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estratto
Mettiamo subito da parte la tentazione che rovinerebbe tutto: non c’è, in cima a tutto questo, un gran regista che conosce i trend e li governa. Non lo sappiamo e ipotizzarlo sposta la discussione dal fatto al fantasma. Toglierlo non indebolisce l’argomento, lo indurisce — perché la cosa davvero inquietante è che non serve nessun burattinaio: basta un tavolo con le regole scritte in modo che le perdite, comunque cada la mano, finiscano sempre nello stesso verso. E il tavolo ha mosse datate: Caracas e il suo petrolio nel gennaio 2026, il mais che trent’anni fa svuotò le campagne messicane e ne fece uscire insieme il migrante e il sicario, il denaro della droga lavato nelle grandi banche, le armi che partono dalle nostre fabbriche verso i fuochi da cui poi arrivano i profughi. Rimesso in fila, tutto questo mostra una forma sola: ogni popolo è insieme padrone e prigioniero della propria terra — padrone sulla carta, con bandiera e confine, prigioniero nei fatti, perché le decisioni che contano si prendono a un tavolo dove non ha una sedia. In America il conto si paga nel fentanyl; in Europa in una moneta più silenziosa — cede l’autonomia politica, e con essa la cultura, retrocessa a souvenir che ti lasciano tenere proprio perché non tocca più nessuna leva. E mentre cede, le si racconta che è colpa dell’ultimo arrivato: la rabbia del feltro scaricata sul feltro, mentre la sedia vuota in cima non viene nemmeno guardata. L’episodio conclusivo della suite Colonia si chiude su un tavolo verde in una sala deserta, il feltro disegnato come una mappa di popoli, e una domanda sola: un feltro può, una volta, alzare la testa e chiedere una sedia?
Come un tavolo da gioco costruito altrove rende ogni popolo insieme padrone e prigioniero della propria terra — e perché la cultura è la prima cosa a cedere
Episodio conclusivo della suite «Colonia». Il pezzo madre finiva con una domanda: non chi ci colonizza, ma a chi conviene che lo crediamo. Qui la portiamo alla sua conseguenza più larga, e più fredda.
Mettiamo subito da parte la tentazione che rovinerebbe tutto, e mettiamola da parte non per prudenza ma per rigore. Non c’è, in cima a tutto questo, qualcuno che conosce i trend e li governa — un gran regista, un consiglio segreto, una testa unica da nominare. Non lo sappiamo, non possiamo saperlo, e soprattutto ipotizzarlo lascia pochissimo di interessante da dire, perché sposta la discussione dal fatto al fantasma. Toglierlo, allora, non indebolisce l’argomento: lo indurisce. Perché la cosa davvero inquietante è che non serve nessun burattinaio. Basta un tavolo con le regole scritte in modo che le perdite, comunque cada la mano, finiscano sempre nello stesso verso. Un tavolo così non ha bisogno di un padrone che sappia: gli basta di esistere.
E il tavolo, guardato da vicino, non è una metafora vaga. Ha mosse datate. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno colpito Caracas, catturato il presidente del Venezuela e annunciato che ne “gestiranno” il paese controllandone in gran parte il petrolio — le maggiori riserve accertate del pianeta — con la guerra alla droga come biglietto d’ingresso e il greggio come vero spettacolo. In Messico lo stesso apparato lavora con un gioco diverso: trent’anni fa il libero scambio rovesciò sui contadini il mais sussidiato del vicino e da quella terra svuotata uscirono insieme il migrante e il sicario; il denaro della droga rientra poi, lavato, nelle grandi banche — multe da miliardi, nessuno in cella — mentre in senso inverso, sullo stesso confine, scorre il fiume di ferro delle armi che arma i cartelli. L’Iran porta la cicatrice più antica, un colpo di Stato per il petrolio nel 1953, e vive oggi stretto tra la propria teocrazia e un assedio di sanzioni che gli ha polverizzato il ceto medio, dove ogni giro di vite esterno rinforza i falchi interni che di quell’assedio fanno la scusa. Il Libano è lo Stato confessionale già collassato, il carico di profughi più alto al mondo per abitante. La Giordania è la monarchia-cuscinetto tenuta in vita apposta per assorbire gli sfollati altrui. E le armi che alimentano metà di questi fuochi partono anche dalle nostre fabbriche europee, così che il profugo che sbarca e la fattura degli armamenti che è partita hanno, spesso, lo stesso indirizzo di ritorno.
Rimetti in fila tutto questo e vedi la forma che unisce casi lontanissimi: ciascuno di questi popoli è, nello stesso momento, padrone e prigioniero della propria terra. Padrone sulla carta — ha una bandiera, un confine, un seggio all’ONU, un inno. Prigioniero nei fatti — perché le decisioni che contano sulla sua terra si prendono a un tavolo dove lui non ha una sedia. Possiede il territorio e non ne governa il destino; firma la sovranità e obbedisce agli andamenti. È la condizione dello zombie di cui parlavamo, portata su scala di nazione: il corpo resta in piedi, vota, consuma, esporta, ma le leve vere sono altrove, in mani che non rispondono a nessuno dei suoi elettori. E non è un popolo a farlo a un altro. Il salariato del paese che sembra vincere è seduto sulla stessa panca dell’operaio del paese che sembra perdere: entrambi guardano il tavolo dal basso. Nessuno dei due gioca. Sono il feltro su cui il gioco poggia.
Ed è qui che l’Europa entra con la sua faccia particolare, diversa da quella americana. In America il tavolo si vede nel fentanyl, centomila morti l’anno, la carne che paga il conto — un veleno che da noi, per ora, non è quasi arrivato. In Europa il conto si paga altrove, in una moneta più silenziosa: cede l’autonomia politica, e con essa, prima di tutto, cede la cultura. Le decisioni che riguardano i popoli europei si prendono sempre più fuori dai popoli europei, dentro andamenti geopolitici generali a cui bisogna semplicemente adeguarsi; e la cultura che resta, in un continente che ha smesso di decidere di sé, diventa cultura residuale — quella che si può ancora coltivare proprio perché non tocca più nessuna leva. Non è che la cultura europea decada per stanchezza o per colpa di chi arriva da fuori. Decade perché è stata retrocessa a ornamento: quando non decidi più niente di sostanziale sul tuo territorio, ciò che chiami identità è il souvenir che ti lasciano tenere. Cede perché è stata disegnata per cedere. E la beffa più esatta è che, mentre cede per questa ragione, le viene raccontato che cede per colpa del migrante — cioè per colpa dell’altro pezzo di feltro, l’ultimo arrivato al fondo del tavolo. Così la rabbia del feltro si scarica sul feltro, e la sedia vuota in cima non viene nemmeno guardata.
Perché questa è la mossa migliore del tavolo, quella che regge tutto senza bisogno del regista che abbiamo tolto: convincere chi sta sotto che il nemico è il vicino di panca. La cura che oggi in Europa si vende in fretta — chiudere, respingere, rinforzare il corpo contro il contagio — è esattamente questo, la collera puntata orizzontalmente, tra chi paga, mentre il piano su cui si decide resta un piano più alto e mai nominato. È il capovolgimento che chiude l’intera suite: la diagnosi della colonizzazione da dentro è vera nel sintomo — sì, la terra è governata da fuori, sì, l’autonomia cede — e falsa nel colpevole, perché indica sempre l’ultimo arrivato invece del tavolo. E indicare l’ultimo arrivato è precisamente ciò che al tavolo conviene, perché tiene lo sguardo lontano dal solo punto da cui si potrebbe cambiare qualcosa: le regole di ciò che al tavolo è lecito giocare.

Non c’è, anche stavolta, una soluzione da consegnare come una ricetta, e sarebbe disonesto fingerla. C’è solo la distinzione che decide dove metti le mani. Se credi al regista, cerchi la testa e la tagli, e la sedia si riempie di nuovo. Se credi al puro caso, non fai niente, perché non c’è niente da fare. Ma se vedi il tavolo — regole scritte perché la casa vinca sempre, giocatori che si scannano davvero e tutti incassano sul feltro — allora sai che l’unica mossa concessa a chi è il feltro non è trovare una sedia, che non c’è, né odiare il vicino di panca, che è feltro come te. È pretendere di riscrivere ciò che al tavolo è lecito: l’opacità, la mobilità senza vincoli del capitale, l’arbitrato che mette il vincitore al riparo dalla legge che intrappola te. Chiedere, in una parola, una regola sola per tutti — la stessa che nel pezzo madre non vendeva nessuno, perché è l’unica che costa qualcosa a chi siede al tavolo.
Resta l’immagine, ed è la più fredda di tutta la suite. Un tavolo verde in una sala vuota. Nessun giocatore in vista, eppure le carte sono già distribuite e le fiches impilate. Il feltro è una mappa: sopra ci sono disegnati i popoli, e su di loro si gioca. La domanda con cui la suite si congeda non è più nemmeno a chi conviene che ci crediamo. È più semplice e più dura: un feltro può, una volta sola, alzare la testa e chiedere una sedia? Non lo sappiamo. Ma il primo che ti giura che è impossibile — che è tutto destino, che nessuno decide, che è inutile persino provarci — sta bluffando con la faccia da poker di chi, a quel tavolo, una sedia ce l’ha.

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