Cerca nel Franti
Hack - Istruzioni per l’uso

I sospetti utili: Sheldrake, Bem, Targ e l’inquisizione metodologica

Tre casi, tre meccanismi di chiusura prematura. Non per riabilitare nessuno, ma per mostrare come “pseudoscienza” sia un verdetto, non un metodo. Ep. finale.

L’Ultrascienza e i suoi Inquisitori — Ep. III

estratto

Rupert Sheldrake, Daryl Bem, Russell Targ: tre ricercatori con curriculum accademici ineccepibili, tre teorie che la categoria “pseudoscienza” ha rimosso dalla discussione prima che la discussione potesse cominciare. Terzo e ultimo episodio della mini-serie de Il Franti sull’ultrascienza e i suoi inquisitori. Non una riabilitazione, ma una domanda metodologica scomoda: il confine tra scienza e ultrascienza sta dove diciamo, o dove ci conviene che stia?

Terza e ultima puntata di una mini-serie


Arrivati all’ultimo episodio conviene dichiarare esplicitamente ciò che questa serie non ha fatto, e non per modestia. Non abbiamo dimostrato che la risonanza morfica esista. Non abbiamo provato che Daryl Bem avesse ragione, né che Russell Targ stesse vedendo davvero il sito nucleare sovietico di Semipalatinsk con la mente. Non abbiamo riabilitato nessuno, né condannato lo scetticismo come metodo. Quello che abbiamo fatto è più semplice e più fastidioso: abbiamo guardato il meccanismo con cui certi argomenti vengono rimossi dalla discussione prima che la discussione possa cominciare. E il meccanismo, come si è visto, è raffinato, documentato e funziona indipendentemente dal merito scientifico della questione trattata.

Adesso guardiamo i tre casi, uno per uno, con lo stesso principio: non per stabilire la verità — questa serie non ha le competenze e non ha l’arroganza di farlo — ma per mostrare come l’etichetta di “pseudoscienza” funzioni da dispositivo di chiusura prematura, e come la proposta di chiamare quegli stessi fenomeni “ultrascienza” non sia un tributo alla credulità ma un invito metodologico a tenere aperta la porta un momento in più.


Sheldrake: il problema non è la risposta, è la domanda

Rupert Sheldrake è un biologo. Non un astrologo, non un sensitivo, non un guru new-age che vende corsi online. Si è laureato a Clare College, Cambridge, ha conseguito il dottorato a Cambridge, ha insegnato a Harvard, ha lavorato come fellow di Clare College per anni. Ha pubblicato su riviste scientifiche tradizionali prima di proporre, nel 1981, l’ipotesi della risonanza morfica: l’idea che la natura abbia memoria, che le forme biologiche e i comportamenti si trasmettano attraverso un campo non materiale — i campi morfici — che connette gli individui di una specie attraverso il tempo e lo spazio.

La risposta della comunità scientifica fu rapida e memorabile. La rivista Nature, che non era un tabloid, pubblicò un editoriale che definì il libro di Sheldrake “il miglior candidato al rogo degli ultimi anni.” Il direttore di Nature scrisse che il pensiero di Sheldrake era adatto non a essere confutato ma a essere eliminato. Non falsificato: eliminato. Popper avrebbe alzato un sopracciglio.

Questa non è storia antica: è il 1981. La stessa rivista che avrebbe dovuto pubblicare articoli basati sul principio della falsificabilità reagiva con il vocabolario dell’Inquisizione, non del metodo scientifico. Il problema di Sheldrake non era — e non è — che la risonanza morfica sia confermata: non lo è, e lo stesso Sheldrake non ha mai smesso di cercare prove sperimentali. Il problema è che l’ipotesi è stata espulsa dalla categoria del “discutibile” prima ancora che il meccanismo di falsificazione potesse attivarsi. Che sia vera o falsa è una domanda aperta. Che sia stata trattata secondo i principi che la scienza ufficiale dichiara propri è una domanda con risposta negativa, e la risposta negativa è documentata nella parola stessa usata da Nature: “rogo.”

La voce Wikipedia su Sheldrake lo identifica come “parapsychology researcher” nella prima frase — sebbene la sua formazione e la sua carriera iniziale fossero di biologia sperimentale convenzionale — e specifica immediatamente che la sua ipotesi principale “lacks mainstream acceptance and has been widely criticized as pseudoscience.” Nessuna delle voci di biologi con teorie minoritarie non paranormali riceve questo trattamento nella prima frase. La categoria viene prima del contenuto. Il verdetto precede il processo.


Bem: il problema del campo minato statistico

Daryl Bem è uno psicologo sociale di Cornell — una delle università più quotate degli Stati Uniti — con una carriera accademica impeccabile e decenni di ricerca sulla teoria dell’auto-percezione ben dentro il mainstream. Nel 2011 pubblica su Journal of Personality and Social Psychology — rivista peer-reviewed di primissima fascia — uno studio intitolato “Feeling the Future” che riporta i risultati di nove esperimenti, condotti su oltre mille soggetti, che mostrerebbero effetti statisticamente significativi di percezione anomala del futuro: precognizione, nei termini del dibattito.

Il paper passa la peer review. È pubblicato. I risultati mostrano effect size medi di 0,29 — modesti ma non trascurabili nella scala della psicologia sperimentale. Bem li aveva raccolti nell’arco di dieci anni. La risposta accademica fu di due tipi, e vale la pena di tenerli distinti perché il confine tra i due è dove si gioca la questione metodologica vera.

Il primo tipo di risposta fu scientifico: repliche degli esperimenti. Galak e colleghi nel 2012 condussero dieci esperimenti con campioni più grandi, incluso uno online con quasi 2.500 soggetti, trovando un effect size medio di 0,04 — statisticamente non distinguibile da zero. Wagenmakers e colleghi pubblicarono nello stesso numero del paper di Bem una critica bayesiana che metteva in discussione la solidità delle inferenze statistiche. Analisi successive hanno identificato nelle procedure di Bem elementi che oggi vengono classificati come “questionable research practices” — p-hacking, flessibilità nell’analisi dei dati — nella terminologia della crisi di riproducibilità che ha investito l’intera psicologia sociale, non solo Bem.

Questo è il dibattito scientifico corretto. È quello che dovrebbe succedere: una ricerca controversa, repliche fallite, analisi critiche della metodologia, revisione dei risultati. Il meccanismo funziona, lentamente e rumorosamente, come sempre nella storia della scienza.

Il secondo tipo di risposta fu di altra natura: il paper di Bem diventò la prova che i criteri di pubblicazione delle riviste peer-reviewed erano rotti, non che la ricerca sui fenomeni anomali meritasse attenzione. La crisi di riproducibilità — che nel 2016 avrebbe portato il 60% dei ricercatori su Nature a dichiarare di non riuscire a replicare lavori altrui — trovò in Bem il suo capro espiatorio ideale. Ciò che avrebbe dovuto essere una conversazione su come la psicologia sperimentale gestisce le anomalie divenne una condanna preventiva di qualsiasi ricerca sui fenomeni psi, indipendentemente dalla qualità metodologica specifica. Bem fu usato per chiudere un campo di ricerca usando come alibi la crisi metodologica di un campo completamente diverso — la psicologia sociale mainstream — che di quella crisi è storicamente la principale vittima.

La voce Wikipedia su Bem e su “Feeling the Future” riflette il secondo tipo di risposta più del primo. Il visitatore occasionale non impara che la questione è aperta e metodologicamente complessa: impara che Bem ha torto, che le repliche hanno fallito, e che il caso è chiuso. La chiusura non è falsa in senso stretto — le repliche hanno effettivamente fallito — ma è selettiva in un modo che non si applica uniformemente a tutti i lavori smentiti della psicologia sociale, categoria numericamente molto più ampia.


Targ: la scomoda genealogia dei finanziatori

Russell Targ è un fisico. Non un parapsicologico autodidatta, non un dilettante del paranormale. Ha una carriera documentata nella ricerca laser — è stato ricercatore alla Lockheed Martin, ha ricevuto premi dalla NASA per contributi in ottica e laser — e nel 1972 entra a far parte dello Stanford Research Institute dove, con il fisico Harold Puthoff, avvia un programma di ricerca sul “remote viewing”: la capacità, pretesa o reale, di percepire bersagli distanti senza informazione sensoriale diretta.

Il programma attrae l’attenzione della CIA. Poi della Defense Intelligence Agency. Poi dell’Army Intelligence. Per ventitré anni — dal 1972 al 1995 — viene finanziato con circa 25 milioni di dollari dai servizi di intelligence americani, con il nome in codice che cambia nel tempo: Gondola Wish, Grill Flame, Center Lane, Sun Streak, Stargate. Nel 1995, dopo la fine della Guerra Fredda, il programma viene declassificato e chiuso. La relazione conclusiva, commissionata dal governo americano all’American Institutes for Research, conclude che i risultati non hanno prodotto intelligence operazionalmente utile.

Qui emerge il paradosso che la categoria “pseudoscienza” rende invisibile. Se la CIA, la DIA e l’Army Intelligence hanno finanziato ventitré anni di ricerche sul remote viewing per 25 milioni di dollari — e nel frattempo i Soviet facevano esattamente lo stesso con i loro programmi analoghi — una di queste due cose deve essere vera: o il remote viewing produceva risultati abbastanza interessanti da giustificare un finanziamento pluridecennale da parte di agenzie di intelligence che non si distinguono per ingenuità; oppure le agenzie di intelligence americane erano, per un quarto di secolo, così credulone da sprecare decine di milioni di dollari in qualcosa che ogni voce Wikipedia identifica come pseudoscienza. Il lettore scelga quale delle due opzioni gli sembra più plausibile.

Il National Research Council americano nel 1988 concluse che gli studi di Targ-Puthoff erano “gravemente difettosi.” Targ ha risposto che quella commissione non aveva mai osservato direttamente gli esperimenti e che la sua valutazione era basata su una lettura selettiva dei documenti. La disputa metodologica non si è mai risolta in modo definitivo — il che è esattamente la condizione che giustifica un giudizio sospeso, non una condanna definitiva.

La voce Wikipedia su Targ lo classifica come pseudoscienziato nella prima schermata. Stargate viene presentato come programma conclusosi con un insuccesso. Il fatto che per ventitré anni il governo degli Stati Uniti abbia ritenuto la ricerca abbastanza promettente da continuare a finanziarla non viene discusso come anomalia epistemologica: viene archiviato sotto la categoria dell’errore istituzionale. Il che potrebbe anche essere la risposta giusta — ma presentarla come risposta definitiva senza aprire la domanda è, ancora una volta, performance di chiusura, non metodo aperto.


Serve scetticismo, ma quale?

Arriviamo all’unica conclusione onesta che questa serie si può permettere, e che è anche l’unica utile al lettore che non cerca rassicurazioni.

Sheldrake, Bem e Targ non sono santi. I loro lavori hanno difetti metodologici reali, identificati da ricercatori seri, in alcuni casi riconosciuti dagli stessi autori. La risonanza morfica non ha ancora trovato un meccanismo fisico plausibile. “Feeling the Future” ha problemi statistici documentati. Il remote viewing non ha mai prodotto un risultato operativo verificabile indipendente. Il dubbio su questi tre casi è metodicamente giustificato.

Ma il dubbio è esattamente quello che l’etichetta “pseudoscienza” impedisce. Etichettare non è dubitare: è concludere. E concludere prima della fine del processo è l’opposto del metodo scientifico, qualunque cosa i guardiani del perimetro dicano su Wikipedia.

Il vero scetticismo — quello che vale la pena di praticare — non è quello che chiude le voci con un avvertimento nella prima riga. È quello che si applica simmetricamente: alle teorie eterodosse, sì, ma anche ai meccanismi attraverso cui si decide cosa è eterodosso; alle fonti che affermano il paranormale, sì, ma anche alle organizzazioni che presidiano la definizione di “pseudoscienza” su un’enciclopedia che alimenta Google, Siri e le intelligenze artificiali usate da miliardi di persone; alle repliche fallite degli esperimenti di Bem, sì, ma anche alla crisi di riproducibilità della psicologia sociale mainstream che ha prodotto decenni di risultati non replicabili senza che nessuna voce Wikipedia avvertisse i lettori nell’intestazione.

La proposta terminologica di questa serie — chiamare “ultrascienza” ciò che l’ortodossia chiama “pseudoscienza” — non è una concessione alla credulità. È un invito a sospendere il verdetto il tempo necessario a guardare meglio. Un tempo che Semmelweis non ebbe, e che ci costò vent’anni di madri morte per febbre puerperale. Un tempo che la deriva dei continenti aspettò quarant’anni, fino alle prove paleomagnetiche. Un tempo che la storia della scienza conosce bene, e che ogni volta è sembrato sprecato ai contemporanei e necessario ai posteri.

Chi decide cos’è scienza? Chi presidia il confine? E soprattutto: il confine sta dove diciamo, o sta dove ci conviene che stia?

Queste non sono domande retoriche. Sono le domande che il lettore colto dovrebbe portarsi a casa, senza risposta preconfezionata — perché l’unica risposta onesta è che la risposta non è ancora scritta, e che chiunque pretenda di averla già in tasca merita, esattamente, il nostro più metodico scetticismo.


Fine della mini-serie “L’Ultrascienza e i suoi Inquisitori”
Ep. I — La voce che decide cos’è scienza
Ep. II — Guerrilla Skepticism: lo scetticismo come operazione
Ep. III — I sospetti utili: Sheldrake, Bem, Targ e l’inquisizione metodologica



Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago