Ovvero: perché 1.154 miliardi di tonnellate di cemento pesano esattamente quanto la perdita del gioco
«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.» Matteo dice questo nel sesto capitolo, al versetto 26, e a chi lo legge nel 2026 viene da pensare che si tratti di un lusso da epoca pre-industriale, un consiglio per pastori che non avevano mutui da pagare. Eppure quel versetto, letto con gli occhi della geofisica e della filosofia contemporanea, contiene una delle diagnosi più radicali mai formulate sulla condizione umana: la specie che ha deciso di seminare, mietere e raccogliere in granai non si è limitata a nutrirsi — ha sepolto il pianeta sotto il peso della propria ansia di controllo.

Questa è la storia di quel peso. E della possibilità, remota ma non del tutto assurda, che esista un’alternativa che non sia né il ritorno alla caverna né la fuga su Marte.
I. Quando il cemento superò la vita
Nel dicembre 2020, Emily Elhacham, Ron Milo e colleghi del Weizmann Institute of Science pubblicarono suNatureuno studio che avrebbe dovuto togliere il sonno a chiunque lo leggesse. Non lo fece, naturalmente — eravamo tutti troppo occupati a discutere di mascherine. Lo studio dimostrava che la massa antropogenica — tutto ciò che l’uomo ha costruito, fabbricato, estratto e accumulato — aveva raggiunto circa 1.100 miliardi di tonnellate (1,1 teratonnellate), superando per la prima volta nella storia del pianeta la biomassa totale di tutti gli esseri viventi.
Ripetiamo, perché il dato merita la seconda lettura: gli oggetti morti pesano più di tutto ciò che è vivo.
All’inizio del Novecento, la massa artificiale era appena il 3% della biomassa. Da allora raddoppia ogni vent’anni. Al ritmo attuale di circa 30 gigatonnellate l’anno — ogni essere umano produce settimanalmente più del proprio peso corporeo in materia inerte — le proiezioni indicano che entro il 2040 l’antropomassa triplicherà il peso di tutto ciò che respira, fiorisce, nuota o vola. Il solo cemento, con le sue 550 gigatonnellate circa, rappresenta la metà del totale. La plastica pesa il doppio di tutti gli animali del pianeta messi insieme. E l’umanità stessa? Lo 0,01% della biomassa vivente. Una specie che non pesa quasi nulla ha prodotto una tecnosfera che schiaccia tutto il resto.
Elhacham offrì ai giornalisti una battuta che meriterebbe di essere scolpita sul frontone di qualche ministero: «Stiamo andando oltre il confronto tra mele e arance — ormai confrontiamo mele e telefoni cellulari.» Ma i dati del Weizmann Institute sono, se possibile, conservativi. Jan Zalasiewicz e Peter Haff avevano già stimato nel 2016 che la tecnosfera — includendo rifiuti, scarti e terra rimaneggiata — pesa circa 30.000 miliardi di tonnellate, equivalenti a oltre 50 chilogrammi per ogni metro quadrato della superficie terrestre. L’Homo sapiens, che si è attribuito da solo l’aggettivo «sapiens», ha ricoperto il pianeta di una crosta artificiale più pesante della biosfera che lo sostiene.

E la Terra, con la flemma dei sistemi complessi, ha iniziato a rispondere.
II. Il pianeta che affonda sotto le sue città
Tom Parsons, dell’USGS, ha dimostrato che la sola massa degli edifici della Baia di San Francisco — circa 1,6 miliardi di tonnellate metriche — ha causato fino a 80 millimetri di subsidenza. New York sprofonda di 1-2 millimetri l’anno, con i grattacieli di Lower Manhattan e Midtown che premono su argille e terreni di riporto. Giacarta è affondata di oltre due metri in vent’anni, costringendo l’Indonesia a trasferire la capitale. Le città iraniane sprofondano di 25 centimetri l’anno per il pompaggio delle falde. Quasi 1.600 grandi città nel mondo hanno almeno il 50% di probabilità di subsidenza significativa.
Ma il peso non si limita a far sprofondare le città: le fa tremare. La sismicità stimolata — quella provocata o innescata dall’attività umana — è documentata in oltre 70 siti nel mondo. Il caso di Caviaga, nel Lodigiano, offre un paradosso istruttivo: nel 1951, un terremoto di magnitudo 5.39 colpì un’area considerata «notoriamente asismica», proprio dove si estraeva gas naturale. Ma al momento della scossa era stato estratto solo il 4% del volume totale del giacimento. Perché la sismicità non è aumentata linearmente con l’incremento massiccio dei volumi estratti nei decenni successivi? Perché la Terra non è una macchina deterministica: è un sistema complesso dove l’intervento umano può innescare risposte imprevedibili, rendendo la stabilità degli insediamenti tecnologici intrinsecamente precaria.
Il campo di Groningen, nei Paesi Bassi, ha insegnato qualcosa di ancora più inquietante: non conta solo quanto si estrae, ma a che velocità. Tassi elevati di variazione dello stress producono molti piccoli terremoti ma inibiscono i grandi eventi; tassi lenti permettono all’energia di accumularsi su faglie più ampie, aumentando il rischio di catastrofi. Come se il pianeta avesse la propria economia — e noi stessimo giocando al casinò con le regole sbagliate.
La stessa rotazione terrestre partecipa a questa danza: le variazioni della durata del giorno (LOD) di pochi millisecondi per decade agiscono come un metronomo cosmico che sincronizza il rilascio di energia sismica su scala globale. Esiste un ritardo di fase: il picco dell’attività sismica segue di circa cinque anni la decelerazione rotazionale. Le proiezioni indicano un incremento della pericolosità tettonica per il decennio 2030, con particolare attenzione all’area caraibica. Ma l’IPCC non include la dinamica rotazionale nei propri modelli climatici — un vuoto che dovrebbe far riflettere chiunque sia convinto che «la scienza» parli con voce unica e definitiva.
Sette dei nove confini planetari sono stati superati, secondo l’aggiornamento 2025 dello Stockholm Resilience Centre. L’Earth Overshoot Day 2025 cade il 24 luglio: l’umanità consuma le risorse naturali 1,8 volte più velocemente di quanto gli ecosistemi riescano a rigenerarle. Mathis Wackernagel, del Global Footprint Network, lo ha detto con la chiarezza che i burocrati non si possono permettere: «L’overshoot non può durare. Finirà o per scelta deliberata o per disastro subìto.»
III. Caino costruì la prima città
Qui il lettore potrebbe aspettarsi la solita invocazione alla transizione ecologica, con tanto di pannelli solari e auto elettriche. Si sbaglia. Perché la questione non è tecnica — è teologica. E lo è dall’inizio.

Jacques Ellul, teologo riformato e sociologo della tecnica, leggeva il quarto capitolo della Genesi come il racconto fondativo della civiltà estrattiva. «La prima volta che la Bibbia parla chiaramente di tecnica», scriveva, «è a proposito di Caino. I tre discendenti di Caino sono: colui che allevò greggi, colui che fece musica, e colui che forgiò strumenti di ferro e bronzo — tre tecniche. La Bibbia ci dice precisamente che le tecniche sono cominciate lì.» InSans feu ni lieu(tradotto comeThe Meaning of the City), Ellul elaborava: Caino, dopo l’omicidio, fa due cose per rendere sopportabile la propria maledizione — conosce sua moglie e costruisce una città. All’Eden di Dio sostituisce il proprio. La città non è un contenitore neutro: è un progetto di autonomia radicale dal divino, una contro-creazione fondata sul controllo anziché sulla comunione.

E la tesi centrale sulla tecnica, quella che nessun ottimista tecnologico ha mai confutato seriamente: «La tecnica non si evolve perché è utile all’umanità. Si evolve perché è possibile.» L’antropomassa che raddoppia ogni vent’anni non è il risultato di una scelta razionale — è l’espressione di un sistema autonomo che produce se stesso. Ellul proponeva in risposta un’éthique de la non-puissance— un’etica della non-potenza, che è esattamente il contrario di ciò che ogni governo, azienda e università del pianeta insegna ai propri giovani.
Ma il passaggio più radicale riguarda il lavoro nell’Eden: «Lavoro senza necessità (Adamo non sarebbe morto di fame se avesse smesso di lavorare), lavoro senza finalità, senza produzione. Non era lavoro per accumulare un surplus, per guadagnarsi da vivere, per produrre: era lavoro per nulla.» Lavoro per nulla. Ovvero: gioco.
IV. Pesanteur et grâce: il peso e la grazia
Simone Weil, che di leggerezza non aveva nulla — si lasciò morire di fame a trentaquattro anni per solidarietà con chi soffriva nell’Europa occupata — offre l’architettura metafisica di questo discorso. La sua distinzione fondamentale è trapesanteur(gravità, peso) egrâce(grazia): «Tutti i movimenti naturali dell’anima sono retti da leggi analoghe a quelle della gravità materiale. La grazia sola fa eccezione.»
La connessione con l’antropomassa è quasi letterale. I 1.100 miliardi di tonnellate di cemento, asfalto e metallo sono lapesanteurdivenuta geologia. La forza che tira verso il basso — accumulare, costruire, controllare, possedere — non è un difetto dell’economia: è la legge fondamentale dell’anima non redenta. La grazia, per Weil, opera in direzione opposta: non per aggiungere ma per togliere, non per riempire ma per svuotare. Il suo concetto didécréation— acconsentire per amore a cessare di essere qualcosa affinché Dio torni a essere tutto — è il correlato spirituale esatto della decrescita. Non distruzione, ma un dis-fare consapevole, un alleggerimento ontologico.
E la sua definizione di attenzione, che contiene l’intero argomento: «L’attenzione, portata al suo grado più alto, è la stessa cosa della preghiera.» Non concentrazione produttiva, non focus da manager: attenzione come vuoto ricettivo, come disponibilità a lasciarsi attraversare dall’altro. Byung-Chul Han, nel suo recentissimoSprechen über Gott(2025), confessa che Weil «si è trasferita dentro di me, si è installata nella mia anima», e ne adotta il concetto di attenzione-preghiera per diagnosticare la crisi contemporanea: «La crisi odierna della religione non è semplicemente riconducibile al fatto che determinati contenuti di fede hanno perso validità… Alla base c’è il declino dell’attenzione.» Non abbiamo smesso di credere: abbiamo smesso di prestare attenzione.
DaL’Enracinement: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana.» E le cause più potenti dello sradicamento sono la conquista e l’influenza del denaro. Non occorre essere marxisti per riconoscere che 30 gigatonnellate l’anno di materia inerte sono la traduzione fisica di uno sradicamento planetario.
V. Fratello Sole, Sorella Morte: l’ecologia che non abbiamo capito
IlCantico delle Creature— il primo testo letterario in lingua italiana con autore noto, composto ottocento anni fa da un uomo quasi cieco e malato — non è un inno bucolico alla natura. È una fratellanza ontologica che include Sorella Morte corporale, «da la quale nullu homo uiuente pò skappare». Non c’è sentimentalismo: c’è una parentela radicale con il creato che passa attraverso la mortalità condivisa.
La povertà francescana —sine proprio, senza nulla di proprio — non era deprivazione ma liberazione. Francesco lo disse con una chiarezza che nessun economista della decrescita ha eguagliato: «Se avessimo dei possedimenti, avremmo bisogno di armi e leggi per difenderli.» L’implicazione politica è diretta e devastante: l’accumulo necessita la violenza. Non la causa, lanecessita. Le 1.100 gigatonnellate di cemento non si difendono da sole: richiedono eserciti, polizie, brevetti, confini, muri. E altri muri per difendere i muri.

Qui si innesta la promessa abramitica — Genesi 22,17: «Io ti benedirò e renderò la tua discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare.» Walter Brueggemann ha identificato in questa promessa la confutazione teologica di quello che chiama il «mito della scarsità» — la convinzione demoniaca che non ce n’è abbastanza, che bisogna accaparrare, che il gioco è a somma zero. La promessa di Dio è esorbitante, gratuita, non misurabile: è una teologia dell’abbondanza contro il postulato estrattivo che le risorse vadano conquistate. Le stelle e la sabbia non si possiedono. Si contemplano.
E lo Shabbat — il più antico dispositivo legislativo di decrescita della storia. Ogni sette anni i campi restano incolti, i debiti si cancellano. Ogni cinquant’anni, nel Giubileo, tutte le terre tornano ai proprietari originari, tutti gli schiavi sono liberati. Il principio sottostante: la terra appartiene a Dio, gli umani ne sono custodi temporanei. Brueggemann ha scritto: «Nel nostro contesto contemporaneo della corsa ansiosa del topo, la celebrazione dello Shabbat è un atto di resistenza e di alternativa. È resistenza perché è un’insistenza visibile sul fatto che le nostre vite non sono definite dalla produzione e dal consumo di beni.»
VI. La civiltà nasce e si dispiega come gioco
«Se non cambiate e non diventate come bambini, non entrerete nel regno dei cieli.» Matteo 18,3. La tradizione esegetica ha interpretato questo versetto in mille modi, quasi tutti moralistici. Ma esiste una lettura più radicale — e più allegra.
Johan Huizinga, storico olandese, pubblicòHomo Ludensnel 1938, alla vigilia della catastrofe. La sua tesi invertiva la gerarchia convenzionale: «La civiltà nasce e si dispiega nel gioco e come gioco.» Non è la cultura che produce il gioco; è il gioco che produce la cultura. Il gioco è libero, è fuori dalla vita «ordinaria», è delimitato nel tempo e nello spazio, crea il proprio ordine, e — questo è il punto cruciale — non è connesso ad alcun interesse materiale. Il gioco è gratuito. Come la grazia.
Huizinga scriveva nell’ombra del nazismo, e il suo libro era un atto di resistenza. Attaccò Carl Schmitt per nome — il «giurista della corona» del Terzo Reich che riduceva tutta la politica alla distinzione amico-nemico, l’antitesi dello spirito del gioco. Quando il nemico viene disumanizzato, la guerra cessa di essere anche gioco degradato e diventa pura distruzione. L’ultimo capitolo diagnosticava la modernità con precisione devastante: «La civiltà non viene più giocata, e persino dove sembra ancora giocare, si tratta di falso gioco.» Ciò che ha sostituito il gioco autentico è ilpuerilismo— il comportamento di una comunità la cui condotta è più immatura di quanto le sue facoltà intellettuali giustificherebbero. (Si pensi ai social media e si troverà una descrizione perfetta, con ottant’anni di anticipo.)
L’aforisma che contiene l’intero argomento: «Potete negare, se volete, quasi tutte le astrazioni: la giustizia, la bellezza, la verità, la bontà, lo spirito, Dio. Potete negare la serietà. Ma non il gioco.»
Roger Caillois, vent’anni dopo, inLes jeux et les hommes(1958), distinse quattro forme del gioco:agôn(competizione),alea(caso),mimicry(simulazione),ilinx(vertigine — quella che chiamava «panico voluttuoso»). Il gioco si «corrompe» quando il confine tra gioco e realtà si dissolve: l’agôn corrotto diventa «guerre e competizione economica sfrenata che diviene letale o nociva per la maggior parte dei membri della società». Trentadue gigatonnellate di cemento l’anno sono agôn corrotto — competizione divenuta geologia.
Ma è Giorgio Agamben, nell’Elogio della profanazione(2005), a fornire la teoria più radicale — e in italiano. Nel diritto romano, profanare significa «restituire al libero uso degli uomini» ciò che era stato separato nella sfera del sacro. Il gioco è lo strumento principale di questa restituzione. «Come la religione non più osservata, ma giocata, apre la porta dell’uso, così le potenze dell’economia, del diritto e della politica, disattivate in gioco, diventano la porta di una nuova felicità.»
Ma la diagnosi di Agamben è cupa: «Il gioco come organo della profanazione è ovunque in decadenza.» Il capitalismo ha reso tutto sacro — cioè separato dall’uso comune — creando «l’assolutamente Improfanabile». Eppure i bambini restano gli agenti della resistenza. Trasformano automobili, armi e contratti legali in giocattoli, manifestando «una nuova dimensione dell’uso, che bambini e filosofi consegnano all’umanità». E la frase che chiude il cerchio: «Nessuna attenzione regge il confronto con quella del bambino che gioca.» L’attenzione del bambino che gioca è la stessa attenzione che Weil chiamava preghiera. Lo stesso stato che il Cristo del Vangelo indicava come condizione d’accesso al regno.
Il compito politico, per Agamben, è chiaro: «La profanazione dell’improfanabile è il compito politico della generazione che viene.» In termini meno eleganti: restituire all’uso comune ciò che il sistema ha reso intoccabile — a partire dal tempo, dal corpo, dalla terra.

VII. La società della prestazione e l’anima che non prega più
Byung-Chul Han chiude il cerchio con la precisione di un orologiaio. La sua tesi centrale: siamo passati dalla società disciplinare di Foucault allaLeistungsgesellschaft, la società della prestazione. Il paradosso che dovrebbe essere stampato su ogni diploma di laurea: «La lamentela del depresso — “Niente è possibile” — può verificarsi solo in una società che pensa “Niente è impossibile.” Il depresso è stato ferito dalla guerra interiorizzata.»
Il soggetto della prestazione è simultaneamente carnefice e vittima: «Oggi ciascuno è un lavoratore auto-sfruttante nella propria impresa. Persino la lotta di classe si è trasformata in una lotta interiore contro se stessi.» La libertà stessa genera coercizione: «La libertà del Potere genera ancora più costrizione del Dovere disciplinare.» E la formula che vale un trattato: «Il like è l’amen digitale.»
InLa scomparsa dei rituali(2020), Han offre la definizione che connette gioco, teologia e resistenza: «I rituali sono per il tempo ciò che una casa è per lo spazio. Rendono il tempo abitabile.» E la sua lettura dello Shabbat, citando il commentatore Rashi sulla Genesi: «Dopo i sei giorni della creazione, cosa mancava ancora all’universo? Lamenuchah(il riposo). Venne lo Shabbat, venne lamenuchah, e l’universo fu completo.» Dio non riposa il settimo giorno per riprendersi dalla fatica: il riposo è la sua natura. L’universo era incompleto finché non ha smesso di lavorare.
InVita contemplativa(2022): «Lo scopo ultimo di ogni impresa umana è l’inattività.» E: «Senza momenti di pausa o esitazione, l’agire degenera in azione e reazione cieche. Se perdiamo la capacità di essere inattivi, cominciamo ad assomigliare a macchine che semplicemente funzionano.» Il tempo libero sotto il capitalismo è tempo morto: «Poiché serve allo scopo di rimettersi dal lavoro, resta legato alla logica del lavoro.» Non è riposo: è manutenzione della forza-lavoro.
Han vive senza smartphone, coltiva un giardino segreto a Berlino. Ha ricevuto nel 2025 il Premio Principessa delle Asturie per la Comunicazione e le Scienze Umane. Papa Francesco lo ha citato nell’enciclicaDilexit nos(2024). Il suo ultimo libro,Sprechen über Gott, è un dialogo con Simone Weil. Il cerchio si chiude dove si era aperto: l’attenzione è preghiera, il gioco è profanazione, il riposo è compimento della creazione.
VIII. L’equazione nascosta

Il filo che attraversa tutti questi pensatori — dal Vangelo di Matteo a un filosofo coreano-tedesco che non ha il telefono — è un’equazione che nessuno ha il coraggio di formulare apertamente:il peso del mondo è il peso della serietà.
Le 1.100 miliardi di tonnellate di cemento, asfalto, metallo e plastica sono la manifestazione fisica di ciò che Weil chiamavapesanteur, Han chiamaLeistung, Ellul chiamavala Technique, Huizinga diagnosticava come morte dell’elemento ludico nella civiltà. Le 30 gigatonnellate prodotte ogni anno non sono solo un dato geologico: sono un sintomo spirituale. La Terra sprofonda sotto le città perché la civiltà ha dimenticato come si gioca.
Il contro-movimento ha fondamenti teologici, filosofici e — ormai — scientifici. Gli uccelli del cielo (Matteo 6,26), i bambini del regno (Matteo 18,3), le stelle di Abramo (Genesi 22,17), il Fratello Sole e la Sorella Morte di Francesco, ladécréationdi Weil, la convivialità di Illich, la profanazione di Agamben, il cerchio magico di Huizinga, lamenuchahdi Han — tutti indicano la stessa inversione: leggerezza contro peso, gioco contro estrazione, attenzione contro produzione, dono contro merce.
La decrescita non è un programma economico: è una disciplina spirituale. E lo Shabbat non è un giorno di riposo: è il compimento della creazione.
Restava una cosa sola da fare, dopo sei giorni in cui il mondo era stato riempito di luce, acqua, terra, piante, animali e umani. Fermarsi. Giocare. Pregare — che, come ci hanno insegnato Weil e un bambino qualunque con un bastoncino e una pozzanghera, sono la stessa cosa.
Il futuro — se ne avremo uno — non apparterrà a chi costruisce più in fretta, ma a chi smette per primo. Non a chi accumula le stelle di Abramo in un portafoglio, ma a chi impara finalmente a contarle senza possederle, sdraiato nell’erba, leggero come un uccello che non ha mai avuto bisogno di un granaio.
Citazione:
- «Potete negare quasi tutte le astrazioni: la giustizia, la bellezza, la verità, Dio. Potete negare la serietà. Ma non il gioco.» — Huizinga, 1938. Oggi il pianeta pesa più del vivente. E noi abbiamo smesso di giocare.
- 1.154 miliardi di tonnellate di cemento. 0 grammi di gioco. Il pianeta affonda. Forse è ora di diventare bambini.
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