“Chi ben semina… raccoglie”. Murale a San Martino di Arco (TN)
Ammaliati da nuovi giocattoli di AI succede che in un’ora si fa ciò che prima richiedeva una settimana. Sia chiaro, parliamo di ciò che accade quando interagiamo con una tastiera e un computer, perchè per andare da Milano a Roma ci vuole più o meno lo stesso tempo di vent’anni fa.
È l’elaborazione dei dati che si è velocizzata, non il mondo, anche se a molti sembra il contrario.
Il giorno e la notte hanno gli stessi ritmi.
Al di là del risultato più veloce, che altro accadrà? O ci accade? E quando?
E senza aver gustato appieno la felicità di essere più produttivi, senza ancora porsi la domanda se si avrà tempo libero per cosa, che dipendenze ci stiamo creando, già all’orizzonte c’è un agente AI.
Un sistema software capace di pianificare, eseguire e coordinare sequenze complesse di operazioni con supervisione umana minima. Agenti che redigono, sintetizzano, classificano, rispondono, coordinano flussi. Non pensano, eseguono operazioni statistiche su dati con una sofisticazione senza precedenti.
Ma ciò che ora facciamo in un’ora non era “pensare”, era routine con un vestito addosso, e quel vestito si chiamava lavoro.
Però la routine, quando incontra una macchina capace di eseguirla meglio, più veloce e senza pause, smette di avere bisogno di noi. E gli agenti AI lo dimostrano già.
C’è un paradosso in tutto questo.
Quando adottiamo un nuovo strumento siamo perfettamente consapevoli di ciò che facciamo, risparmiamo tempo, produciamo più veloce, eliminiamo passaggi.
Ma non siamo consapevoli di ciò che ci accade.
Non abbiamo scelto quel cambiamento, lo abbiamo adottato perché è arrivato, perché gli altri lo usano, perché restarne fuori significa restare indietro. Il gesto sembra una scelta, ma è mimetismo, così fan tutti.
Da un lato c’è una consapevolezza operativa, so cosa sto usando, vedo il risultato. Dall’altro un’inconsapevolezza strutturale, non so chi sta progettando il cambiamento che sto vivendo, non so per quali fini, non so cosa sta cambiando di me mentre io penso di stare solo cambiando uno strumento.
Siamo consapevoli del giocattolo. Chi lo ha progettato è consapevole del disegno.
E noi siamo dentro un cambiamento che non abbiamo progettato. Lo subiamo, lo progettiamo, o lo viviamo?
Come citava la Regina Rossa in Alice nel Paese delle Meraviglie: «Qui, invece, ti tocca correre più forte che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno due volte più forte.»
Quindi per trovare quel vestito, non ci resta che correre? Sarà per questo che le vie di Milano sono sempre piene di noi che corriamo?
E chi ha insegnato alla macchina il nostro lavoro?

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