Proviamo a immaginare che anziché su una parete dell’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo, questa frase “Tieni presente che qui il lavoro non è fine a se stesso, ma è solo un mezzo.” ci appaia davanti a noi mentre lavoriamo, e che leggendola sorga una domanda: ma il mio lavoro è un mezzo per cosa?
In effetti la domanda me la sono posta diverse volte, attraversando tutti i confini possibili.
Dalle terre ove era il mezzo per il raggiungimento di un “target”, al mezzo per aiutare le persone a potenziarsi, e altre velleità che nell’arco degli anni apparivano all’orizzonte come nuove mode.
Però ogni volta c’era sempre un elemento che era presente, il lavoro come percorso di iniziazione per scoprire il mondo e se stessi. Fantasia ? Un modo di mascherare il malessere e farsi andare tutto bene?
L’impresa che fa ammalare: il lavoro come questione di salute
Il lavoro svuotato di senso non è solo inefficiente: è patogeno.
Come abbiamo già letto nell’articolo “L’impresa è morta, lunga vita all’impresa“, l’impresa contemporanea è spesso un organismo febbricitante. Il burnout non è un incidente individuale: è il sintomo di un sistema che ha smesso di respirare in modo coerente.
I dati parlano chiaro: in Italia, secondo l’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale (febbraio 2025), un dipendente su tre, il 31,8%, ha sperimentato forme di burnout, con punte del 47,7% tra i giovani; il 73% ha vissuto situazioni di stress o ansia legate al lavoro; l’83,4% ritiene prioritario che il lavoro contribuisca al proprio benessere fisico e psicologico. L’INAIL, nel primo trimestre 2024, ha registrato un aumento del 17,9% nelle denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali, con oltre 22.000 casi segnalati rispetto al medesimo periodo del 2023.
L’impresa non è solo un luogo dove si produce o si estrae valore: è un ambiente che incide direttamente sulla salute di chi ci vive dentro, ogni giorno.
Le neuroscienze lo confermano con una precisione che non lascia spazio alla retorica.
Ogni team è un campo neuronale condiviso, le emozioni si contagiano attraverso i neuroni specchio (Rizzolatti et al., scoperta negli anni ’90 presso l’Università di Parma), i ritmi cardiaci e respiratori si allineano senza che nessuno lo decida.
Dove si respira fiducia si attivano i circuiti della curiosità e dell’apprendimento; dove domina la paura prevalgono quelli della difesa e dell’evitamento. L’impresa tossica non è una metafora: è un organismo che intossica letteralmente chi ne fa parte.
Questo però lo sapevamo già. Lo raccontava Chaplin in Tempi Moderni, e lo sapeva chiunque avesse messo piede in una fabbrica del Novecento. Poi è arrivato il terziario avanzato, l’economia digitale, e con essa la felicità di lavorare per un nuovo mondo: chi stava nell’innovazione scopriva territori inesplorati, nessuna alienazione possibile. Un timido “stress da lavoro correlato” aveva fatto capolino, certo, ma era roba da luoghi di lavoro classici, catene di montaggio, cantieri, call center. Nel digitale solo entusiasmo e scoperta.

E del resto, come poteva esserci malessere?
Non c’erano rumori, odori, turni, incidenti sul lavoro, ma bei luoghi, calcetti, palestre, musiche e locali suadenti, e le politiche di benessere aziendale erano ovunque, a prevenire ogni disagio immaginabile.
Eppure i dati raccontano altro.
Il Decalogo della Salute Divergente pubblicato su Il Franti illustra che il sistema attuale richiede individui costantemente produttivi e “senza rumore”: ogni scostamento, la tristezza, la lentezza, il dubbio, la ribellione, viene trattato come un guasto da riparare. La logica della performance colonizza non solo il lavoro ma la vita intera, si medicalizza il lutto, si etichetta la vivacità infantile, si trasforma l’anziano in consumatore di cure standardizzate. Il corpo non è più territorio di sovranità: è asset da ottimizzare.
Se l’impresa è un organismo vivente solo per fatto di essere un luogo dove vivono persone, allora la salute di quell’organismo è inseparabile dalla salute delle persone che lo compongono.
Un’impresa che estrae valore dai propri lavoratori fino al burnout sta consumando il proprio terreno vitale, esattamente come un’agricoltura che sfrutta il suolo senza restituire nulla.
E quando arriva l’agente AI a “ottimizzare” ulteriormente un sistema già febbricitante, il rischio non è la disoccupazione: è l’accelerazione della malattia.
La domanda sulla salute non è accessoria rispetto alla domanda sul lavoro.
È la stessa domanda, cos’è un’impresa che fa ammalare le persone che la tengono in vita?
La routine vestita da lavoro
Per secoli, una quota enorme di ciò che chiamiamo “lavoro” è stata in realtà routine: sequenze ripetitive di operazioni, compilare, trascrivere, controllare, smistare, riportare, che richiedevano presenza umana solo perché non esisteva altro modo di eseguirle.
L’impiegato che ricopiava registri nel XIX secolo, il contabile che quadrava colonne nel XX, l’operatore che inseriva dati in un gestionale nel XXI: tutti svolgevano attività necessarie, ma nessuna di queste attività richiedeva ciò che è specificamente umano, giudizio, dubbio, invenzione, cura.
La rivoluzione industriale ha meccanizzato le routine fisiche.
La rivoluzione informatica ha meccanizzato le routine di calcolo.
Gli agenti AI, sistemi software capaci di pianificare, eseguire e coordinare sequenze complesse di operazioni con supervisione umana minima, stanno ora meccanizzando le routine operative: redigere, sintetizzare, classificare, rispondere, coordinare flussi di lavoro.
Non pensano, eseguono operazioni statistiche su dati con una sofisticazione senza precedenti. Ma il punto è che gran parte di ciò che facevamo non era “pensare”, era routine con un vestito addosso.
Come abbiamo scritto nella serie Autostoppisti digitali su queste pagine: “Quelle attività già svuotate di creatività e standardizzate per profitto ed efficienza diventano terreno fertile per algoritmi che sostituiscono ciò che dell’umano era già stato reso meccanico.“
La domanda allora non è “l’AI ruberà il lavoro?”, una domanda mal posta, che confonde routine e lavoro.
La domanda è: una volta spogliata la routine del suo costume, cosa rimane?
Il valore: produrre o estrarre?
Luciano Gallino, sociologo formatosi negli stabilimenti Olivetti di Ivrea, autore tra l’altro di Informatica e qualità del lavoro (1983) e Finanzcapitalismo (2011), ha posto una distinzione che oggi diventa decisiva: la differenza tra produrre valore e estrarre valore.
Produrre valore significa far venire alla luce ciò che prima non esisteva: costruire una scuola, sviluppare una medicina, coltivare un campo, progettare un servizio, educare una persona. Estrarre valore significa manipolare ciò che già esiste per concentrare ricchezza: aumentare i ritmi di lavoro a parità di salario, speculare sui mutui, sfruttare il lavoro servile delle piattaforme digitali.
Il capitalismo contemporaneo, quello che Gallino chiama finanzcapitalismo, è una mega-macchina costruita per estrarre, non per produrre.
E il lavoro, in questa macchina, non è il fine: è il materiale da cui si estrae.
L’impresa che Gallino chiama irresponsabile (L’impresa irresponsabile, 2005, Einaudi) è quella che ha smesso di chiedersi cosa produce e per chi, e si chiede solo quanto rende e per quanto tempo.
Ma l’estrazione non avviene più solo in fabbrica. Avviene ogni volta che, come raccontiamo agli autostoppisti digitali, facciamo un bonifico online (lavoro che prima svolgeva un impiegato), scriviamo una recensione gratuita che aumenta il valore di una piattaforma, forniamo dati comportamentali che alimentano algoritmi pubblicitari.
Siamo diventati dipendenti occulti, produciamo mentre consumiamo, e il più delle volte non ce ne accorgiamo.
Le fabbriche del passato sfruttavano il corpo; le piattaforme digitali estraggono valore dalle nostre menti, dai nostri comportamenti e dalle nostre relazioni.
Non è più solo il tempo di lavoro ad essere colonizzato, ma ogni aspetto della nostra esistenza.
Se applichiamo questa distinzione alla rivoluzione degli agenti AI, il quadro si chiarisce. L’automazione delle routine potrebbe liberare tempo umano per la produzione di valore, formazione, cura, ricerca, partecipazione, creatività.
Oppure potrebbe semplicemente accelerare l’estrazione, eliminando i costi del lavoro umano senza restituire nulla a chi lavorava.
La domanda su “cos’è il valore” non è filosofica. È la domanda che decide da che parte va l’impresa.
Il nuovo feudalesimo: quando non possiedi nemmeno gli strumenti
C’è un aspetto dell’economia dell’estrazione che merita uno spazio proprio, perché cambia i termini del rapporto tra lavoratore e strumento.
Nella serie degli Autostoppisti digitali lo abbiamo chiamato il nuovo feudalesimo della subscription economy. Il meccanismo è semplice: ci hanno venduto il non-possesso come liberazione, “non dovrai più comprare nulla, solo usare quando serve.” Ma se smetti di pagare, perdi tutto: playlist costruite in anni, archivi di documenti, cronologie, strumenti di lavoro. Non possiedi nulla. E chi detiene le piattaforme possiede tutto.
Il parallelo con il feudalesimo non è una provocazione: è una descrizione strutturale. Il contadino medievale non possedeva la terra; la lavorava in cambio della protezione del signore. Il lavoratore digitale non possiede gli strumenti; li usa in cambio di un canone, finché il proprietario glielo consente.
Come osservava il dialogo tra Il Franti e lo “zio” nella serie: “Il cacciavite lo possiedi; questi strumenti no, li usi finché ti è permesso da chi li detiene.” E ancora: l’intelligenza artificiale non è un prodotto da acquistare, ma “nuove forme falsamente diffuse di capitalismo, in realtà concentrate nelle mani di pochi.”
Gallino, se avesse potuto osservare le piattaforme AI del 2025, le avrebbe riconosciute immediatamente, perchè sono la forma più pura del finanzcapitalismo, estrazione di valore attraverso la dipendenza strutturale dell’utente, mascherata da innovazione e comodità.
La promessa sempre tradita
L’idea che la macchina liberi l’uomo dal lavoro non è nuova. È una promessa che ha quasi un secolo di formulazione esplicita.
Nel 1930, John Maynard Keynes scrive Possibilità economiche per i nostri nipoti e prevede che entro un secolo (2030 è vicino) basteranno quindici ore di lavoro a settimana.
Il progresso tecnologico avrà risolto il “problema economico”; il vero problema sarà come impiegare il tempo libero.
Keynes aggiunge, ed è la parte che si cita meno, che “per troppo tempo siamo stati allenati a faticare anziché godere” e che per l’uomo comune il problema di darsi un’occupazione senza il vincolo della necessità economica sarà “pauroso.“
La previsione sulla ricchezza si è avverata: il PIL pro capite dei Paesi avanzati è cresciuto di circa cinque volte rispetto al 1930. Quella sull’orario no. Le 60 ore settimanali di fine Ottocento sono scese alle 48 degli anni Venti, poi alle 40 conquistate dal movimento operaio tra gli anni Sessanta e Settanta. Poi si sono fermate.
Perché?
Gallino lo spiega in più di un libro: tra il 1975 e il 2010, nei Paesi industrializzati, la quota di reddito destinata a profitti e rendite è cresciuta di circa dieci punti percentuali.
Tutti gli incrementi di produttività sono stati assorbiti dal capitale. Il tempo liberato dalla macchina non è tornato al lavoratore, è diventato profitto per chi possiede la macchina.
Come diceva Il Franti ai suoi amici autostoppisti: “Se riesco a fare in 4 ore quello che prima facevo in 8, devo gestire il mio tempo anche in funzione sociale. L’obiettivo non dovrebbe essere produrre di più, ma lavorare meno e lavorare tutti.” E la risposta era: “Lavorare meno, lavorare tutti… che sballo! Ma va là, e come?“
Quel “e come?” è la domanda che resta senza risposta da quasi un secolo.
Se la storia si ripete, e finora si è sempre ripetuta, gli agenti AI non libereranno tempo. Libereranno costi. A meno che qualcuno non decida diversamente. E quel “qualcuno” è l’impresa, e siamo noi.
Il lavoro che tiene buoni
C’è un livello ulteriore, più scomodo.
David Graeber, antropologo, nel 2018 pubblica Bullshit Jobs (ed. it. Garzanti) e documenta che oltre il 40% dei lavoratori intervistati ritiene di svolgere un lavoro privo di utilità sociale. Non lavori faticosi, ma occupazioni da colletto bianco che esistono per mantenere gerarchie, generare documenti che nessuno legge, giustificare l’esistenza di chi le svolge e di chi le supervisiona.
È esattamente ciò che Gallino, quindici anni prima, aveva descritto come la proliferazione di posizioni manageriali superflue nel capitalismo finanziarizzato.
La tesi di Graeber va oltre l’inefficienza: i lavori inutili hanno una funzione politica.
Chi è impegnato tutto il giorno in un’attività insensata non ha tempo né energia per ribellarsi, per organizzarsi, per pensare. Il neoliberismo, nella lettura di Graeber, non è solo un’ideologia economica, è una strategia di controllo che usa il lavoro come strumento di disciplina. Non importa che il lavoro produca qualcosa; importa che le persone siano occupate.
È una tesi radicale, ma converge con osservazioni che vengono da tradizioni intellettuali diverse.
Foucault aveva analizzato il lavoro moderno come dispositivo di disciplinamento. Nietzsche, già nel 1878, scriveva in Umano, troppo umano che “è schiavo chi non ha per sé due terzi della propria giornata.” Gallino, nel suo ultimo libro (Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti, 2015), osserva che l’indebitamento privato delle famiglie americane tra il 1980 e il 2000 ha generato un aumento di 25-30 ore di lavoro settimanale per nucleo: non per vivere meglio, ma per pagare debiti. Il debito come catena, il lavoro come servitù moderna.
Se questo è il quadro, la domanda sugli agenti AI cambia radicale: non “quanti posti di lavoro elimineranno?”, ma “il sistema permetterà mai che li eliminino davvero, se il lavoro serve a controllare più che a produrre?”
L’impresa vivente e la scelta
Il controllo, però, non è l’unica possibilità. C’è chi ha pensato l’impresa come qualcos’altro.
Joseph Schumpeter, nel 1942, teorizza la distruzione creatrice, il capitalismo avanza distruggendo strutture vecchie e creando strutture nuove. L’imprenditore innovatore è il motore del processo. Ma Schumpeter era pessimista, temeva che la burocratizzazione soffocasse l’innovazione, che il capitalismo familiare non reggesse il passaggio generazionale, e che il sistema finisse per demolire le proprie fondamenta istituzionali.
L’impresa, per Schumpeter, non è un oggetto statico: è un organismo vivente che attraversa generazioni, muta, si adatta o muore. La domanda non è se la distruzione creatrice arriverà, arriva sempre, ma se l’impresa che ne esce sarà ancora al servizio di qualcosa di più grande del profitto trimestrale.
Franco Ferrarotti, primo professore di sociologia in Italia, eletto deputato nel Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, pone il problema con una formula netta in Macchina e uomo nella società industriale (1963): “La macchina funziona. L’uomo pensa, esiste, dubita.” La macchina controlla le proprie operazioni ma non può trascendersi. L’essere umano sì. Il pericolo non è la macchina: è confondere lo strumento con il fine.
La tecnica, scrive Ferrarotti, “non va irrazionalmente demonizzata. Va ricondotta alla sua natura di valore strumentale per essere governata nell’interesse pubblico.”
L’impresa vivente, quella che Olivetti immaginava, quella che Gallino e Ferrarotti studiavano dall’interno, è un organismo che produce valore per la comunità, non che estrae valore dalla comunità.
Oggi, con gli agenti AI, la scelta si ripresenta in forma estrema, lo strumento è potentissimo, ma lo strumento non decide. Decide chi lo governa, ma sopratutto chi lo possiede alla fonte.
Come si raccontava nella serie degli autostoppisti:
“Il lavoro è espressione artistica della persona. Quando non lo è, state solo eseguendo procedure, automatismi. Ecco la vera opportunità di questa intelligenza artificiale, lasciamo che le macchine facciano le macchine. Automatizziamo la noia, non la creatività.”
Ma prima di arrivare a ciò, facciamo un giro nell’archeologia del sapere, chissà che frugando nei meandri del già detto, già scritto, riscopriamo medicamenti che sono oggi sopratutto validi e utili.
E quindi ciò che qui ora abbiamo accennato, proveremo ad approfondirlo, anche perchè alcune parole che oggi usiamo in realtà hanno perso il loro significato iniziale, e inizieremo con una in particolare “imprenditore” visto che oggi a molti dipendenti viene richiesto di essere imprenditori, pensare come imprenditori mentre lavorano da dipendenti. Bel gioco di parole.
Ma allora chi è e cos’è l’imprenditore?
(continua)
Riferimenti
Serie editoriale Il Franti
- Autostoppisti digitali. Serie completa su Il Franti: ilfranti.it/serie/autostoppisti-digitali
- Ennio Martignago, L’impresa è morta, lunga vita all’impresa, Il Franti, 13 marzo 2026
- Ennio Martignago, Decalogo della Salute Divergente, Il Franti, 23 marzo 2026
Fonti primarie
- Senofonte, Economico (IV sec. a.C.)
- Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844 (ed. postuma)
- Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, 1878
- Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1905
- Joseph A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, 1912
- John M. Keynes, Economic Possibilities for Our Grandchildren, 1930, in Essays in Persuasion, 1931
- Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, 1942
- Michel Foucault, Sorvegliare e punire, 1975
- Luciano Gallino Informatica e qualità del lavoro, Einaudi, Torino, 1983
- Luciano Gallino Se tre milioni vi sembran pochi, Einaudi, Torino, 1998
- Luciano Gallino L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino, 2005
- Luciano Gallino Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011
- Franco Ferrarotti Macchina e uomo nella società industriale, ERI, Torino, 1963 (rist. Arcadia, 2024) Treccani
- Davide Graeber Bullshit Jobs, Garzanti, Milano, 2018
- Il lavoro che stressa: rischio burn-out per un dipendente su tre, Censis, febbraio 2025
- INAIL, Bollettino Trimestrale — I trimestre 2024, febbraio 2024
- INAIL, Open Data — Malattie professionali con cadenza semestrale
Questo articolo è parte del percorso editoriale de Il Franti sulla trasformazione del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale. Contribuisce alla riflessione sull’impresa vivente, le generazioni d’impresa e il rapporto tra innovazione tecnologica e responsabilità comunitaria.
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