Camion al Sud, cortei al Nord, licei occupati e un governo che sceglie con cura quale protesta temere
Per una settimana l’Italia ha riscoperto una verità che di solito resta sepolta sotto i convegni sulla transizione, sulla logistica intelligente e sulle filiere del futuro: questo paese, per arrivare al supermercato, va ancora a gasolio. Sono bastati i tir fermi al casello di Nola, un varco del porto di Napoli presidiato, i porti siciliani chiusi a tutto tranne che all’ortofrutta, qualche svincolo calabrese e pugliese occupato da camion e trattori, e in pochi giorni gli scaffali hanno cominciato ad assottigliarsi. Nessuno sciopero generale degli ultimi anni ha ottenuto, in così poco tempo, l’attenzione simultanea di tre ministri.
Nello stesso momento, qualche centinaio di chilometri più a nord, l’Italia offriva un’altra rappresentazione di sé. Licei occupati da un capo all’altro della penisola, sulla scia di quanto accade in Francia, con studenti che chiedono soldi per l’edilizia scolastica, contestano il ddl Valditara sull’educazione sesso-affettiva e accusano l’aumento delle spese militari di mangiarsi la spesa sociale. Cortei contro il carovita. E una Milano che il sabato vede una manifestazione autorizzata degenerare dopo la prima carica, e la domenica si ritrova attraversata da migliaia di ragazzi convocati via chat senza che nessuno avesse indetto nulla. Due piazze, due geografie, due grammatiche. Raccontarle come un unico movimento sarebbe una forzatura da editorialista in cerca di titolo; raccontarle come fenomeni che non si parlano sarebbe la forzatura uguale e contraria. La verità sta in un posto più scomodo: sono proteste diverse, a tratti incompatibili, nate dentro lo stesso clima, e il potere — tutto il potere, non solo quello di governo — le tratta in modo molto diverso a seconda di chi c’è in strada.
Il pieno si paga oggi, il rimborso arriva domani
Conviene partire dal Sud, perché lì la meccanica è quasi da manuale. Quando il gasolio sale, un’impresa di autotrasporto ha poche vie d’uscita. Può accettare di guadagnare meno, ed è una strategia che regge solo se l’aumento sembra passeggero. Se la crisi si allunga, l’impresa comincia a tagliare altrove: prima rinvia gli investimenti, poi tocca il lavoro, con contratti non rinnovati e cassa integrazione. E per il padroncino a partita IVA, che è insieme datore di lavoro e dipendente di se stesso, il taglio del costo del lavoro ha un nome più semplice: meno soldi a fine mese.
Il governo qualche misura l’aveva presa, sotto forma di crediti d’imposta. Il problema, prima ancora che di importo, è di calendario. Il distributore vuole i soldi al momento del pieno, la rata del leasing scade ogni mese e gli stipendi pure, mentre il credito arriva con la flemma tipica dello Stato quando deve restituire anziché incassare. È il paradosso dell’aiuto che giunge quando il bisogno si è già trasformato in debito.
Il dolore economico, però, da solo non riempie mai una piazza, e nemmeno una corsia d’autostrada. Perché una protesta raggiunga una massa critica serve anche la sensazione di poter contare qualcosa. Gli autotrasportatori hanno una carta che pochi altri possiedono: in un paese dove le merci viaggiano soprattutto su gomma, fermarsi è già un argomento. Se il camion era diretto alla grande distribuzione, prima si consumano le scorte e poi si svuotano gli scaffali, con un malcontento dei consumatori che qualunque governo sa tradurre al volo in percentuali di voto. Se era diretto a un’impresa, mancano le materie prime, la produzione rallenta e il danno scivola dagli scaffali ai posti di lavoro. Il pastificio La Molisana di Campobasso ha fatto sapere di aver rallentato la produzione, senza fermarla, e di aver dovuto attingere alle scorte. Non un collasso, ma un assaggio.
Prima di farsi un’idea, però, conviene diffidare tanto del titolo sul Sud paralizzato quanto di quello sulla protesta composta e pacifica. Come ha ricostruito Pagella Politica, il codice di autoregolamentazione del 2001 consente il fermo dell’autotrasporto ma non il blocco delle strade, e sul terreno le due cose si sono alternate: il 14 ottobre la Prefettura di Foggia parlava di rallentamenti e non di blocchi, con passaggio garantito alle merci deperibili; due giorni dopo, a Vibo Valentia, la strada verso l’A2 è rimasta chiusa per un paio d’ore. Chi vuole un paese in ginocchio e chi vuole un popolo paziente che si limita a spiegare le proprie ragioni agli automobilisti troveranno entrambi la fotografia adatta. Chi vuole capire dovrà guardarle tutte.
C’è poi un dettaglio che vale più di molte analisi. Una parte consistente dei presidi è nata da comitati spontanei, fuori dalle associazioni di categoria, che a un certo punto hanno avvertito il governo che la situazione stava sfuggendo di mano. Il ministero dei Trasporti ha risposto convocando un tavolo per il 27 ottobre, con le associazioni. Cioè con chi la protesta non l’aveva cominciata. È il vecchio cortocircuito della rappresentanza: le sigle esistono per sedersi ai tavoli, i comitati nascono perché a quei tavoli non si sentivano rappresentati.
Il contadino sussidiato che chiede meno Stato

Gli agricoltori sono arrivati per ragioni simili, con il gasolio agricolo a fare da detonatore, ma con un elenco di lamentele più lungo e più antico, ben raccontato da Angelo Mastrandrea sul Post. Rincarano i fertilizzanti, rincarano persino gli pneumatici dei trattori, effetti a catena del conflitto in Medio Oriente già visibili in primavera. E a costi che salgono corrispondono prezzi che restano fermi, perché, sostengono, i grandi acquirenti hanno abbastanza forza da tenerli bassi, mentre le regole sull’etichettatura permetterebbero a un olio tunisino di presentarsi al consumatore come prodotto italiano. Accanto a tutto questo, la richiesta di meno regole e una diffidenza generica ma tenace verso Roma e Bruxelles.
Qui il paradosso è servito, ed è giusto assaggiarlo senza prenderlo per una prova di malafede: uno dei settori più sussidiati d’Europa chiede meno intervento pubblico. A ben vedere, però, chiede meno regole, non meno aiuti, che è la richiesta più umana del mondo e la meno originale. Pochi giorni dopo, in alcune zone, ai trattori e ai tir si sono aggiunti i fornai: quando il pane entra in una protesta, di solito significa che la protesta ha smesso di essere una vertenza di categoria e ha cominciato a diventare un umore.
Due piazze, due pesi
La risposta delle istituzioni è stata tutt’altro che uniforme, e l’asimmetria non è casuale. La presidente del Consiglio ha concentrato l’attenzione sui disordini del Nord, ricordando che manifestare è un diritto ma devastare le città no, e invitando le opposizioni, che quel sabato erano in piazza a Roma con la CGIL, a prendere le distanze dalle violenze. Più ruvido il ministro della Difesa Guido Crosetto, che su X ha chiesto di identificare chi ha danneggiato negozi e auto e colpito gli agenti, per fargli pagare i danni. Sul Sud i commenti sono arrivati dopo, e con tutt’altro tono: per Giovanni Donzelli le proteste sono legittime, anche se bloccare le strade e lasciare vuoti i supermercati crea disagio; su una linea analoga il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il 20 ottobre Matteo Salvini ha incontrato le associazioni di categoria in prefettura a Milano, auspicando una fine rapida di una situazione che lui stesso ha definito insostenibile.
Non è ipocrisia, è aritmetica. A Milano la piazza ha un profilo più apertamente ostile al governo, spesso trainato da gruppi di sinistra. Sabato 17, come ha ricostruito Annalisa Camilli su Internazionale, il corteo autorizzato contro il carovita, privo dei referenti con cui di solito si tratta, è scivolato negli scontri dopo la prima carica. Domenica 18, senza alcuna manifestazione in calendario, migliaia di ragazzi si sono ritrovati in centro grazie al passaparola sui social, cogliendo impreparata una città che pure era stata sorvegliata con attenzione nei giorni precedenti. Il fermo di un certo numero di “maranza”, etichetta sprezzante che indica i ragazzi in gruppo percepiti come minaccia per la quiete pubblica e che porta con sé un sottinteso etnico raramente dichiarato, ha offerto al governo il palcoscenico ideale per il ruolo che gli riesce meglio: quello dell’ordine. Il decreto anti-violenza annunciato si inserisce in una linea riconoscibile, inaugurata ai tempi del decreto anti-rave, in cui le situazioni percepite come estreme da una larga parte dell’elettorato diventano l’occasione per nuovi provvedimenti di sicurezza.
Va detto con la stessa franchezza in entrambe le direzioni: le vetrine rotte e gli agenti colpiti non sono un’invenzione della propaganda, e un problema reale resta reale anche quando qualcuno lo trasforma in un capitale politico. Ma resta anche un capitale politico. Al Sud, invece, lo stesso copione non funziona. Chi blocca gli svincoli somiglia moltissimo all’elettorato del centrodestra, e anche quando il singolo manifestante vota altrove o non vota affatto, cosa frequente in regioni dall’astensione cronica, le categorie che rappresenta godono di simpatia presso chi una strada non la bloccherebbe mai. Dare del maranza a un agricoltore non si può.
Le opposizioni, del resto, non stanno guardando da lontano. Mentre una parte sfilava con la CGIL, Giuseppe Conte si fermava al presidio dei camionisti di Maddaloni. Tutti vogliono il camionista; nessuno ha ancora spiegato come farebbe scendere il prezzo del gasolio. Con un voto che molti danno per probabile in primavera, in anticipo sulla scadenza naturale della legislatura, e due schieramenti appaiati nei sondaggi, il tir fermo al casello è diventato soprattutto un elettore da corteggiare.
Il fantasma comodo di Mosca
Sullo sfondo, puntuale, è comparsa l’ipotesi dell’ingerenza russa, evocata tra gli altri dallo stesso Crosetto. Stabilire oggi se queste mobilitazioni contengano operazioni di guerra ibrida non è possibile, né per chi lo afferma né per chi lo esclude. Il rischio, però, è evidente: attribuire tutto a Mosca permette di sottovalutare un malcontento senza il quale qualunque propaganda resterebbe un seme su un parcheggio d’asfalto. Nemmeno il fatto che proteste simili attraversino mezza Europa dimostra una regia. Adam Kucharski, epidemiologo alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, nel suoLe regole del contagiomostra come i meccanismi di diffusione valgano anche per i comportamenti sociali, e paesi con economie simili tendono a sviluppare sintomi simili senza bisogno di un burattinaio.
La stessa diffidenza merita però la narrazione opposta, quella del popolo che insorge spontaneo e incontaminato. A Milano si indaga sulle chat da cui sono partite le convocazioni, e spontaneità e organizzazione non sono mai state nemiche: convivono in quasi ogni movimento che la storia ricordi. I due racconti rivali hanno in comune più di quanto ammettano, perché entrambi cercano un autore unico, il Cremlino per gli uni, il Popolo per gli altri, quando la realtà si ostina a produrre opere collettive e un po’ confuse.
Chi può fermare il paese e chi no

Resta il dilemma che i governi europei conoscono bene. Se non rispondono a categorie con un peso elettorale diretto o indiretto, alimentano un malcontento che prima o poi, magari dopo anni, viene incanalato da forze ancora più radicali: è più o meno la storia dell’Europa dalla crisi del 2008 in poi. Se invece cedono a chi paralizza un pezzo di paese, segnalano a chiunque altro che il metodo funziona. Rappresentare gli interessi dei gruppi sociali è il mestiere stesso della politica; il guaio comincia quando quegli interessi si scontrano con la valutazione economica delle politiche. L’agricoltura ne è l’esempio perfetto: un settore poco redditizio e molto sostenuto, per il quale la logica dei numeri suggerirebbe di lasciar uscire dal mercato i piccoli a vantaggio di grandi gruppi efficienti, e la logica del consenso suggerisce esattamente il contrario, soprattutto in tempi come questi.
C’è poi un effetto collaterale di cui si parla poco. Se la mobilitazione diventa lo strumento principale di pressione, vincono le categorie capaci di coordinarsi e di fare danno: chi guida un tir può chiudere un porto, l’impiegato di un call center può al massimo smettere di rispondere, e passerebbero giorni prima che qualcuno se ne accorga. Così i lavoratori dipendenti, spesso i più esposti, vedono il proprio potere contrattuale assottigliarsi insieme ai sindacati che dovrebbero esercitarlo. Si arriva al paradosso per cui la forza negoziale di un gruppo cresce in proporzione al disagio che è in grado di provocare agli altri.
Forse è proprio qui che si capisce cosa sta succedendo. L’inflazione è la miccia, non l’esplosivo. L’esplosivo è la convinzione, condivisa da una fetta larga e trasversale di cittadini, che le istituzioni ascoltino soprattutto chi è già ricco e già grande, che la promessa del domani migliore sia scaduta senza che nessuno avvisasse, che a sacrifici crescenti non corrispondano più ricompense proporzionate. Studenti, camionisti, agricoltori, fornai e ragazzi delle periferie milanesi lo dicono in dialetti diversi e a volte reciprocamente incomprensibili, e ciascuna forza politica sta cercando di tradurre solo quello che le conviene. A chi legge resta il compito più faticoso: ascoltarli tutti senza credere a nessuno dei traduttori. In un paese che viaggia su gomma, chi governa farebbe bene a ricordare che anche la pazienza, a un certo punto, va in riserva.
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