Chi decide cos'è scienza su Wikipedia
Prima puntata di una mini-serie in tre episodi
estratto
C’è una pagina che milioni di persone consultano ogni giorno per sapere se quello in cui credono è reale o è fuffa. Si chiama “Pseudoscienza” e vive su Wikipedia. Il problema non è la definizione: è chi l’ha scritta, perché così, e soprattutto chi ha deciso — attraverso quali meccanismi editoriali, quale struttura di potere, quale mandato ideologico dichiarato o non dichiarato — che quello fosse il punto di arrivo. Primo episodio di una mini-serie sull’ultrascienza e i suoi inquisitori digitali.
Su Wikipedia la parola “Pseudoscienza” esiste in quasi tutte le lingue del pianeta, e sulla versione italiana apre con una definizione tranquillizzante: una pseudoscienza è un insieme di pratiche o credenze che pretende di essere scienza senza soddisfarne i criteri. Fin qui tutto bene. Il problema non è la definizione. Il problema è chi l’ha scritta, perché l’ha scritta così, e soprattutto chi ha deciso — e come — che quello fosse il punto di arrivo e non il punto di partenza.
Partiamo da un dato che non richiede congetture: la ricerca accademica sulla struttura editoriale di Wikipedia ha stabilito, con studi convergenti tra il 2005 e il 2017, che circa l’1% degli editor produce tra il 77% e l’80% di tutto il contenuto della piattaforma. Una ricerca dell’Università di Purdue, analizzando 250 milioni di edit nei primi dieci anni del sito, ha confermato che approssimativamente 1.300 persone generano tre quarti dei nuovi articoli pubblicati ogni giorno. Un ulteriore studio del 2009 ha calcolato che quell’1% di editor più attivi — quelli che superano i mille edit al mese — produce il 55% di tutti gli interventi. Wikipedia, insomma, non è la democrazia della conoscenza che il suo mito fondativo racconta: è un’oligarchia editoriale con regole di accesso sofisticate, gerarchie di anzianità e poteri di veto distribuiti in modo estremamente asimmetrico. Questo non è un difetto: è una struttura. Ma è una struttura che conta, eccome, quando si tratta di decidere se la risonanza morfica è scienza o ciarpame.
Il tribunale che non si chiama tribunale
Nel 2006, il Comitato di Arbitrato di Wikipedia — l’organo decisionale di ultima istanza sulla versione inglese, che influenza per osmosi tutte le altre — emise una serie di deliberazioni che ancora oggi regolano il modo in cui le voci “scientificamente sensibili” vengono gestite. L’ArbCom Pseudoscience case, come viene chiamato nelle talk page, non stabilì direttamente i contenuti delle voci: questo sarebbe stato incostituzionale rispetto alle regole interne, che vietano esplicitamente al Comitato di dettare policy sui contenuti. Stabilì invece qualcosa di più sottile e più duraturo: le condizioni operative entro cui quegli articoli potevano essere modificati. Sanzioni discrezionali, possibilità di restrizioni accelerate per chi “persistesse” nell’inserire materiale considerato fringe, un sistema di allerta predisposto sulle talk page delle voci coinvolte.
Il template che ne derivò — ancora oggi visibile in cima alle pagine di discussione di decine di argomenti etichettati come controversi — recita, nella sua versione attuale, che quella pagina rientra nell’area soggetta a “discretionary sanctions”. Tradotto in lingua comune: chi edita in modo contrario al consenso stabilito può essere sanzionato in modo accelerato, senza necessità delle procedure ordinarie. Il consenso, naturalmente, lo definisce chi è già dentro.
La policy che opera concretamente su queste voci si chiama WP:FRINGE — Fringe Theories — e stabilisce che le teorie “ai margini” debbano essere presentate in proporzione al loro accoglimento da parte delle “fonti affidabili” (WP:RS, Reliable Sources). Le fonti affidabili sono, nella pratica, le riviste peer-reviewed ad alto impact factor, i libri di testo universitari, le agenzie di stampa consolidate. Tutto il resto è fringe, e il fringe riceve spazio proporzionale alla sua marginalità — il che significa, nella logica circolare del sistema, che rimane marginale perché riceve poco spazio, e riceve poco spazio perché è marginale. La circolarità non è un bug: è il meccanismo.
Semmelweis non aveva un account Wikipedia
Conviene fermarsi un momento su quella parola — “pseudoscienza” — prima di accettarla come categoria neutrale. Karl Popper, che è il principale santo protettore di chi la usa, aveva costruito il suo criterio di demarcazione come strumento epistemologico, non come etichetta sociale. Una teoria è scientifica se ammette la possibilità di essere falsificata da un’osservazione; non lo è se si adatta a qualsiasi risultato come i sistemi chiusi. L’astrologia, l’omeopatia nella sua versione più estrema: esempi classici. Fin qui il modello funziona con eleganza scolastica. Ma Popper stesso non avrebbe mai immaginato di affidarne l’applicazione pratica a un sistema di editing collaborativo governato da gerarchie di anzianità e deliberazioni di comitati anonimi.
La storia della scienza, nel frattempo, conserva una collezione imbarazzante di casi in cui il verdetto di “pseudoscienza” — o il suo equivalente pre-wikipediano — fu applicato a osservazioni che si rivelarono corrette. Ignaz Semmelweis, medico ungherese a Vienna, osservò nel 1847 un fatto brutale nella sua semplicità: nella sala parto gestita dai medici che transitavano dalle autopsie, la mortalità per febbre puerperale sfiorava il 18-30%. In quella affidata alle levatrici, che non toccavano cadaveri, restava sotto il 3%. Impose il lavaggio delle mani con soluzione di cloro: la mortalità crollò sotto il 2%. La risposta della comunità scientifica fu la derisione, l’ostracismo professionale, le recensioni feroci al suo libro del 1861, e infine l’internamento in manicomio, dove morì nel 1865. Vent’anni dopo, con Pasteur, le sue osservazioni divennero igiene elementare. Quello che oggi insegniamo alle scuole dell’obbligo era, nel 1850, abbastanza eretico da distruggere una carriera e una vita.
La deriva dei continenti subì lo stesso trattamento fino agli anni Sessanta, quando le prove paleomagnetiche la trasformarono in tettonica a zolle e tutti i geologi che l’avevano derise si convertirono in silenzio. La fusione fredda, annunciata nel 1989 e immediatamente bollata con carriere distrutte e fondi tagliati, continua a generare anomalie energetiche in laboratori indipendenti che il mainstream liquida come “trappola reputazionale” — il che è un modo elegante per dire che è meglio non guardarci, perché se guardassi e trovassi qualcosa, avresti un problema. L’epigenetica, nelle sue estensioni più radicali sull’ereditarietà transgenerazionale, viene accolta con il freno a mano tirato: il nucleo molecolare è scienza consolidata, ma chi spinge sulle implicazioni sociali o terapeutiche rischia di trovarsi sull’orlo del territorio fringe, dove le voci Wikipedia sono presidiate in modo più vigile.
Ultrascienza: una proposta terminologica
È in questo contesto che la parola “pseudoscienza” comincia a sembrare quello che probabilmente è sempre stata: non una categoria epistemologica, ma una sentenza di tribunale. Un verdetto che arriva prima del processo, incorporato nel nome. Se chiami qualcosa “pseudo-qualcosa” hai già deciso che è una simulazione, che mima senza essere. Non stai descrivendo: stai condannando.
Proponiamo qui un cambio terminologico che non è cosmesi linguistica ma spostamento di prospettiva. Chiamiamola ultrascienza — sul modello dell’Übermensch nietzscheano, che non nega l’uomo ma lo attraversa e lo eccede — oppure, con Baudrillard come bussola, iperscienza: quel dominio in cui le teorie vivono una realtà piena e coerente dentro il loro universo di riferimento — i modelli matematici, le riviste specializzate, le conferenze tra addetti — mentre fuori, nel mondo grezzo dei corpi e dei fatti refrattari, quella stessa realtà si rivela parziale, incompiuta, o semplicemente non ancora verificata.
Il vantaggio non è solo retorico. “Ultrascienza” non liquida: sospende il giudizio. Non dice che la risonanza morfica è vera o falsa; dice che si trova oltre il perimetro che le istituzioni attuali riconoscono come proprio — che quel perimetro, storicamente, si è spostato più volte, e che il suo spostamento è sempre stato preceduto da un periodo in cui chi stava fuori veniva chiamato con parole peggiorative. Semmelweis non era un pseudoscienziato: era un ultrascienziato espulso dall’iperrealtà della medicina viennese del 1850.
Il termine “pseudoscienza”, d’altro canto, non è mai neutro su Wikipedia: è un marcatore che attiva meccanismi editoriali precisi. Una volta che una voce è classificata come “pseudoscienza” — categoria distinta da “generalmente considerata pseudoscienza”, “scienza questionabile” e “formulazioni teoriche alternative”, secondo la tassonomia che emerge dalle delibere ArbCom — il suo trattamento editoriale cambia. Le fonti che la supportano vengono pesate diversamente. Gli editor che insistono a inserirle si trovano in territorio di sanzioni discrezionali. Il consenso è già stato costruito prima che iniziasse la discussione.

La voce di Wikipedia su Rupert Sheldrake
Per osservare questo meccanismo in azione senza bisogno di teorie, basta aprire la voce Wikipedia dedicata a Rupert Sheldrake — biologo, già ricercatore a Cambridge, poi autore di ipotesi sulla risonanza morfica e la telepatia che lo hanno trasformato in uno dei casi di studio più interessanti sul funzionamento del gatekeeping epistemologico digitale.
La prima frase della voce inglese lo identifica come “parapsychology researcher” e specifica immediatamente che la sua ipotesi principale “lacks mainstream acceptance and has been widely criticized as pseudoscience”. Sheldrake stesso, sulla pagina del proprio sito dedicata al “Wikipedia problem”, ha descritto la situazione con il vocabolario militare che il contesto sembra suggerire: “un commando di scettici ha catturato la mia pagina Wikipedia” nell’estate del 2013, “riscrivendo la mia biografia con quanto più bias negativo possibile, fino al punto della diffamazione.” La talk page della voce — l’area di discussione pubblica tra editor — mostra in cima un avvertimento che è già di per sé un documento: “Un’obiezione comune dei nuovi arrivati è che l’articolo presenta il lavoro di Sheldrake in una luce non simpatetica.” Detto altrimenti: se hai appena letto la voce e pensi che sia di parte, il problema sei tu, non la voce.
Il punto non è stabilire qui se Sheldrake abbia ragione o torto sulla risonanza morfica. Il punto è che il meccanismo di costruzione del consenso editoriale su Wikipedia presenta una struttura identica a quella che ha prodotto l’ostracismo di Semmelweis — con la differenza che oggi il manicomio è virtuale, e si chiama “topic ban”.
Chi controlla i controllori
Ed è qui che entra in scena una figura che merita un episodio a sé — e lo avrà — ma che vale nominare già ora per mostrare la coerenza del sistema. Susan Gerbic è una fotografa di Salinas, California, nata nel 1962, che nel 2010 ha fondato il progetto Guerrilla Skepticism on Wikipedia (GSoW). È fellow del Committee for Skeptical Inquiry — il CSI, ex CSICOP, l’organizzazione che pubblica lo Skeptical Inquirer — e ha ricevuto nel 2017 il premio della James Randi Foundation. Il suo progetto, come lei stessa ha dichiarato pubblicamente in decine di interventi, ha un mandato esplicito: “migliorare i contenuti scientifici e scettici su Wikipedia in tutte le lingue possibili.” In undici anni di attività, il gruppo ha prodotto, secondo i propri dati, oltre 2.000 articoli che hanno raccolto complessivamente più di 100 milioni di visualizzazioni.
La domanda che il metodo Franti impone non è se gli scettici abbiano torto in quanto scettici. La domanda è strutturale: un’organizzazione con un’agenda esplicita — promuovere lo scetticismo scientifico — che opera sistematicamente su un’enciclopedia presentata al pubblico come neutrale, sta esercitando un’influenza editoriale o sta semplicemente “migliorando i contenuti”? La risposta non è binaria. Ma il fatto che la domanda debba essere posta è già, di per sé, una risposta parziale.
Wikipedia non è una fonte: è un dispositivo di costruzione del senso comune. Quando il motore di ricerca restituisce una voce Wikipedia come primo risultato — il che accade nella stragrande maggioranza delle query informative — quella voce non informa l’utente: lo inquadra. Gli fornisce le categorie con cui pensare, i termini con cui parlarne, i confini entro cui il dubbio è ammesso e oltre i quali diventa irrazionale. “Pseudoscienza” è una di quelle categorie. Non descrive: performa. E il fatto che la stia scrivendo chi ha già deciso cosa è scienza non è una preoccupazione cospirazionista — è il funzionamento documentato, verificabile, studiato da ricercatori accademici, di una piattaforma che ha ridefinito l’accesso alla conoscenza per miliardi di persone.
La domanda con cui lasciare aperto questo primo episodio non è “Wikipedia mente?”. È più sottile, e più difficile: chi controlla i controllori che controllano i controllori? E soprattutto — chi decide che il controllo sia finito?
Il prossimo episodio: Guerrilla Skepticism on Wikipedia — lo scetticismo come operazione organizzata, il confine di interesse tra militanza e neutralità, e il paradosso di chi combatte i dogmi con un dogma.
Note per NotebookLM / podcast:
Il testo è strutturato in cinque sezioni autonome con ritmo narrativo progressivo. Apertura problematica → dati strutturali → storia epistemologica → proposta terminologica → caso concreto (Sheldrake) → aggancio al prossimo episodio (Gerbic/GSoW). Adatto a lettura drammatizzata con pausa dopo ogni sezione. Nessun elenco puntato nel corpo: testo fluido e podcast-friendly.
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