Estratto
Tre studi economici americani — AEI, Burkhauser-Corinth, Chetty — vengono usati per proclamare che “la mobilità sociale vince” e che i socialisti hanno torto. I dati sono in gran parte solidi; l’uso che se ne fa molto meno. Guida al dubbio metodico simmetrico, tra classe media che sale, ricchezza che si concentra in cima, e un ascensore italiano che è tutta un’altra storia.
Tre studi americani dicono che la mobilità sociale è viva. Il modo in cui li usano dice qualcos’altro
C’è un genere letterario che prospera in ogni epoca di scontro ideologico, ed è la buona notizia usata come clava. Funziona così: si prende un dato incoraggiante, lo si impacchetta come verità definitiva e lo si lancia contro l’avversario politico, preferibilmente con un aggettivo che faccia male. Ultimamente il bersaglio sono i socialisti americani — tornati di moda a sorpresa, tra un sindaco di New York e una generazione di under quaranta che non ha vissuto la Guerra Fredda — e la clava è un pacchetto di tre studi economici che, si dice, dimostrerebbero che il sogno americano gode di ottima salute. Titolo dell’operazione, tradotto dall’inglese con tutta la sua eleganza: la mobilità sociale vince.
Al Franti piace guardare due volte gli argomenti costruiti troppo bene. Non perché i dati siano falsi — vedremo che in gran parte non lo sono affatto — ma perché il salto tra ciò che uno studio misura e ciò che gli si fa dire è quasi sempre il punto in cui qualcuno ti sta vendendo qualcosa. E la regola vale a destra come a sinistra: chi ti porta una statistica già montata su un carro armato retorico ti sta chiedendo di salire sul carro, non di leggere la statistica.
Il trucco più vecchio: guardare chi parla invece di cosa dice

L’argomento apre con una mossa che merita di essere smontata subito, perché è furba e trasversale. I socialisti americani, si osserva, sono più bianchi, più istruiti e più in ascesa sociale dell’operaio mitologico che dicono di rappresentare. Quindi — questa è l’insinuazione — la loro denuncia della disuguaglianza è tanto ipocrita quanto la loro stessa carriera.
È vero che il socialismo americano contemporaneo ha una base sociologica curiosamente laureata. Ma trasformarlo in argomento è il classico attacco all’uomo: se la tesi vale, vale a prescindere da chi la pronuncia; se non vale, non è il conto in banca del sostenitore a farla cadere. E soprattutto è una lama a doppio taglio che lo stesso autore, con notevole candore, si pianta nel piede: nota di sfuggita che pure gli elettori di Trump più “MAGA” sono spesso i più istruiti e benestanti, non gli operai. Delle due l’una: o l’incoerenza tra biografia e ideologia squalifica un movimento, e allora ne restano ben pochi in piedi in tutto lo spettro politico; oppure non squalifica nessuno, ed era solo un modo elegante per cambiare discorso. In entrambi i casi, di mobilità sociale non abbiamo ancora parlato.
Primo studio: la classe media si svuota verso l’alto (ed è quasi vero)

Qui invece si comincia a ragionare. Lo studio di Stephen Rose e Scott Winship, pubblicato dall’American Enterprise Institute — un think tank di orientamento conservatore, cosa che è onesto sapere prima e non dopo — sostiene una cosa contro-intuitiva e in buona parte solida: la classe media americana si è assottigliata, sì, ma soprattutto perché tanta gente è salita, non scesa. Ancorando le fasce di reddito al potere d’acquisto e alla soglia di povertà, e guardando quante persone cambiano fascia in mezzo secolo, emerge che dal 1975 la classe medio-alta è cresciuta dal 10 al 31 per cento, mentre le fasce basse si sono ridotte di circa un terzo.
È un buon promemoria contro il pessimismo automatico, quello per cui “una volta si stava meglio” indipendentemente da qualsiasi numero. Il “si svuota la classe media”, ripetuto come un mantra funebre, descrive male ciò che è successo se una fetta enorme di quel vuoto si è spostata verso l’alto.
Detto questo, ecco dove lo studio finisce e comincia la predica. Rose e Winship misurano il reddito distribuito in fasce fisse. Non misurano la ricchezza, che è tutt’altra bestia e che negli stessi decenni si è concentrata in cima in modo vistoso. Non misurano cosa succede all’uno per cento più ricco, che è precisamente il bersaglio dei socialisti — i quali, per quanto se ne possa pensare, non hanno mai costruito il loro comizio sul destino della classe medio-bassa statistica, ma sull’accumulo ai vertici. Uno studio che dimostra che molti sono saliti di fascia non confuta chi sostiene che, salendo tutti di un piano, la penthouse è diventata nel frattempo dieci volte più grande. Sono due domande diverse. Rispondere brillantemente alla prima e dichiarare chiusa la seconda è il tipo di scorciatoia che al Franti fa drizzare le antenne.
Secondo studio: i poveri prima del welfare (e l’epoca irripetibile)

Il secondo lavoro, di Richard Burkhauser e Kevin Corinth, è tecnicamente il più ambizioso: ricostruisce dati su reddito e povertà tra il 1939 e il 1963, un periodo prima quasi illeggibile, e conclude che la povertà calava — grazie ai redditi da lavoro — a un ritmo pari o superiore a quello degli anni successivi alla Guerra alla Povertà del 1964. Da cui la morale suggerita: forse lo stato sociale moderno ha fatto meno di quanto si creda.
È un contributo serio, e la domanda che solleva è legittima: gli incentivi dei programmi assistenziali contano, e ignorarlo è ideologia quanto negarlo. Ma la conclusione ha un convitato di pietra grande come un continente. Il quarto di secolo prima del 1964 è forse l’irripetibile per antonomasia nella storia economica americana: il dopoguerra, la fabbrica al massimo, i sindacati fortissimi, il GI Bill che spediva milioni di reduci all’università e alla casa di proprietà, un’economia che cresceva come non avrebbe mai più fatto. Attribuire quel calo della povertà all’assenza di welfare, invece che a quella congiuntura, è come dire che una barca andava veloce perché non aveva il motore acceso, dimenticando che c’era l’uragano a spingerla. Il dettaglio più delicato, poi, è quello sui neri d’America che avanzavano economicamente più in fretta prima dei diritti civili: un’affermazione che chiede molta cautela, perché quel “prima” è anche l’America della segregazione, e misurare progressi partendo da un pavimento tenuto artificialmente basso produce percentuali di crescita che ingannano l’occhio. Il dato può essere corretto e la lettura fuorviante allo stesso tempo: è esattamente il territorio in cui il dubbio metodico guadagna lo stipendio.
Terzo studio: il paradosso che l’autore non nota

Il terzo è il più bello, e per un motivo che al Franti strappa un sorriso. Il team di Raj Chetty — l’economista di Harvard che ha reso la mobilità un oggetto misurabile — dimostra che investire in quartieri poveri e ad alta criminalità, riqualificandoli con progetti a reddito misto, migliora causalmente i redditi e il futuro dei bambini che ci crescono. Non correlazione: causa.
Ora, questo studio viene arruolato in un articolo la cui tesi di fondo è che lo stato sociale degli anni Sessanta era contro natura e che le riforme “reaganiane” degli anni Novanta avevano ragione. Peccato che la scoperta di Chetty sia, letta senza occhiali ideologici, una difesa dell’intervento pubblico mirato: se spendere soldi collettivi per rifare un quartiere povero cambia in meglio la vita di chi ci nasce, allora il messaggio non è “lo Stato si tolga di mezzo”, è “lo Stato investa dove serve, e con criterio”. L’autore cita come prova della sua tesi uno studio che, se preso sul serio, la contraddice. Non è malafede: è il potere quasi ipnotico di una conclusione decisa in partenza, che riesce a leggere “investimento pubblico funziona” e archiviarlo sotto “vittoria del libero mercato”. La stessa distorsione di cui accusa i socialisti.
E l’ascensore italiano?
Un lettore da questa parte dell’Atlantico potrebbe seguire tutto il ragionamento e poi chiedersi cosa c’entri con lui, che l’ascensore sociale in Italia lo sente fermo tra i piani da un pezzo. Domanda giusta, e la risposta è istruttiva: i dati sulla mobilità raccontano storie diverse a seconda del paese, e l’Italia è messa davvero peggio della fotografia americana descritta in questi studi. Solo che le ragioni — un mercato del lavoro rigido, la rendita che batte il merito, i figli che ereditano la professione dei padri più che in quasi ogni altro paese ricco — non hanno nulla a che vedere con la sceneggiata “socialisti contro reaganiani” importata da oltreoceano. Prendere una polemica americana e indossarla come fosse nostra è un altro modo di non guardare i propri numeri: comodo, perché ci risparmia lo specchio.
Cosa portarsi a casa senza salire su nessun carro

La conclusione onesta non è né la buona notizia usata come clava né la sua negazione risentita. È più scomoda di entrambe: la mobilità sociale verso l’alto esiste ed è più diffusa di quanto il pessimismo di moda ammetta, e la concentrazione della ricchezza in cima è reale e non viene toccata da nessuno di questi tre studi. Le due cose convivono, e chi ti chiede di sceglierne una sola ti sta chiedendo di tifare, non di capire.
Gli studi seri servono a farsi domande migliori, non a vincere risse. Rose e Winship ci ricordano di non piangere la classe media che in parte è salita di grado. Burkhauser e Corinth ci ricordano che gli incentivi contano e che il welfare mal disegnato può fare danni. Chetty ci ricorda che l’intervento pubblico mirato, quando è fatto bene, funziona. Tre lezioni che non stanno affatto sullo stesso carro armato, per quanto qualcuno le abbia caricate insieme. Il compito del lettore adulto è scendere, guardarle una per una, e diffidare in egual misura di chi gli promette il paradiso collettivo e di chi gli giura che è già arrivato.
Perché l’unica cosa che vince sempre, tra un socialista laureato e un reaganiano che si crede vivo, è la statistica citata a metà.
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