Cerca nel Franti
Cover Stories - Temi di riflessione

Agenti AI: la soluzione di Adriano Olivetti

Nel Paese che ha dato i natali ad Adriano Olivetti, colui che aveva non solo previsto la disoccupazione tecnologica, ma costruito un modello concreto per impedirla, è possibile ancora realizzare quanto aveva proposto e fatto lui?

Adriano Olivetti

(Adriano Olivetti (fonte: Fondazione Olivetti) Questa riflessione nasce a seguito della notizia che una multinazionale americana ha chiuso la sua unica sede italiana e licenziato tutti i 37 dipendenti, dichiarando esplicitamente che il lavoro umano è stato sostituito dall’intelligenza artificiale. In “Cos’è un Agente AI (Agentic AI) e perché ci riguarda tutti” si era parlato di casi internazionali, ma ora che ciò accade da noi, nel Paese che ha dato i natali ad Adriano Olivetti, colui che aveva non solo previsto la disoccupazione tecnologica, ma costruito un modello concreto per impedirla, è possibile ancora realizzare quanto aveva proposto e fatto lui?

Nel dicembre 1957, Adriano Olivetti rilasciò un’intervista alla RAI, pubblicata su La via del Piemonte (n. 9, 14 dicembre 1957), in cui formulò con chiarezza chirurgica un’analisi che suona oggi come una profezia consegnata alla persona sbagliata, cioè al futuro:

«L’automazione e la meccanizzazione possono creare una diminuzione del fabbisogno di mano d’opera più rapida dell’aumento dei consumi. Contro la disoccupazione tecnologica deve entrare in gioco una nuova variabile: la riduzione d’orario. Orario, salari, produttività sono i tre elementi interdipendenti e indispensabili alla formazione di un nuovo equilibrio economico.»

Non era un appello morale. Non era una difesa nostalgica del lavoro artigianale. Era un modello economico: se la macchina produce di più con meno persone, e il mercato non assorbe abbastanza rapidamente l’eccedenza di forza lavoro, allora la variabile di aggiustamento non può essere il licenziamento, deve essere il tempo di lavoro. Ridurre l’orario, redistribuire l’occupazione, mantenere i salari. Tre leve interdipendenti. Togliere una delle tre significa far saltare l’equilibrio.

Sessantanove anni dopo, l’equilibrio non è saltato: non è mai stato costruito.

Marghera, 9 marzo 2026: la lettera

Il 9 marzo 2026, i 37 dipendenti di InvestCloud Italy, l’unica sede italiana del gruppo americano, a Marghera, hanno ricevuto la comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo per cessazione di attività. La società, nata come Finantix e acquisita dal gruppo californiano nel 2021, operava nel settore del Digital Wealth: piattaforme per la gestione patrimoniale, software per istituzioni finanziarie.

La motivazione è contenuta nella lettera inviata a Federmeccanica, organizzazioni sindacali e Confindustria Veneto Est. Il modello organizzativo del gruppo, basato fino a quel momento su team distribuiti in diversi Paesi e su soluzioni adattate ai mercati locali, non è più compatibile con la nuova direzione tecnologica. Le soluzioni personalizzate per Paese hanno «fatto il loro tempo». Al loro posto: pochi centri di eccellenza globali, piattaforme standardizzate e automatizzate, e — citiamo dalla comunicazione aziendale — «una accelerazione degli investimenti in soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e un rafforzamento dell’attenzione all’innovazione replicabile e scalabile».

Traduzione: il lavoro che facevate lo farà un sistema. La sede chiude. Non servite più.

Il segretario della Fim Cisl Venezia, Matteo Masiero, ha colto il punto strutturale: «È evidente che, quando si trattano beni immateriali e servizi, i vincoli di spazio e tempo vengono meno e con essi viene messo in discussione tutto l’impianto delle tutele contrattuali, dal costo del lavoro, al salario, alle protezioni sociali.» I segretari Cgil e Fiom di Venezia, Daniele Giordano e Michele Valentini, hanno definito il caso «emblematico»: non una riorganizzazione aziendale, ma la dimostrazione che «l’intelligenza artificiale non è affatto neutra».

Trentasette persone. Un numero piccolo, quasi invisibile nelle statistiche nazionali. Ma il significato è altrove: per la prima volta in Italia, un’azienda chiude esplicitamente e integralmente una sede dichiarando che il lavoro umano localizzato è stato reso superfluo dall’intelligenza artificiale. Non ridondante, non ricollocabile: superfluo.

La variabile che nessuno tocca

Olivetti, nel 1957, non parlava di intelligenza artificiale. Parlava di «automazione e meccanizzazione». Usava le parole del suo tempo.

Ma la sostanza è identica: macchine che eseguono in meno tempo, a costo inferiore, operazioni che prima richiedevano persone. Gli agenti AI di cui abbiamo scritto ieri su queste pagine non sono altro che questo, automazione e meccanizzazione applicate alle procedure che prima chiamavamo «lavoro d’ufficio», «consulenza», «adattamento locale». Non pensano, non ragionano, non esercitano giudizio: eseguono sequenze di operazioni su pattern statistici, esattamente come un telaio meccanico eseguiva sequenze di movimenti su schede perforate.

La differenza è che il telaio sostituiva le mani; l’agente AI sostituisce le procedure. Il risultato per chi perde il lavoro è lo stesso.

La struttura del problema che Olivetti aveva identificato resta intatta: quando l’automazione, qualunque forma assuma, fa crescere la produttività più velocemente della domanda di lavoro, il sistema genera eccedenza di forza lavoro. A quel punto ci sono tre opzioni. La prima è licenziare, scaricare il costo della transizione sulle persone, esternalizzare il rischio. La seconda è rallentare l’adozione tecnologica, opzione che nessun sistema competitivo consente a lungo. La terza è redistribuire il lavoro esistente attraverso la riduzione dell’orario, mantenendo i salari e accompagnando la transizione con formazione e riqualificazione.

Olivetti scelse la terza. Nel 1956, un anno prima dell’intervista alla RAI, la Olivetti ridusse l’orario settimanale da 48 a 45 ore a parità di salario, introducendo il sabato festivo, tra le prime aziende italiane a farlo, anticipando di anni le conquiste del movimento sindacale nazionale. Gli stipendi olivettiani erano superiori del 50% alla media del settore metalmeccanico. Vigeva un rapporto retributivo massimo di 10 a 1 tra il dirigente più pagato e l’operaio meno retribuito.

Non erano gesti di filantropia. Erano la traduzione operativa di un principio ereditato dal padre Camillo nel 1932, quando gli affidò la riorganizzazione delle officine di Ivrea con un ammonimento perentorio: la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia, e l’introduzione di nuovi metodi non può esserne la causa. Adriano trasformò quell’ammonimento in politica aziendale e lo mantenne per quasi trent’anni, attraverso crisi di mercato, espansioni, trasformazioni tecnologiche. Zero licenziamenti per ragioni economiche tra il 1932 e il 1960.

La prova dei fatti: la crisi del 1952

Il banco di prova più documentato fu la crisi di sovrapproduzione del 1952. I magazzini erano pieni, la domanda stagnava. Almeno due dirigenti proposero il licenziamento di circa 500 operai. La risposta di Adriano fu l’opposto: raddoppiò i venditori, ribassò i prezzi, aprì nuove filiali in Italia e all’estero, e per la produzione accettò soltanto una temporanea riduzione degli orari. Nel giro di diciotto mesi la crisi fu completamente superata.

Olivetti raccontò l’episodio nel discorso di Natale ai lavoratori di Ivrea del 24 dicembre 1955, pubblicato in Città dell’uomo (Edizioni di Comunità, 1959):

«Verso l’estate del 1952 la fabbrica attraversò una crisi di crescita… taluno incominciava a parlare di licenziamenti. L’altra soluzione era difficile e pericolosa: instaurare immediatamente una politica di espansione più dinamica… Fu scelta senza esitazione la seconda via.»

Nello stesso discorso, rievocò l’ammonimento paterno:

«Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche, io lo spero, la fedeltà a un ammonimento severo che mio padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: “Ricordati — mi disse, che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro”.»

Il discorso di Pozzuoli

Il 23 aprile 1955, sette mesi prima del discorso di Ivrea, Olivetti aveva inaugurato lo stabilimento di Pozzuoli con un discorso che conteneva la domanda fondamentale — una domanda che sessantanove anni dopo resta senza risposta istituzionale:

«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?»

La domanda non era retorica. Era programmatica. Lo stabilimento di Pozzuoli, progettato dall’architetto Luigi Cosenza, fu costruito con pareti di vetro affacciate sul golfo di Napoli perché, diceva Olivetti, la bellezza del luogo doveva entrare nella fabbrica, non restarne esclusa. I lavoratori avevano accesso a una biblioteca, a conferenze culturali, a spazi verdi. L’architettura stessa era una dichiarazione politica: il lavoro non è una parentesi nella vita, è la vita, e deve avere la dignità della vita.

Dall’agente AI alla fabbrica senza agenti umani

Su queste pagine, abbiamo scritto del funzionamento degli agenti AI, sistemi software che ricevono un obiettivo, lo scompongono in passaggi, eseguono quei passaggi utilizzando strumenti esterni, e continuano da soli finché il compito non è completato.

Non percepiscono, non ragionano, non pensano. Elaborano rappresentazioni numeriche ed eseguono operazioni reali, aprono file, inviano messaggi, avviano processi, modificano sistemi. Sono automazione, non cognizione. Ma le conseguenze per chi perde il posto sono identiche a quelle di qualsiasi altra forma di meccanizzazione.

La struttura reale di questi sistemi, obiettivo ricevuto, scomposizione in passi, esecuzione di strumenti, verifica del risultato, passo successivo, è la stessa logica del workflow aziendale portata a un livello di flessibilità senza precedenti.

L’agente AI esegue le stesse operazioni che eseguivano i 37 dipendenti di Marghera: elabora dati, adatta il formato, produce l’output secondo regole. Non lo fa meglio perché «capisce»: lo fa a costo inferiore perché non ha bisogno di una sede, di un contratto, di una pausa pranzo. È automazione e meccanizzazione, esattamente le parole di Olivetti nel 1957, applicate alle procedure d’ufficio anziché alla catena di montaggio.

Del resto la rivoluzione industriale non è mai terminata, anzi il modello burocratico e procedurale sino ad oggi aveva bisogno di persone per mantenersi in vita, ma da domani?

InvestCloud non ha sostituito 37 persone con 37 robot. Ha eliminato la necessità stessa di una presenza locale. La piattaforma standardizzata e automatizzata non ha bisogno di adattamento nazionale, non ha bisogno di conoscenza del territorio, non ha bisogno di relazioni con il cliente in lingua e in cultura. O almeno: il gruppo americano ha deciso che non ne ha bisogno. Che il rapporto costo-beneficio non giustifica più la struttura.

Marghera non è un caso isolato. È l’ultimo anello di una catena che nel giro di pochi mesi ha assunto dimensioni sistemiche. Jack Dorsey, cofondatore di Twitter e CEO di Block, il 26 febbraio 2026 ha licenziato oltre 4.000 persone — quasi il 40% della forza lavoro — con una motivazione esplicita: «100 persone più AI equivalgono a 1.000 persone.» I mercati hanno applaudito: il titolo è salito del 20%. Dorsey ha aggiunto che la maggior parte delle aziende arriverà alla stessa conclusione entro un anno e di non pensare di essere in anticipo, semmai che la maggior parte delle aziende sia in ritardo.

Andrea Pignataro, CEO di ION Group e tra i primi patrimoni italiani secondo Forbes, ha pubblicato a febbraio 2026 il paper The Wrong Apocalypse, in cui descrive la «tragedia dei commons della conoscenza istituzionale»: ogni azienda che usa l’AI insegna alle piattaforme la grammatica del proprio settore, accelerando collettivamente la propria disintermediazione. È lo stesso meccanismo che abbiamo analizzato su queste pagine nell’articolo sulla serie Chi ha insegnato alla macchina il nostro lavoro?: non si tratta di un singolo atto di sostituzione, ma di un trasferimento cumulativo e irreversibile di competenze dal lavoro umano alla piattaforma.

La domanda che si pone adesso non è se l’AI sostituirà posti di lavoro. Li sta già sostituendo. La domanda è quale variabile di aggiustamento sceglieremo.

La variabile dimenticata

Olivetti aveva identificato tre leve interdipendenti: orario, salari, produttività. L’equilibrio si regge solo se le tre si muovono insieme. Se la produttività cresce e l’orario non si riduce, il risultato è la disoccupazione o, nella versione più sofisticata, la precarizzazione diffusa, il lavoro a chiamata, il freelancing forzato.

A chi tocca, adesso

Il diritto del lavoro italiano ed europeo, come ha osservato il segretario della Fim Cisl di Venezia, resta fondato su modelli organizzativi novecenteschi: l’equazione tra tempo di lavoro e retribuzione, il contratto a tempo pieno come unità di misura, la tutela legata alla mansione e alla sede. Quando l’AI elimina la necessità della sede, della mansione locale, del team dedicato, quell’impianto normativo si svuota.

L’AI Act europeo regola i rischi degli algoritmi, non le conseguenze occupazionali della loro adozione. La Legge 132/2025 in Italia introduce obblighi di informazione e consultazione sindacale sull’uso dell’AI in azienda, ma non tocca la variabile che Olivetti aveva identificato come decisiva: il rapporto tra produttività, orario e salario.

Nessuno, nel dibattito pubblico corrente, sta proponendo seriamente una riduzione dell’orario di lavoro come risposta strutturale alla disoccupazione tecnologica.

«Lavorare meno, lavorare tutti», lo slogan che negli anni Settanta condensava esattamente la variabile olivettiana, circola oggi ai margini, nelle teorie della decrescita, in qualche esperimento nordeuropeo sulle quattro giornate lavorative, negli articoli accademici che citano Olivetti come un precursore visionario.

Ma al centro della politica economica, la variabile resta quella che è sempre stata dal 1960 in poi: il licenziamento e le conseguenti trattative ed ammortizzatori sociali che pagano lo Stato e i cittadini. La logica è sempre la stessa: se la macchina fa il lavoro, la persona è un costo da eliminare. L’alternativa olivettiana, se la macchina fa il lavoro, la persona lavora meno ore a parità di salario, e il tempo liberato diventa vita, non è nemmeno sul tavolo.

È possibile ancora realizzare quanto aveva proposto e fatto Olivetti?

Sì, si può fare. Il modello ha funzionato per decenni in un’azienda che competeva sui mercati internazionali, innovava tecnologicamente e generava profitti.

C’è anche un’altra domanda, esistono ancora gli stessi vincoli che impedirono al suo modello di sopravvivergli? La risposta, purtroppo, è sì, e sono più forti di allora.

Olivetti non fu un imprenditore illuminato in un sistema che glielo chiedeva, ma fu un imprenditore che costruì un modello diverso d’impresa, anticipando di decenni ciò che solo da pochi anni chiamiamo welfare aziendale, e il sistema lo smantellò nel giro di quattro anni dalla sua morte.

La lezione è che senza un’azione che si muova simultaneamente su tre piani, culturale, giuridico ed economico, e che li renda interdipendenti tra loro, il ridurre l’orario, redistribuire l’occupazione e mantenere i salari non sarà possibile.

Il piano culturale, perché finché la narrazione dominante presenta ad esempio il licenziamento come inevitabile conseguenza del progresso, nessuna alternativa avrà legittimità. Il piano giuridico, perché senza una norma che vincoli la riduzione dell’orario alla crescita di produttività, la scelta resterà individuale e quindi impossibile sotto pressione competitiva globale. Il piano economico, perché senza un meccanismo che redistribuisca i guadagni di produttività tra impresa e lavoratori, l’equilibrio olivettiano tra orario, salari e produttività resta un’idea senza gambe.

Tre leve che funzionano solo insieme, esattamente come Olivetti aveva intuito nel 1957. Senza questa azione congiunta, nessun Olivetti del 2026 potrebbe sopravvivere alla pressione che premia chi taglia per primo.

Resta la domanda di Pozzuoli. «Può l’industria darsi dei fini?» Nel 1955, un imprenditore italiano rispondeva di sì e lo dimostrava con i fatti. Nel 2026, una multinazionale americana risponde con una lettera di licenziamento e un comunicato sull’innovazione scalabile.

Tra le due risposte non c’è solo la distanza del tempo. C’è la distanza tra due idee di cosa significhi produrre, e per chi.

Fonti

Discorsi e scritti di Adriano Olivetti:

Adriano Olivetti, Ai lavoratori. Discorsi agli operai di Pozzuoli e Ivrea (prefazione di Luciano Gallino), Edizioni di Comunità, Roma-Ivrea, 2012.

Adriano Olivetti, Città dell’uomo, Edizioni di Comunità, Milano, 1959.

Adriano Olivetti, Discorsi per il Natale, Edizioni di Comunità.

Intervista RAI, 9 dicembre 1957, pubblicata su La via del Piemonte, n. 9, 14 dicembre 1957: Giornale La Voce – “Orario, salari e produttività: il pensiero di Adriano Olivetti”

Biografie e studi su Olivetti:

Il caso InvestCloud Italy – Marghera, marzo 2026:

LEGGE 23 settembre 2025, n. 132

Il Franti


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
Massimo V.A. Manzari
Autore
Massimo V.A. Manzari

Knowledge broker e membro del team ideativo di Il Franti. — <a href="https://www.massimomanzari.it">Sito personale</a>