La stanza dei computer ci ha inclusi. Prepariamo richieste, correggiamo risposte e chiamiamo tutto questo conversazione. Ma attenzione, perché mentre pensiamo di guidare le macchine, stiamo in realtà perforando il nostro metodo di pensiero. Il confine tra strumento e sistema non è più tracciato, si è dissolto.
L’interfaccia del divano
Interno notte, o forse giorno, non fa differenza. Siamo lì, stravaccati sul divano o seduti alla scrivania, lo sguardo fisso sullo schermo, mentre smanettiamo con la tastiera e scriviamo a uno degli assistenti che lo smartphone, il nostro computer invisibile, rende disponibili con un tocco. Abbiamo una domanda e sappiamo esattamente come muoverci. Abbiamo capito che una domanda non basta. Aggiungiamo il contesto, suggeriamo, correggiamo il tono. Orientiamo la risposta verso ciò che ci serve attraverso la gestione del prompt, la richiesta scritta con cui istruiamo la macchina. Mentre scriviamo, sentiamo di avere il controllo sul processo. Quando la risposta finale è pronta, siamo soddisfatti: abbiamo guidato una macchina a fare qualcosa per noi.
Ma è proprio questo a rendere il nostro pensiero un servizio invisibile. Il contesto, i criteri e il controllo li abbiamo forniti noi. Abbiamo programmato un computer, se seppur inconsapevolmente, nella lingua che usiamo ogni giorno, senza imparare alcun codice: sullo schermo non è scorsa nessuna serie infinita di simboli e numeri. Abbiamo semplicemente reso il senso del nostro pensiero leggibile alla logica di chi ha progettato il sistema.
La stanza dei computer, il centro meccanografico, non ha più confini e ci ha inclusi. Ci sentiamo esperti, ma in fondo siamo operatori meccanografici.
Il reparto senza porta
Un tempo, neanche poi lontano, avremmo chiesto a qualcuno di un reparto informatico di fare per noi alcune cose; in tempi più antichi qualcuno avrebbe perforato per noi una scheda, che poi avrebbe eseguito quanto richiesto e dato i risultati attesi. Oggi, con gli ultimi programmi disponibili sui nostri dispositivi, anche quelli che abbiamo al polso o che alcuni portano come anelli, il passaggio è avvenuto non per rottura, ma per assorbimento.
Il reparto non ha più una porta, ma lo raggiungiamo dallo smartphone, un oggetto così integrato nella nostra quotidianità da aver smesso di sembrare una macchina per diventare in alcuni casi un’estensione dei nostri sensi.
La sua interfaccia usa le parole che conosciamo già: per entrarci non serve una tessera da strisciare all’ingresso di un luogo riservato a pochi.
Dobbiamo però imparare a rendere espliciti contesto, vincoli e criteri, perché il sistema possa produrre qualcosa che ci serva.
La distanza zero tra ciò che desideriamo e ciò che possiamo ottenere si è realizzata fino a farci credere di diventare esperti di materie sconosciute, o ancora più esperti di quanto già siamo.
E già qui sta creando una dipendenza, ma è così sottile sfugge.
Il campanello all’ora prevista
Il primo, il più eclatante, avvenne con il commercio elettronico: seduti comodi scegliamo, e ci arriva direttamente a casa ciò che desideriamo, basta pagare ovviamente.
Zero interazioni con persone che vogliono convincerci di qualcosa, zero code alla cassa o per provare, nessun “perdere tempo” a capire, sappiamo tutto: la scheda è chiara e ci hanno già detto molto i venditori più o meno occulti, i testimonial di un tempo, oggi con un nome più aderente ai tempi: gli influencer, chi orienta gli acquisti dai social. Eppure, il venditore in carne e ossa, il più delle volte, proponeva scelte oneste.
Tutto a portata di un clic, il potere in un dito che pigia un bottone virtuale. Facciamo una richiesta e otteniamo una risposta, con estrema comodità e facilità. Niente parcheggi, traffico e altro: egoisticamente evitiamo tutto ciò, la logistica non è un nostro problema, l’importante è che il campanello suoni all’ora prevista, secondo le istruzioni che abbiamo dato.
Compilare, confrontare, scegliere, seguire la spedizione, gestire il reso: lavoro che prima faceva il negozio, e che abbiamo preso in carico chiamandolo comodità.
Lo stesso è accaduto in banca. Lo sportello è stato tolto e la responsabilità è stata scaricata su chi sta dall’altra parte: dell’impiegato abbiamo preso gratuitamente responsabilità e funzioni, in cambio di una presunta comodità. Il concetto di prosumer, produttore e consumatore insieme, ci è stato presentato come un’evoluzione del ruolo del consumatore, ma di fatto è servito a trasformare l’utenza nell’impiegata della preparazione dati.
Ieri abbiamo sostituito l’impiegato, e non solo. E domani, chi sostituiremo? O chi ci sostituirà?
E mentre pensavamo di usare uno strumento per semplificarci la vita, chi lo aveva creato stava già preparando il terreno per una nostra nuova mansione.
Dal modulo da compilare al testo da scrivere il passo è stato breve: la lingua che già possedevamo è diventata un’interfaccia di comando, e ogni chat, ogni correzione, un atto di preparazione del dato, secondo parametri stabiliti da altri.
L’illusione della fluidità
Il trucco è nella fluidità. Chiamare questi assistenti “Intelligenza Artificiale” sposta l’attenzione dal meccanismo alla magia, ma la fluidità della risposta non coincide necessariamente con l’affidabilità.
La macchina, il computer, ricordiamocelo, può rispondere con una prosa impeccabile e, allo stesso tempo, essere completamente errata. La precisione sintattica non elimina il lavoro necessario per verificarla, ma anzi, lo rende più insidioso. Quando la risposta contiene un errore, può non esserci nulla nella sua forma a segnalarlo. La frase scorre, il riferimento sembra plausibile, la conclusione tiene. Il controllo comincia proprio dove l’interfaccia fa sembrare concluso il lavoro. È lì che diventiamo la figura incaricata della verifica: dobbiamo controllare ogni parola che la macchina ci restituisce, dentro uno schema che non abbiamo disegnato noi.
Il ritorno del perforatore
Il mestiere dell’operatore meccanografico scomparso: ha cambiato solo formato ed è diventato obbligatorio.
Un tempo chi lavorava in quel settore stava in un reparto separato, perforando schede di cartoncino con un compito preciso e un fine turno chiaro. Oggi la stanza è ovunque, e il turno non ha una fine.
Di fatto, ogni volta che affiniamo il nostro prompt, ogni volta che correggiamo una risposta per renderla utilizzabile, stiamo rendendo esplicito un pezzo del nostro metodo: ciò che consideriamo pertinente, ciò che scartiamo, ciò che per noi conta come risultato. Che queste correzioni finiscano o meno in un futuro addestramento dei modelli, il lavoro di formularle, di scartare l’errore e di ricostruire il senso lo abbiamo già fatto noi.
Perforare il proprio metodo
Non consegniamo soltanto una richiesta: mettiamo per iscritto come scomponiamo il problema. Il nostro metodo diventa una sequenza di istruzioni e correzioni, formulata dentro un’interfaccia che non abbiamo progettato.
Prima si perforava una scheda. Ora si rende perforabile il metodo.
Ogni volta che cerchiamo la parola giusta per ottenere il risultato desiderato, stiamo svelando alla macchina, e a chi la progetta, come funziona la nostra mente: come stabiliamo una gerarchia di priorità, come correggiamo un errore. Il programma, un sistema statistico e probabilistico, impara per interposta persona: chi lo costruisce osserva in forma aggregata come lo usiamo, e da lì la macchina impara i nostri criteri di selezione, ma secondo la logica di chi l’ha progettata.
Non piegare, non infilzare
Sulle vecchie schede perforate spesso c’era scritto: “non piegare, non infilzare, non mutilare” (Do not fold, spindle or mutilate). Nel 1964, durante le proteste del movimento per la libertà di parola, il Free Speech Movement, a Berkeley, uno studente si appuntò al petto un cartello che diceva: “I am a UC student. Please don’t bend, fold, spindle or mutilate me”¹(“Sono uno studente dell’Università della California. Per favore, non curvatemi, non piegatemi, non infilzatemi, non mutilatemi”). Protestava così contro la riduzione dell’umano al rango di semplice supporto cartaceo. Sapeva dove finiva l’individuo e dove iniziava l‘oggetto.
Noi quel confine l’abbiamo reso ambiguo. Non abbiamo più una scheda esterna; la scheda la perforiamo noi stessi, di sera, alla terza riscrittura, convinti che quella parola che stiamo cercando sia un atto di pensiero libero, e non solo l’ennesimo tentativo di rendere il mondo leggibile a un programma progettato da altri.
Chi usciva da quella stanza a fine turno aveva una qualifica da scrivere sul libretto di lavoro. A noi, quando la macchina avrà imparato perfettamente il nostro metodo, cosa resterà da scrivere?
E cosa appunteremo sulle nostre giacche: la stessa frase di quello studente di Berkeley?
Fonti
¹L’episodio è riportato in Steven Lubar, “Do Not Fold, Spindle or Mutilate: A Cultural History of the Punch Card”,Journal of American Culture, inverno 1992; copia consultabileversione pdf;La “macchina” di Savio. Il celebre discorso di Mario Savio sui gradini di Sproul Hall (2 dicembre 1964),Mario SavioSit-in Address on the Steps of Sproul Hall
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