricerca. È una biblioteca disegnata come una città in miniatura, con quartieri diversi per età diverse — e in questo, almeno sulla carta, il modello è più sofisticato di una singola grande sala di lettura uguale per tutti.

Ma la distribuzione delle attenzioni, guardando ai contenuti già annunciati, non è simmetrica. Per la primissima infanzia esiste un format con un nome, un giorno della settimana e un pubblico preciso: “Non ‘sole’ mamme”, pensato per chi ha bambini tra zero e dodici mesi. Per la terza età, invece, il comunicato parla genericamente di “percorsi dedicati alle persone anziane” — nessun nome, nessun format, nessuna cadenza dichiarata. Lo stesso vale per i nuovi cittadini, per cui si annunciano “attività di insegnamento dell’italiano” senza ulteriori dettagli. Non è detto che dietro l’assenza di un nome ci sia l’assenza di un progetto: più probabilmente, chi scrive i comunicati sa che un romanziere premio Strega genera più attenzione mediatica di un corso di italiano per stranieri o di un pomeriggio dedicato agli anziani del quartiere. Ma è proprio questa asimmetria — tra ciò che ha già un nome e ciò che ne aspetta ancora uno — a misurare quanto seriamente un progetto culturale prenda sul serio la parola “cittadinanza” che usa così spesso.

Un’infrastruttura che esisteva già

Vale la pena ricordare che gran parte dell’impalcatura su cui VALE costruisce la propria narrazione transgenerazionale non nasce con VALE — esattamente come, un capitolo più indietro, si è visto per il Polo del ‘900. Il catalogo Crescere in Città, gestito da ITER, compie trent’anni ed esisteva ben prima che qualcuno pensasse a un logo corsivo bianco su fondo nero; le biblioteche civiche torinesi organizzavano già gruppi di lettura, laboratori per bambini, percorsi per persone con disabilità. Quello che VALE aggiunge, per ora, è soprattutto un contenitore fisico più grande e un marchio capace di mettere tutto sotto un’unica narrazione coerente — il che non è di per sé un demerito, ma è bene chiamarlo con il suo nome: non tanto un laboratorio nuovo di cittadinanza, quanto un rebranding, probabilmente riuscito, di pratiche che il servizio pubblico torinese portava avanti da tempo, a cui si somma una manciata di eventi letterari di alto profilo pensati per far parlare i giornali nei mesi in cui il cantiere era ancora chiuso.

Quello che resta da vedere

Nessuno di questi rilievi trasforma VALE in un’operazione sospetta: la biblioteca è vera, sarà gratuita, restituirà alla città un capolavoro di Nervi che per vent’anni ha preso polvere, e il fatto che il finanziamento sia condiviso tra Comune, fondazioni e atenei è semmai il segno di un sistema che ha imparato, faticosamente, a mettere in rete risorse che da sole non basterebbero mai. Ma la retorica del “laboratorio permanente di cittadinanza” merita lo stesso scetticismo metodico che si applicherebbe a un annuncio di segno opposto, e ora ha almeno tre appuntamenti precisi con cui farsi verificare.

Bisognerà vedere, tra un anno, quanti dei millequattrocento posti a sedere saranno davvero occupati da chi il Valentino lo abita ogni giorno e non solo da chi lo visita per un evento firmato Fondazione per la Cultura Torino; se il piano che porterà gli spazi del Politecnico sopra i trecentomila metri quadrati entro il 2030 finirà per far salire gli affitti del quartiere come è già successo altrove in Europa; e se, nella primavera del 2027, il calendario “ancora in costruzione” per famiglie, anziani e nuovi cittadini prenderà davvero forma — o se il patto tra generazioni promesso da Maurizia Rebola resterà un titolo di comunicato stampa invece che un’agenda fatta di nomi, orari e ripetizioni settimanali, l’unica cosa che trasforma una promessa di cittadinanza in un’abitudine condivisa. Per ora Torino ha una data, fine 2026, e un nome che suona come un augurio; il resto, come già una volta nel 2000, rischia di restare arrotolato in un cassetto — o no. Si vedrà a cantiere aperto.


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Ennio Martignago