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AI aperta: aperta a chi?

I modelli aperti “rafforzano la sicurezza, accelerano l’innovazione, abilitano la sovranità”, è la parola di chi fabbrica le macchine del calcolo. Una frase tratta da un saggio del 1961 sembra dargli ragione, ma due pagine dopo lo smentisce. Perché la domanda non è se l’IA sia aperta, ma aperta a chi ?

La gabbia aperta: quando il recinto è fatto dello stesso legno del bosco. Da Ledro Land Art

“L’uso capitalistico delle macchine non è la semplice distorsione o deviazione da uno sviluppo ‘oggettivo’ in se stesso razionale, ma esso determina lo sviluppo tecnologico.”

Tutto torna, ritorna, e questa affermazione sembra scritta proprio a supporto della lettera aperta dal titolo eloquente, Open Weights and American AI Leadership, dove i modelli aperti “rafforzano la sicurezza, accelerano l’innovazione, abilitano la sovranità”, e delle notizie che si susseguono sull’intelligenza artificiale “open”.

Ne siamo sicuri? 

In realtà è una frase del 1961, di Raniero Panzieri, estrapolata dal saggio Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo. A prima vista, paradossalmente, sembra dare ragione proprio a chi oggi invoca ed apre i modelli, perché se è l’uso capitalistico a determinare lo sviluppo della tecnica, basterà sottrarre la tecnica a quell’uso, renderla di tutti, pubblicarne i pesi e i codici, e il problema svanirà da sé.

Ma Panzieri aveva già pronta la risposta, due pagine più avanti: “Nessun ‘oggettivo’, occulto fattore esiste, tale da garantire l’automatica trasformazione o il ‘necessario’ rovesciamento dei rapporti esistenti. Le nuove ‘basi tecniche’ via via raggiunte nella produzione costituiscono per il capitalismo nuove possibilità di consolidamento del suo potere.”

Nessuna tecnica, per quanto aperta, rovescia alcunché in automatico. Può anzi diventare la forma più elegante del consolidamento. 

Ecco perché, ogni volta che parliamo di “IA come bene pubblico” o di “IA open”, rischiamo di ripetere, in versione aggiornata, le illusioni “oggettivistiche” che Panzieri smontava. 

L’idea di un’infrastruttura tecnica neutra, disponibile a tutti, svanisce non appena si pone la domanda che egli avrebbe considerato preliminare: chi controlla davvero i mezzi di produzione? 

Oggi questo significa interrogarsi su chi governa i data center, i modelli fondamentali, le piattaforme e le catene industriali che rendono possibile l’IA, e con quali forme di partecipazione e decisione collettiva, oltre la retorica della “democratizzazione” via API e licenze aperte. 

Retorica che non inventiamo noi, ma la mette per iscritto chi fabbrica le macchine del calcolo, nella lettera citata in apertura, il cui titolo accosta i pesi aperti alla leadership di una nazione. L’apertura e il primato nello stesso respiro, come se la prima fosse lo strumento del secondo.

Lo stesso vale per l’alfabetizzazione digitale e la “consapevolezza produttiva”. 

Panzieri mostra come “la partecipazione dei lavoratori al ‘piano funzionale’ del capitalismo, di per sé, è fattore di integrazione”, e la conoscenza del processo produttivo non rovescia il sistema, se resta incapsulata nella razionalità aziendale.

Oggi rischiamo di costruire un’alfabetizzazione che addestra a usare piattaforme e IA secondo logiche già date (incremento di produttività, adattamento alle metriche), trasformando la consapevolezza in dispositivo di stabilizzazione del neocapitalismo digitale, anziché in un occasione per una critica costruttiva che dia forma a nuovi spazi e visioni del significato del lavoro e del tempo liberato.

Per riaprire il discorso forse occorre, almeno, articolare tre assi di riflessione.

  • Macchine/IA L’IA va letta come nuova macchina generale, che concentra le “potenze intellettuali” della produzione fuori dal controllo di chi lavora, prolungando il processo di scissione tra sapere e lavoro vivo. La mitica distanza zero di cui abbiamo già scritto che ammalia e nello stesso tempo crea dipendenza dai mezzi, e da ciò che dietro i mezzi c’è.

  • Piano capitalistico/pianificazione digitale La programmabilità della produzione si espande oggi nelle piattaforme e nelle filiere globali. Panzieri descriveva già “il progressivo estendersi della pianificazione dalla fabbrica al mercato, all’area sociale esterna”: il “piano” non è solo aziendale, ma infrastrutturale sociale e geopolitico.

  • Controllo operaio/controllo sociale delle infrastrutture Se la posta in gioco è Internet più IA come nuova fabbrica sociale, il problema politico non è solo l’accesso, ma forme di controllo e gestione collettiva dei nodi critici (reti, dati, modelli) capaci di spezzare l’identificazione tra razionalità tecnica e dispotismo capitalistico. Ricordando anche che l’operaio dei tempi di Panzieri si è in parte mutato in nuovi ruoli e ricco di nuove competenze, che sono peraltro a scadenza.


Spostando il fuoco da “IA per tutti” a “chi decide su che cosa e per chi” possiamo evitare che l’ennesima rivoluzione tecnica si traduca in “catene più dorate” per chi vive e lavora dentro la nuova infrastruttura cognitiva globale? In fondo è la domanda che ci eravamo già fatti davanti al genio della lampada, ovvero conta chi strofina o chi possiede la lampada? 

C’è però una domanda che Panzieri all’epoca forse non si poneva e che oggi tocca a noi porci, ovvero siamo certi che l’unica via di evoluzione possibile sia la totale, seppur aperta, industrializzazione del mondo e dell’umanità? E qui si apre un altro fondamentale asse di riflessione…

Fonti e riferimenti

Raniero Panzieri, “Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo”, in Quaderni Rossi, n. 1, 1961, pp. 53–72 Biblioteca Gino Bianco

La lettera sui modelli aperti: Open Weights and American AI Leadership, lettera aperta sottoscritta da Nvidia,

Sul genio della lampada e Distanza Zero: “Hai rinnovato l’abbonamento al genio della lampada?”, Il Franti, luglio 2026,


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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari

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