Ma del tempo che l’IA ci libera, che ce ne facciamo?
Ogni casa una piccola fabbrica, i bambini che progettano oggetti invece di comprarli, la fine della produzione di massa e l’inizio della produzione secondo bisogno, a ognuno il suo “tornio”, ecco arrivare una rivoluzione gioiosa e giocosa. Era il 2013. La promessa non era vendere una macchina, era venderci una versione più capace di noi stessi, la stampante 3D ci avrebbe resi tutti maker, produttori. Come del resto i robot da cucina, che fanno tutto loro e intanto ci fanno sentire cuochi provetti.
L’IA generativa arriva con una promessa simile e una struttura simile, ci offre un risultato senza farci attraversare la difficoltà di acquisire la capacità che l’avrebbe prodotto. Con la stampante 3D il salto era visibile, o sapevamo disegnare noi l’oggetto al computer, o ci limitavamo a stampare il file già pronto di un altro. Con l’IA il salto è meno visibile, perché produce qualcosa che assomiglia a un lavoro nostro. Una similitudine forse però c’è, ovvero siamo diventati noi una stampante 3D?
Ovvero produciamo a grande velocità articoli, video, immagini, presentazioni, paper, verifiche e altro ancora che stanno sempre più riducendo le distanze tra la richiesta e la sua soddisfazione, con qualche settore che accusa il colpo, man mano che il cliente ha a disposizione strumenti che eliminano intermediari e attività di routine, per esempio i consulenti che si limitano a standardizzare. Siamo maker, produttori, che nello stesso tempo di prima produciamo molto di più.
Ripercorriamo allora in fretta le promesse del 2013, presentate come i risultati della Terza Rivoluzione industriale che era in corso.
Ad esempio Gartner, tra le più citate società di analisi di mercato nel settore tech, all’epoca ne scriveva e ci metteva i numeri, stimando per le stampanti sotto i centomila dollari un +49% nel 2013 e un mercato destinato a quasi raddoppiare ogni anno. Il motore a vapore, poi il computer, poi questo: la scala del paragone dice già tutto della promessa.
Nello stesso 2013, in un articolo pubblicato su Linkiesta, uno dei pionieri italiani della prototipazione rapida chiamava la stampa 3D casalinga una buzzword, una di quelle parole di moda che a forza di ripeterle si svuotano, e avvertiva che il messaggio “si fa tutto, subito, gratis e bene” stava già lasciando dei delusi. Non un critico esterno, ma uno che ci credeva, e lo diceva nello stesso articolo che annunciava la rivoluzione. Non è che la promessa si sia rivelata falsa col tempo, ma per alcuni era già leggibile l’ambiguità della promessa stessa mentre veniva fatta.
Dieci anni dopo, la maggior parte di quelle stampanti domestiche è finita in un armadio. Le poche rimaste accese stampano soprattutto oggetti disegnati da altri e scaricati da internet: un portatelefono, un gancio, una miniatura. La macchina è rimasta, ed è ancora lì sugli scaffali dei negozi di elettronica, alla portata di chiunque. È rimasta la capacità di azionarla. La competenza di progettare, quella promessa a tutti, no.
L’ha conquistata chi era già del mestiere. GE, per dire, l’ugello che spruzza il carburante nei motori d’aereo LEAP lo stampa in metallo: un tempo erano una ventina di pezzi saldati, oggi è uno solo, un quarto più leggero e cinque volte più resistente, e vola da anni sugli Airbus A320neo e sui Boeing 737 MAX. Progettare così non è mai stato alla portata di chi si era comprato la stampante per la scrivania.
Uno strumento ci rende più capaci se ci fa attraversare la difficoltà, o solo più veloci se ce la aggira: sono due cose diverse, e vale la pena non confonderle. Da qui una distinzione: c’è ciò che si cede come routine, l’automatismo che si installa senza una decisione, e c’è ciò che si conquista come libertà, l’uso deciso, circoscritto, revocabile. Dove passiamo il confine, e se ci interessa passarlo, è una scelta nostra.
Scopriamo il tempo che liberiamo
C’è una premessa nascosta sotto tutto il discorso sulla produttività, e vale la pena tirarla fuori, che il tempo risparmiato sia di per sé un guadagno. “Ci fa risparmiare due ore” convince solo se quelle due ore andavano comunque spese meglio altrove, cioè se ogni ora non produttiva è una perdita. “Il tempo è denaro” è il mantra che dà tutto questo per scontato, e che abbiamo assorbito così a fondo da non vederlo più come una scelta, ma come un fatto.
Ma vale la pena chiedersi se sia davvero così per noi. Il tempo tolto a un compito non sparisce: va da qualche parte.
E qui ci sono almeno due possibilità che il discorso pubblicitario non distingue mai.
Una è che quel tempo diventi altra produzione, più output, più compiti, la stessa logica applicata a un’ora in più.
L’altra è più scomoda: che liberare tempo apra un vuoto che non sappiamo riempire, perché abbiamo disimparato a stare in un tempo che non produce. In quel caso lo strumento non ci dà tempo libero: ci consegna un tempo vuoto che poi ci affrettiamo a ricolmare, spesso con lo strumento stesso.
Nessuna delle due è la risposta giusta.
Sono due esiti diversi, e quale sia il nostro lo sappiamo solo osservando cosa facciamo davvero delle ore che l’IA ci restituisce. Vale la pena tenerlo presente mentre leggiamo le domande che seguono: la questione di fondo è a cosa stiamo liberando noi stessi, e se “il tempo è denaro” sia un nostro valore o un mantra che ci possiede senza che l’abbiamo scelto.
Sette domande, senza verdetto
Non istruzioni, ma domande da tenere in tasca. Prima di lasciare un compito all’IA, sapremmo ancora farlo da soli? E quando apriamo lo strumento, lo cerchiamo noi per un bisogno, o ci spinge un richiamo esterno che promette di renderci più capaci, più produttivi, più competenti? E se per una settimana glielo togliessimo, quel compito, cosa ci mancherebbe davvero, il tempo, la scorrevolezza, o la capacità stessa?
Poi le cose che si vedono solo col tempo. Gli errori che gli correggiamo dove siamo competenti, e quelli che non sappiamo nemmeno vedere dove non lo siamo, perché lo consultiamo come un’enciclopedia dimenticando che nessuno l’ha validata. Il tempo che ci libera, e dove finisce una volta libero.
La stampante 3D, il robot da cucina, l’abbonamento comprato e mai aperto, l’IA somiglia a quei momenti, o è un’altra cosa? E tra un mese, le nostre cose sapremo farle senza di lei più o meno di adesso? Nessuna di queste domande ha una risposta giusta: servono solo a farci indovinare da che parte stiamo andando.
Una domanda, non una conclusione
Le stampanti 3D sono un precedente, non una profezia: hanno promesso competenza a molti e consegnato competenza ad alcuni, e la differenza tra i due gruppi è un buon oggetto di studio. Se l’IA ripeterà quello schema, lo attenuerà o lo romperà, non lo dice questo articolo.
Quindi la chiusura è una domanda, non una scelta già fatta: dopo esserci posti queste sette domande, cosa ci rispondiamo?
Dove finisce, per noi, ciò che cediamo come routine e dove comincia ciò che conquistiamo come libertà.
E quel confine, ora che sappiamo dov’è, vogliamo lasciarlo lì o spostarlo?
Fonti
Gartner, Forecast: 3D Printers, Worldwide, 2013 (rapporto non più accessibile pubblicamente; cifre e citazioni in chiaro su 3ders, http://www.3ders.org/articles/20131002-gartner-says-3d-printer-shipments-to-grow-49-percent-in-2013.html, e su TechCrunch, https://techcrunch.com/2013/10/02/gartner-3d-printer-market-forecast/)
Gabriele Catania, “Le stampanti 3D? Una rivoluzione industriale soft”, Linkiesta, 2 gennaio 2013: https://www.linkiesta.it/2013/01/le-stampanti-3d-una-rivoluzione-industriale-soft/
GE, “Transformation in 3D: How a Walnut-Sized Part Changed the Way GE Aviation Builds Jet Engines”, GE News: https://www.ge.com/news/reports/transformation-3d-walnut-sized-part-changed-way-ge-aviation-builds-jet-engines
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