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Distanza zero: l’IA tra libertà e dipendenza

L’IA azzera la distanza tra il volere una cosa e il farla da soli, ma capacità non è competenza, e l’autonomia che ci consegna è in comodato. Tredici tappe, da Platone agli agenti autonomi, dal low-code alle filiere dei modelli fondativi, per capire cosa guadagniamo, cosa lasciamo indietro e come tenerci una distanza critica.

Un pianista suona nella penombra alla luce di una lampada, distanza zero: l'IA tra libertà e dipendenza

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Il viaggio

La prima tappa è quella da cui siamo partiti, il ritratto, e quella distanza che si accorciava a ogni passo. Una tappa ricca di domande, ora però proviamo ad entrare ancor più nel territorio, così da valutare se le risposte che ci siamo dati , meritano una modifica, o evoluzione.

1. La distanza che si accorcia

Ciò che si accorcia a ogni passo, dal pittore al selfie, non è una distanza fisica, ma è una distanza di competenza.

Tra me e il risultato che voglio ottenere stanno un sapere e una capacità che non possiedo, e che qualcuno aveva al posto mio, e di conseguenza provvedeva lui a produrre ciò che desideravo.

Le tecnologie, e quelle di IA in particolare, quel sapere e quella capacità non me li fanno acquisire, me li fanno «saltare addosso», trasformandomi in ciò che non sono, uno che produce da sé ciò che prima qualcun altro produceva per lui.

Gli strumenti di intelligenza artificiale per lo sviluppo applicativo sono il punto in cui il salto diventa totale, la distanza zero, chi ha il bisogno produce da sé la soluzione, senza passare per nessun terzo. Ad esempio siamo diventati tutti micro-produttori hollywoodiani, giriamo video impensabili fino a soli tre anni fa.

Il personal computer aveva fatto una promessa simile, i mezzi di produzione in mano a chi aveva soltanto il bisogno e quindi perchè aver bisogno di un segretario quando da solo potevi comprare , modificare e stampare il tutto in autonomia?

La distanza zero è quella promessa spinta al limite, fin dove sparisce anche il bisogno di imparare, e al suo posto si annidano comodità, intellettuali prima ancora che fisiche, su cui forse è il momento di iniziare a farsi domande.

Per ora, tutto questo tocca il mondo cosiddetto «virtuale», il digitale.

Perché se oggi possiamo improvvisarci produttori musicali senza conoscere una nota, davanti a un terreno da trasformare in orto per cibarci, chissà che succederebbe.

2. Il software come laboratorio

In nessun campo è visibile la distanza zero con la stessa nitidezza dello sviluppo software. Per decenni il percorso dal bisogno al prodotto è stato una catena di traduzioni, l’utente esprimeva un’esigenza in linguaggio umano, l’analista la traduceva in requisiti, l’architetto in struttura, l’ingegnere in codice. Il valore dell’ingegnere stava lì, il custode dell’ultima traduzione, quella che trasforma un’intenzione in una macchina che funziona.

E quella distanza che si accorcia da decenni la posso raccontare per esperienza diretta. Negli anni Novanta lavoravo con i linguaggi di quarta generazione, Informix-4GL per citarne uno, che lasciavano dire di più scrivendo di meno, avvicinando il codice al linguaggio del problema. Nei primi anni Duemila ho visto lo sviluppo guidato dai modelli, WebRatio, e far sedere allo stesso tavolo chi il software lo scriveva e chi ne aveva bisogno, si modellavano insieme i processi in un linguaggio del business, e l’applicazione veniva generata da lì. Poi il DevOps, LowCode , iPaaS e ogni tappa toglieva un intermediario, o una traduzione.

Gli strumenti di IA generativa accorciano brutalmente ciò che restava della catena, chi ha l’idea la descrive in linguaggio naturale, la stessa lingua del bisogno, e riceve un’applicazione che gira. Certo stiamo semplificando al massimo, però è ciò che sta accadendo. L’ingegnere vede il proprio ruolo eroso non perché diventi incapace, ma perché la sua competenza smette di essere l’unico ponte disponibile. L’ultima delle traduzioni tra il futuro utilizzatore e la macchina , quella che sembrava intoccabile, fa la fine delle altre, sparisce lentamente.

3. Non è la prima volta

C’è un precedente antico, e vale la pena guardarlo perché toglie all’IA l’aria di apocalisse inedita. Quando la scrittura si diffuse, qualcuno obiettò che avrebbe prodotto smemorati: perché coltivare la memoria, se sta tutta fuori, su un supporto? Platone mette questa inquietudine in bocca a un re egizio, nel Fedro: la scrittura non è un farmaco della memoria ma del ricordare, e dà l’apparenza della sapienza, non la sapienza. Aveva torto e ragione insieme. La memoria individuale si è davvero atrofizzata rispetto a chi teneva a mente l’Iliade, ma in cambio l’umanità ha guadagnato una memoria esterna, cumulativa, di scala inimmaginabile. La stampa ha moltiplicato l’effetto.

L’IA ripete lo schema un piano più su: espande ancora di più la memoria, e il mito dell’enciclopedia del sapere dell’umanità diventa quasi realtà, vista la quantità di contenuti che i vari motori si sono «mangiati» e «digeriti». Si perde un saper fare individuale, si guadagna scala collettiva, con la stessa domanda aperta: che cosa resta, nella singola mente, quando la comodità intellettuale permette di sapere e conoscere tutto ciò che mi serve senza fatica? E, soprattutto, di fare senza fatica intellettuale.

I critici della tecnica del Novecento avevano già annusato l’aria. Neil Postman ricordava che ogni tecnologia è un patto faustiano: non aggiunge e basta, dà e toglie nello stesso gesto, e ciò che toglie si vede sempre dopo, e sempre più lentamente di ciò che dà. Jacques Ellul osservava che la tecnica, una volta in moto, non si limita a servire fini umani, ma impone la propria logica, e ciò che è tecnicamente possibile diventa presto socialmente obbligatorio. E Lewis Mumford distingueva tra tecniche democratiche (piccole, alla portata di molti, controllabili da chi le usa) e tecniche autoritarie, che funzionano solo su grande scala e concentrano il potere in chi sta al centro del sistema, fino alla sua megamacchina. Tre modi diversi di dire una cosa sola: la comodità non è mai soltanto comoda.

4. Capacità non è competenza

Ed è qui che la distinzione conta. La distanza che sparisce era una distanza di competenza, lo strumento non me la fa attraversare, me la fa aggirare. Ottengo il risultato senza acquisire il sapere che lo produce. Divento capace di avere, non capace di fare, anche se in realtà produrre ottimi manufatti digitali, che siano presentazioni, paper, lezioni , video o altro.

Sono due cose diverse, che la parola «autonomia» tiene insieme un po’ troppo in fretta. La capacità è potere sul risultato; la competenza è potere sul processo. L’IA regala la prima e toglie ogni ragione di conquistare la seconda. La competenza che mi manca non è passata in me: è passata nello strumento, cioè in chi lo strumento lo possiede. Ne sono diventato l’utente, e mi sento il padrone, il genio della lampada finalmente a mia disposizione, che però esaudisce e non insegna.

La prova è a portata di mano: togliete lo strumento. Il competente, senza, rallenta; chi era solo capace torna a zero, non sa fare, non sa giudicare se quel che ha ottenuto è buono, non saprebbe rifarlo. Aveva preso a prestito la competenza di altri e l’aveva scambiata per una propria capacità.

5. La trappola d’oro (e l’impostore alla rovescia)

C’è una ragione per cui questa capacità in prestito è così difficile da rifiutare: è comoda. Comoda per la mano e, soprattutto, per la testa. Acquisire una competenza costa tempo, errori, la noia dell’esercizio; ottenere il risultato senza acquisirla non costa niente. La distanza zero non ci risparmia solo l’intermediario, ci risparmia l’apprendimento ed è la più insidiosa delle comodità, perché nessuno la vive come una rinuncia.

In cambio ci regala una parola dolcissima: mio. L’ho fatto io, è mia l’idea, è mio il risultato. Il sentimento di sovranità è autentico anche quando la sovranità non lo è. Questo è l’oro della trappola: una comodità che non pesa e una padronanza che lusinga.

Sotto l’oro c’è la tagliola: più uso lo strumento per non imparare, meno so fare senza; più mi sento padrone, più sono dipendente.

E c’è un risvolto psicologico curioso, una specie di sindrome dell’impostore alla rovescia.

L’impostore classico è competente, ma si sente inadeguato; qui accade il contrario, mi sento capace perché lo strumento produce, ma da qualche parte, sottopelle, so di non controllare il processo. È una crepa sottile tra ciò che esibisco e ciò che so di me, e non è detto che resti indolore: chi mostra opere che non saprebbe rifare vive in un piccolo stato di allerta permanente. Forse è per questo che il mio va pronunciato così spesso, e così forte.

6. L’intermediario era anche una relazione

C’è poi una perdita che i conti economici non registrano. Il designer, il consulente, l’ingegnere non erano soltanto fornitori di un servizio: erano interpreti.

Ascoltavano un bisogno confuso e lo restituivano più chiaro di com’era arrivato; obiettavano, proponevano, capivano quello che non avevamo saputo dire.

Chiunque abbia lavorato bene con un professionista sa che il risultato finale conteneva qualcosa che nessuno dei due aveva in mente all’inizio: era un terzo oggetto, nato dal dialogo.

La distanza zero cancella anche quello.

Il genio della lampada non obietta, non fraintende produttivamente, non chiede «ma sei sicuro che ti serva questo?». Esaudisce. E un desiderio esaudito alla lettera è spesso più povero di un desiderio negoziato.

Non è nostalgia dell’attrito per l’attrito: è che l’intermediario umano era anche uno specchio, e con lui se ne va un’occasione di capire meglio che cosa volevamo davvero.

7. Le nuove dipendenze travestite

Il copione, intanto, si replica anche dove sembra più innocuo. Le piattaforme low-code e no-code (sviluppo a poco codice o senza codice), i vari Bubble, Retool e simili, promettono di eliminare lo sviluppatore: trascini blocchi, colleghi moduli, l’applicazione è tua. Tua, però, si fa per dire: vive nel loro ecosistema, parla il loro linguaggio, e portarla altrove costa spesso più che rifarla. È il lock-in, la prigionia dell’ecosistema: la dipendenza dal professionista, che era negoziabile, si trasforma in dipendenza dalla piattaforma, che non lo è.

E il copione non si ferma ai bit. L’agricoltura verticale promette cibo a chilometro zero dentro le città; la stampa 3D promette case sorte in giorni invece che in mesi. Autonomia materiale, finalmente?

A guardare da vicino, sono tecnologie ad altissima intensità di capitale e di conoscenza, possedute e operate da pochi: il contadino verticale dipende dai LED, dai brevetti sulle sementi e dall’elettricità come e più di quanto il contadino orizzontale dipendesse dal cielo. La distanza zero, anche quando tocca gli atomi, arriva in comodato d’uso. Ma anche di questo ne abbiamo già scritto.

8. Il punto cieco: ciò che è vitale

Perché c’è un confine che lo strumento non oltrepassa. La distanza zero opera tutta dentro un solo strato della realtà: quello simbolico, immateriale. Mi rende capace di produrre bit, applicazioni, immagini, testi, cioè proprio le cose che, all’ultimo, non tengono in vita nessuno salvo quando le applichiamo per diagnosi e cura.

Posso generare bit a volontà e non un solo pasto. Non coltivo il mio grano, non tiro su la casa in cui abito, non genero la mia corrente, non depuro la mia acqua, non sintetizzo i miei farmaci. Lo strato che davvero tiene in vita, il cibo prima di tutto, resta interamente nelle mani di altri. E non «come prima»: più concentrato che mai. Mentre nello strato dei bit gli intermediari si moltiplicano fino a sparire, in quello degli atomi si riducono a pochissimi nodi enormi, da cui dipende la sopravvivenza di tutti e su cui nessuno, da solo, ha la minima autonomia.

È un’asimmetria che di solito passa inosservata: la distanza zero ci viene offerta dove costa poco, nel simbolico mondo virtuale, e negata dove conterebbe, nel vitale. Le competenze che nelle popolazioni moderne si sono davvero atrofizzate sono quelle che tengono in piedi un corpo e una casa, coltivare, costruire, curare, riparare. Non siamo mai stati così «capaci di tutto» nel software e così incapaci di sfamarci, ma soprattuto di essere solidali, in fondo pago e ottengo servizi alla persona, il resto lo faccio tutto io.

9. Chi possiede la lampada

E anche l’autonomia che sentiamo non è nostra. Gli strumenti che mi rendono «autonomo» sono prodotti, ospitati e alimentati da una manciata di soggetti, e la dipendenza risale la filiera.

Non dipendo più dal singolo sviluppatore: dipendo da chi addestra i modelli fondativi (foundation models), e chi addestra i modelli dipende da chi fabbrica le GPU, e chi fabbrica le GPU dipende da chi controlla le fonderie e l’energia. A ogni gradino la platea si restringe, finché i nomi si contano sulle dita di una mano.

E qui abita un paradosso che meriterebbe più imbarazzo di quanto ne riceva: le tecnologie nate con la promessa di decentralizzare, la blockchain, la stessa IA «per tutti», richiedono per esistere concentrazioni di calcolo, capitale ed energia che riproducono monopoli più solidi di quelli che volevano scalzare.

Abbiamo barattato molte dipendenze piccole, distribuite, negoziabili, professionisti tra cui scegliere, da formare, che si poteva perfino diventare, con poche dipendenze enormi e opache. Finché chiunque poteva chiamare un ingegnere, la competenza restava diffusa nel corpo sociale; quando «ognuno è ingegnere di sé stesso» grazie a uno strumento di tre aziende, quella competenza si dissecca nella popolazione e si addensa in chi lo strumento lo possiede. La distanza per farlo da soli va a zero nell’istante in cui la distanza per farlo senza il padrone dello strumento va all’infinito.

10. Domani: gli agenti

E la traiettoria non è finita. Oggi la distanza zero sta tra il mio desiderio e il codice; la prossima tappa la mette tra il mio desiderio e un intero processo. Gli agenti autonomi, programmi che pianificano, decidono, eseguono e si correggono da soli, promettono di gestire non un compito ma una filiera: il marketing, la contabilità, il servizio clienti, un giorno forse un’intera piccola azienda evocata a parole come oggi si evoca un’applicazione.

Lo schema è lo stesso, portato all’estremo: l’intermediario umano scompare del tutto, e il controllo si allontana ancora di più. Perché un conto è non sapere come funziona il codice che ho «scritto»; un altro è non sapere come funziona l’organizzazione che lavora a mio nome. Il genio non si limita più a esaudire il desiderio: lo amministra. E a quel punto la domanda «che cosa sto delegando esattamente?» smette di essere filosofica.

11. Che cosa si insegna, in un mondo a distanza zero?

Se lo strumento fornisce risposte senza sforzo, che cosa resta da imparare? La tentazione è rispondere: a chiedere bene. Saper formulare la richiesta, il prompt, come nuova alfabetizzazione. È una risposta vera ma corta: chiedere bene è utile, però chi sa solo chiedere non sa valutare ciò che riceve.

La sfida educativa si sposta: non più (solo) insegnare a produrre, ma insegnare a giudicare l’output, riconoscere l’errore plausibile, il testo corretto e vuoto, il codice che gira e non fa quello che serve. Il giudizio, per formarsi, ha però bisogno proprio di ciò che lo strumento fa saltare: l’esperienza del fare, con i suoi errori lenti.

E c’è una questione più silenziosa: la fine dell’apprendistato. Il mestiere si è sempre tramandato facendo lavorare i principianti accanto agli esperti, su compiti semplici che ora lo strumento svolge meglio e gratis. Se nessuno ha più bisogno di un principiante, dove si formeranno gli esperti di domani? È il paradosso della scala che si sega i pioli bassi: in cima c’è ancora qualcuno, ma non si capisce più come ci si arrivi.

12. Il contrappunto: quando la distanza zero restituisce potere

Sarebbe però disonesto raccontare solo la tagliola. Ci sono casi in cui la distanza zero mantiene la promessa, e vanno guardati senza sarcasmo. Comunità e persone che nessun mediatore istituzionale avrebbe mai servito, troppo piccole, troppo povere, troppo periferiche, oggi si costruiscono gli strumenti di cui hanno bisogno: l’associazione che si fa il gestionale che nessuna software house le avrebbe fatto a quel prezzo, la lingua minoritaria che si fa il correttore che nessun mercato avrebbe giustificato. Ricercatori di campi non tecnici che prototipano da soli le proprie idee, invece di metterle in coda alle priorità di un dipartimento informatico. E persone liberate davvero da lavori ripetitivi, che reinvestono quel tempo in ciò che le macchine non fanno, quando accade, perché non è automatico che accada.

Il punto, allora, non è che la distanza zero sia una truffa. È che è una possibilità con due esiti, e l’esito non lo decide lo strumento: lo decide se chi lo usa conserva, o costruisce, abbastanza competenza da governare il gioco, sapere quando uscire, smettere, cambiare, e non solo essere il titolare dell’abbonamento.

13. Verso un’ecologia delle competenze

Come si sta, allora, dentro questo scenario senza rifiutare la tecnologia e senza berla tutta? Forse serve qualcosa che si potrebbe chiamare un’ecologia delle competenze: l’idea che il saper fare umano sia una risorsa d’ambiente, come l’acqua o il suolo, che gli strumenti possono arricchire o desertificare a seconda di come sono progettati e usati.

Le domande da farsi sono da progettisti, prima che da moralisti. Come si costruisce uno strumento che aumenta senza disabilitare, che mostra il processo invece di nasconderlo, che lascia margini di intervento invece di sigillare tutto? Come si conserva, individualmente, una distanza critica: quel tanto di competenza che permette di capire cosa lo strumento fa, di giudicare se lo fa bene e, all’occorrenza, di farne a meno? Non tutta la competenza di prima, sarebbe nostalgia, ma quella che basta a non essere ostaggi.

Ghandi, nel suo tempo, una via l’aveva indicata, e l’attuò mettendo in moto un movimento che portò all’indipendenza dell’India. Chissà che la maggiore capacità richiesta oggi sia il coraggio di scegliere ed agire.

Il ritorno alla lampada

Fine del viaggio: si torna alla domanda iniziale, abbiamo rinnovato l’abbonamento al genio della lampada? E quindi, quando lo rinnoviamo, cosa diventiamo? Piccoli dèi che grazie a una lampada magica sanno, conoscono tutto e possono tutto? O che altro?

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Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari

Knowledge broker e membro del team ideativo di Il Franti. — <a href="https://www.massimomanzari.it">Sito personale</a>