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Colonia 2: Il trono vuoto

«Ci comprano» è vero — ma seguilo fino in fondo e si capovolge: il padrone del mondo produttivo è la tua stessa pensione, e non ha patria. Il trono è vuoto.

Video e presentazione in RadioVideo Franti

Per dare maggiore concretezza e praticità a questo tema leggi l’articolo di completamento sul paradosso delle pensioni

https://www.ilfranti.it/larchitettura-invisibile-della-finanza-globale-e-il-paradosso-delle-pensioni/
estratto

“Ci comprano.” È vero — ma segui lo slogan fino in fondo e ti si sbriciola in mano. Tre gestori di fondi amministrano undicimila miliardi e sono il primo azionista nell’88% delle grandi quotate. Solo che quelle azioni non sono loro: sono le nostre pensioni. Il padrone del mondo produttivo non ha patria e non ha volto. Non c’è una cricca sul trono. C’è un trono vuoto — e assaltare un trono vuoto è molto più difficile che rovesciare un tiranno.

Cercavi un padrone del mondo e hai trovato la tua stessa pensione

Satellite di «Colonia». L’episodio madre si chiudeva su un trono vuoto. Qui ci sediamo sopra — per scoprire che davvero non c’è nessuno.

L’accusa più diffusa, e la più comprensibile, è la più breve: “ci comprano”. Suona vera perché lo è, in parte. Ma seguila fino in fondo, oltre lo slogan, e si capovolge nel fatto più inquietante che contenga — un fatto che non consola, perché toglie il nemico invece di darlo.

Partiamo dalla misura, che non è un’opinione. Tre gestori di fondi indicizzati — nomi che quasi nessuno sa pronunciare, e che pesano più di quanto pesi qualunque bandiera — amministrano insieme qualcosa come undicimila miliardi di dollari, più di tutti i fondi sovrani del pianeta messi insieme. Risultano il maggiore azionista in circa l’88 per cento delle grandi società quotate americane e votano attorno a un quarto delle loro assemblee; la loro presenza supera il 5 per cento dei titoli quotati in almeno sedici mercati, dal Giappone al Brasile. È la concentrazione di proprietà più vasta che il capitalismo abbia mai conosciuto, e chi ha provato a mapparla ha trovato non un elenco disperso ma un nucleo finanziario fittamente intrecciato al vertice del sistema. Fin qui, chi grida all’assedio ha in mano dati, non fantasie. Sarebbe disonesto liquidarlo.

E però la prima giuntura in cui l’assedio scivola nella favola è proprio qui, ed è una parola sola: padrone. Perché quelle azioni, in larghissima parte, non appartengono ai gestori. Appartengono a chi ha messo lì i propri soldi — i fondi pensione, i piani previdenziali, i risparmi di milioni di persone comuni. Come dicono senza giri di parole gli stessi critici del sistema, quelle quote non sono del gestore: sono tue. Il colosso che pare tenere il mondo in pugno lo tiene per conto di terzi, in veste di custode, con un potere di voto reale ma diffuso, fiduciario, in gran parte privo di volontà propria. Chiamarlo conquistatore significa regalargli un’intenzione che quasi non ha. La preoccupazione onesta esiste, ed è più stretta e più seria dello slogan: la comproprietà attenua la concorrenza, e concentra in poche mani un potere di voto che non risponde a nessun elettorato. Ma non è una stanza dei bottoni. È una struttura, non un complotto — e la differenza, per una volta, non è retorica: un complotto si smaschera trovando i congiurati, una struttura si cambia solo cambiando le regole, e confondere l’una con l’altro manda a caccia del burattinaio mentre i fili, che sono pubblici, restano al loro posto.

La seconda giuntura è il rovesciamento che dissolve il nemico che eri venuto a cercare. Se il padrone non ha patria — se è un intreccio di fondi che ignora i confini — allora non esiste una nazione conquistatrice. Non è la Cina che prende l’Italia, non è l’America che prende l’Europa. È la pensione dell’operaio americano che possiede la fabbrica italiana; è il capitale contro il lavoro ovunque, compresi i cittadini dei paesi che crediamo vincitori, posseduti esattamente come gli altri. Il salariato del “paese conquistatore” non siede sul trono: è seduto sulla stessa sedia dell’operaio del “paese conquistato”, solo un po’ più avanti nella fila. Non c’è una cricca forestiera insediata sul potere. C’è un trono vuoto, e attorno ad esso tutti che si accapigliano su quale popolo ci si sia messo a sedere.

Ecco perché la parola “conquista” è, a ben vedere, una consolazione. Promette un conquistatore: e un conquistatore, almeno in linea di principio, lo puoi rovesciare, lo puoi nominare, gli puoi dare un volto e un confine e una colpa. Il sospetto vero è peggiore, e per questo lo si respinge con tanta energia sostituendogli un nemico più maneggevole. Il sospetto è che non ci sia nessuno da rovesciare — solo un meccanismo a cui sono soggetti perfino coloro che ne traggono profitto, un dispositivo senza sovrano che macina rendite e non risponde a nessuno perché non è nessuno. Il trono non è occupato da un tiranno straniero. È vuoto. E un trono vuoto è molto più difficile da assaltare di un tiranno, perché non sai dove puntare, e ogni volta che credi di averlo trovato — l’immigrato, l’israeliano, il cinese, la cabala — stai in realtà voltando le spalle proprio al posto vuoto, quello da cui il meccanismo continua, indisturbato, a girare.

Resta un’ultima scomodità, che è poi la ragione per cui questo satellite non finisce con un sollievo. Il fatto che non ci sia un conquistatore non rende il fenomeno innocuo — lo rende solo più difficile da combattere. Un potere senza volto non è un potere assente: è un potere che ha imparato a non offrire bersaglio. La domanda giusta, allora, non è “chi ci sta comprando”, perché la risposta — in parte sei tu, attraverso la tua pensione — non ti serve a niente e ti paralizza. La domanda è: come si tira la leva su un trono vuoto? Non lo sappiamo ancora. Ma il primo passo, l’unico di cui siamo certi, è smettere di cercare qualcuno seduto lì sopra da odiare. Perché finché lo cerchi, guardi ovunque tranne che nel punto dove non c’è nessuno — che è esattamente il punto da cui parte tutto.



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Ennio Martignago