Chiaraaccende il fuoco sotto la pentolae comincia a preparare la minestra.Milano brucia.
Gli studenti manifestanoper laPalestina, per la scuola, per il gusto di manifestare.
D’altra parte è autunno, tempo di occupazioni, il momento in cui i ragazzi tornano sensibili a temi internazionali prima di rimetterli in un cassetto per11mesi.
Ai miei tempi si manifestava controBerlusconi. Indietro nel tempo si è manifestato per iCurdi, per ilVietnam, per l’amore libero.
I giovani manifestano da sempre, il significato profondo di quel manifestare, però, glielo dannogli adulti e i telegiornalimentre nelle occupazioni si gioca a scala quaranta. E’ un rito, un gioco sociale e non posso prendermela conDorotease anch’ella vuole prendere parte al gioco dell’occupazione, all’inversione dei ruoli, all’autogestione della scuola. Non posso perché è un gioco socialmente accettato. Non posso perché25anni fa c’ero io.
Berlusconiera capo del governo e noi occupammo il Liceo Scientifico per 1 mese. Un mese di assemblee noiosissime, gestite da un paio di coglioni che urlavano slogan con un megafono gracchiante, un mese di partite a carte, un mese di“hai visto bellina quella della quarta B?”, un mese di sospensione dei doveri a vantaggio dell’arte, della messinscena, del divertimento.
A me non mi hanno mai lasciato dormire a scuola i miei: non ho perso la verginità in una fredda classe di un Liceo del centro, ma ricordo comunque grandi emozioni, mattinate di picchetti, discussioni sui giornali interni, proiezioni di film, tornei di calcetto, bigliettini bugiardi che parlavano di amori eterni e concorsi di fotografia.
Sono passati25anni. Venticinque anni.
Mio padre, malato già allora, è morto e io ho disperso le sue ceneri nell’Arno. Mia madre è anziana.
Ho preso due lauree. Ho lavorato all’estero. Ho cambiato diversi ospedali dove ho sempre esercitato la professione medica con passione. Mi sono licenziato. Ho sfiorato più volteil senso della vitasenza mai coglierlo davvero. Mi sono sposato un paio di volte. Ho cenato con nobili e con muratori albanesi. Ho trascorso serate a chiacchiera con due demoni. Ho piantato alcuni alberi e preso un cane. Ho deciso di vivere in campagna per avvicinarmi allaNatura.
Venticinque anni non si riassumono in poche righe.
Milano bruciae la minestra è pronta.
Chiara, mia moglie, vuole cheDoroteale veda le immagini diMilano: le devastazioni.
Io ho voluto spiegare a Dorotea una cosa che ho compreso dopo i40anni: quell’illusione di specialità che ci inganna tutti è una tremenda cazzata. Non sono loro i primi a contestare il sistema (sebbene in modo adolescenziale). Meno di un mese fa le ho fatto vedere un documentario sulG8di
Genova, la contestazione di quegli anni, i no-logo, ben più credibili di ragazzi schiavi dei social di oggi, la violenza di allora dei Black Block, Carlo Giuliani, Bolzaneto, la Diaz.
Eppure i ragazzi di oggi si sentono diversi, migliori, capaci di cambiare un mondo che fatalmente piano piano ha cambiato tutti noi.
Qualcosa però è rimasta uguale ad allora: io sono rimasto no logo, sono sempre innamorato degli ultimi, mia moglie ha una maglietta del mercato e il sole tramonta sulla nostra panda che dimostra tutti i suoi20anni. Nemmeno lei è più adolescente.
Doroteasicuramente ci vede sconfitti e pensa che tocchi a loro finire quello che noi non abbiamo saputo fare. Ha quella sana illusione di avere in pugno il mondo, quella folle idea di poter orientare la politica internazionale con l’occupazione di un Liceo di periferia.
Ci parlo ma evito di disilluderla troppo perché gli adolescenti non accettano le brutte verità.Milano bruciae un giornalista di una rete infame rimanda in loop immagini di violenti che saccheggiano i negozi.
La folla è folle, è quella diRenzo dei Promessi Sposi, è quella dei black block.
E’ l’ebbrezza di scoprirsi parte di un gruppo forte e non controllabile, onnipotenti.Chiarami dice che è il finale diJokere, in effetti, le immagini sono quelle anche se la voce del giornalista è molto più brutta del finale del film.
Io non vedo nessuna logica in quella devastazione, non ci vedo niente di utile, niente di costruttivo. Non vedo eroismo piuttosto vigliaccheria ed egoismo. Vedo ragazzini ignoranti che devastano perché sono arrabbiati e non sanno gestire le loro emozioni, ragazzini ignoranti che rubano perché sono schiavi dell’apparenza.
Li vedo quando il giorno dopo, fermati in questura, isolati dal gruppo, piangono senza pudore dimostrando l’assenza di qualsivoglia scopo o ideale. Vedo i loro genitori, operai, vergognarsi difronte alle telecamere e penso all’umiliazione che devono passare quei genitori. Avessi fatto io quella roba mio padre avrebbe chiesto per me una punizione esemplare e mi avrebbe massacrato di botte.
Qualche ragazzino fa il duro anche difronte alla questura, qualche genitore lo difende dimostrando quanto questa società sia eterogenea e fragile.
Penso che le forze dell’ordine potrebbero e dovrebbero sedare questa roba prima che degeneri e penso che farlo o non farlo abbia implicazioni di carattere politico.
Faccio, dentro di me, il gioco del perché. Mi chiedo che senso abbia una folla che affianca gli studenti per fare casino. Mi chiedo se ci sia un mandante, se ci sia un progetto o solo il gusto del caos.
Doroteali condanna ma vedo i suoi occhi brillare come è comprensibile che accada ad un adolescente che vede il potere all’angolo.
E’Milanoun individuo il cuiEsha messo in scacco ilSuper Io. E’ un individuo che ha perso l’equilibrio e in quanto tale è uno spettacolo penoso.
Venticinque anni possono spengere ogni brivido.

Marco scrive“ignorare la realtà non la rende meno urgente”.Mi ricorda che chi oggi fa devastazioni non ha bandiera, non vota perché non ha 18 anni. Scrive di una piazza“che non conosciamo e che si muove con logiche aliene”. Poi, siccome conosce il gioco del perché si chiede cosa abbia innescato questa roba.
Io la derubrico a malessere economico e ignoranza.
Ci pensaEmilio,l’oss delle sale operatorie che è cresciuto aNapolia riportare le cose al loro posto.
Lo vedo, lo abbraccio perché si vede che è un uomo che ha vissuto. Ha l’intelligenza umana e la perspicacia di chi è cresciuto sgomitando nella merda senza cedere mai alla seduzione dell’illegalità.
E’ grande e grosso e grosso è il suo cuore e la sua disponibilità.
Si capisce che è un capitale umano che non ha avuto le stesse possibilità di altri, ben più mediocri di lui.
Commentiamo rapidamente la notizia:Milano brucia.
Gli dico che le logiche delle folle sono diverse da quelle del singolo, che la folla è un organismo a sé.
Mi guardia, fa una smorfia.
E secco mi chiede:“tu saresti entrato a rubare fossi stato li in mezzo? “No.
Nemmeno io.Eppure da ragazzo non avevo la tuta Nike perché mio padre, quando ero bambino, era malato e mia madre non avrebbe mai speso tanto. Mi mancava il bomber, non avevo le scarpe di marca e comunque le portavo finchè non si bucavano sopra. Come mi vergognavo della tuta di cotone con le toppe sulle ginocchia. Un anno fui costretto a mettere quella che mi regalò la parrocchia con scritto sopra“frati calasanziani”. Mi vergognavo e alcuni stronzi, figli di papà, mi dileggiavano.
Emiliodeve aver vissuto privazioni anche peggiori. Venticinque anni fa noi giocavamo a fare gli adulti, pensavamo di cambiare il mondo giocando a carte, fumando, immaginando di fare politica. Ci ripenso a quella tuta di merda che i miei mi costringevano a mettermi addosso nell’ora di ginnastica e non mi basta nemmeno più la giustificazione economica per la devastazione di oggi.
Noi avevamo la stessa fame di quei maranza che hanno messo a ferro e fuocoMilano.
Mai vista la neve fino a30anni, mai andato all’estero fino a26. Una sola volta al cinema fino ai18anni. Avevamo le stesse mancanze di quei delinquenti diMilanoma avevamo altri valori.
Milano brucia. Fuori c’è un tramonto infuocato.
Io eChiaralo guardiamo felici. Sappiamo di essere liberi. Abbiamo addosso una tuta con le toppe sulle ginocchia.
Senza vergogna questa volta.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



