Cerca nel Franti
Tribe - Gruppi umani e generazionali

Sedici mesi di sala d’attesa

Tra la morte di una persona e la nascita del bambino che direbbe di ricordarne la vita passano sedici mesi, e meno ancora se la morte è stata violenta: lo sostiene un’analisi di 1.678 casi dell’Università della Virginia. Un dato che non piace ai catechismi della reincarnazione, non convince del tutto gli statistici e aspetta qualcuno disposto a rifare il conto con fascicoli scelti da altri.

Uno studio dell’Università della Virginia su 1.678 bambini che direbbero di ricordare un’altra vita trova uno schema nei tempi della rinascita. Resta da capire chi abbia tracciato le righe

Racconta Senofane, poeta e filosofo che di Pitagora non era esattamente un estimatore, che un giorno il maestro di Crotone passò accanto a un cucciolo preso a bastonate e intervenne: smettila, disse al padrone, in quei guaiti riconosco la voce di un amico. È uno dei più antichi casi di reincarnazione arrivati fino a noi dall’Occidente, ambientato per giunta nella Calabria della Magna Grecia, e ha una caratteristica che vale la pena tenere a mente per tutto il resto di questa storia: ci è giunto solo perché uno scettico lo raccontava per prendere in giro chi ci credeva. Il fenomeno e il suo sbeffeggiatore nascono insieme, nella stessa frase, e da allora non si sono più separati.

Venticinque secoli dopo, la domanda non è più se il cane abbia l’anima dell’amico, ma quanto tempo l’amico abbia impiegato a diventare cane. Tre ricercatori della Division of Perceptual Studies dell’Università della Virginia — Saeedeh Sadeghi, Marieta Pehlivanova e Philip Cozzolino — hanno pubblicato sulla rivistaPsychology of Consciousnessun’analisi di 1.678 casi di bambini che sosterrebbero di ricordare una vita precedente, ciascuno associato a una persona realmente vissuta e morta. Il risultato è un numero: tra la morte di quella persona e la nascita del bambino passano, a metà della distribuzione, sedici mesi. Quando la morte è stata improvvisa, per incidente o violenza, l’intervallo si accorcia in media del quaranta per cento. Gli autori, con una prudenza che non sempre si ritrova nei titoli che ne parlano, scrivono “presunti” ricordi e si fermano alla correlazione.

Come si fabbrica un abbinamento

Il materiale di partenza è sempre lo stesso, da quando lo psichiatra Ian Stevenson cominciò a raccoglierlo negli anni Sessanta tra India, Sri Lanka e Libano. Un bambino in età prescolare parla di un’altra famiglia, di un altro nome, spesso del modo in cui è morto; verso i sei o sette anni, con l’arrivo della scuola, di solito smette. Qualcuno, a quel punto, cerca un defunto che corrisponda ai dettagli. Se lo trova, il caso diventa un “abbinamento riuscito” e può entrare nelle statistiche: si confrontano la data di morte dell’uno e la data di nascita dell’altro, si annota se il decesso fosse prevedibile, l’età del defunto, la causa.

Detto così sembra una procedura, e in parte lo è. Ma il passaggio decisivo — stabilire chequelbambino corrisponde aquelmorto — è anche il più fragile, perché non avviene in laboratorio. Avviene in villaggi, quartieri e famiglie dove spesso, prima che arrivi qualsiasi ricercatore, i parenti delle due parti si sono già cercati, incontrati, raccontati le rispettive storie. Stevenson lo sapeva e lo scriveva, e i suoi critici — dal filosofo americano Paul Edwards in giù — gli hanno rinfacciato per decenni che un ricordo verificato dopo che tutti si sono parlati assomiglia molto a un ricordo costruito insieme. Non serve immaginare frodi: basta la normale, onestissima tendenza umana a far combaciare le storie che desideriamo combacino.

C’è poi un dettaglio che il comunicato dell’università presenta come un punto di forza e che uno statistico guarderebbe con un sopracciglio alzato. I 1.678 casi sono i più solidi di una raccolta costruita in mezzo secolo dalla stessa Divisione, che ha deciso da sé anche quali abbinamenti fossero buoni. In qualunque altro campo si chiamerebbe campione selezionato da chi lo analizza, e la prassi vorrebbe che un gruppo indipendente rifacesse il conto partendo dagli stessi fascicoli. Non è un’accusa, è il minimo sindacale di qualsiasi scoperta che pretenda di restare in piedi.

Il calendario delle anime

La parte più divertente, e la meno raccontata, è che i sedici mesi non vanno d’accordo con quasi nessuna delle dottrine che della reincarnazione hanno fatto un pilastro. Il buddhismo tibetano colloca tra una vita e l’altra il bardo, uno stato intermedio che dura al massimo quarantanove giorni: chi ci crede dovrebbe trovare i sedici mesi decisamente troppi. I drusi del Libano — una delle comunità da cui Stevenson trasse molti dei suoi casi — ritengono invece che la rinascita sia istantanea, nell’attimo stesso della morte. E quando i loro bambini indicavano un defunto morto anni prima della propria nascita, la soluzione trovata era elegante: ci dev’essere stata, nel frattempo, una vita intermedia di cui nessuno sa niente.

È un piccolo capolavoro di ingegneria teologica, e funziona in entrambe le direzioni. Se i dati si piegano alla dottrina, i casi drusi dovrebbero mostrare intervalli più brevi; se è la dottrina a piegarsi ai dati, eccola lì pronta a riempire i buchi con vite fantasma. In entrambi i casi si capisce perché il dato di Charlottesville, preso da solo, non conforti nessuno dei credenti tradizionali più di quanto conforti gli scettici: un’anima che aspetta sedici mesi non è l’anima di nessuno dei catechismi in circolazione.

Il paradosso dei non credenti

L’obiezione più ovvia a tutto il lavoro della Divisione è culturale: dove si crede nella reincarnazione, i bambini che parlano di vite passate vengono ascoltati, incoraggiati, interpretati; dove non ci si crede, vengono zittiti o mandati dal pediatra. E l’idea di un ritorno rapido, dopo una morte violenta, può consolare una famiglia in lutto. Se fosse tutto qui, ragionano gli autori, l’associazione tra morte improvvisa e rinascita veloce dovrebbe indebolirsi nelle famiglie che non hanno la reincarnazione nella propria religione. Succede il contrario: secondo Cozzolino è proprio lì che l’effetto risulta più marcato.

È il passaggio che ha fatto il giro delle redazioni, ed è anche quello che merita più pazienza. Perché esiste una spiegazione molto terrena che spiegherebbe lo stesso risultato senza scomodare nessuna anima. In una famiglia che non crede alla reincarnazione, un bambino che parla di un’altra vita viene preso sul serio — e il caso arriva fino a un ricercatore — solo se le sue parole si agganciano a qualcosa di clamoroso: un incidente, un omicidio, una morte recente di cui magari si è parlato in paese, in televisione, a tavola. Una morte qualunque, avvenuta anni prima, non accende nessuna lampadina e quel caso semplicemente non entra mai nella raccolta. Il filtro non sarebbe nelle credenze dei genitori ma in ciò che li spinge a telefonare in Virginia. È un’ipotesi, beninteso, non un dato: ma è il tipo di ipotesi che uno studio così dovrebbe escludere esplicitamente prima di dichiarare che le spiegazioni psicosociali “non bastano”.

Restano altri numeri che il comunicato non dà. Stevenson stimava che tra il sessanta e il settantacinque per cento dei suoi casi comprendesse una morte violenta: quanti dei 1.678 cadono nell’una e nell’altra categoria del confronto? E il quaranta per cento di riduzione è una media, mentre i sedici mesi sono una mediana — due misure diverse, che raccontano cose diverse, specialmente quando la distribuzione ha code lunghe. Nel frattempo, una lettura psicologica dei bambini stessi esiste da tempo: in Libano lo psicologo islandese Erlendur Haraldsson confrontò trenta bambini con ricordi di vite passate e trenta senza, trovando nei primi più fantasticheria, più bisogno di attenzione e una dissociazione maggiore, pur lontana da livelli clinici. Non chiude la questione, ma ricorda che il primo testimone di ogni caso è un bambino di tre anni, con tutto ciò che comporta.

Un lucchetto a Charlottesville

Sarebbe però troppo comodo liquidare tutto come superstizione in camice. La Division of Perceptual Studies esiste da quasi sessant’anni, pubblica su riviste con revisione paritaria, ammette in ogni articolo di non conoscere il meccanismo dei propri risultati e, nel 2024, ha persino seguito da adulti ventitré americani che da piccoli raccontavano vite precedenti, scoprendo che conducono esistenze normali e hanno un’istruzione superiore alla media (anche se, va detto, le famiglie che contattano un centro di ricerca universitario non sono proprio un campione casuale della popolazione). Chi la tratta come una bottega dell’occulto non ha letto i suoi lavori; chi la cita come prova che “la scienza ha dimostrato la reincarnazione” non li ha letti nemmeno lui.

E la sua storia è piena di stranezze che nessun romanziere oserebbe inventare. A finanziare per primo il lavoro di Stevenson fu Chester Carlson, l’inventore della xerografia: l’uomo che ha regalato al mondo la fotocopiatrice volle sapere se esistessero copie anche delle persone. Lo stesso Stevenson, poi, preparò un esperimento per sé: chiuse un lucchetto a combinazione con una parola nota solo a lui, annunciando che dopo la morte avrebbe tentato di comunicarla. È morto nel 2007, e per quanto se ne sa quel lucchetto è ancora chiuso. È forse il dato più onesto dell’intera vicenda: un ricercatore che si è sottoposto per primo alla prova che chiedeva al fenomeno, sapendo benissimo che il silenzio avrebbe parlato contro di lui.

Chi rifarà il conto

Così ci ritroviamo, ancora una volta, con due tifoserie e un numero in mezzo. Da una parte chi titolerà che c’è finalmente la prova scientifica dell’anima che trasmigra; dall’altra chi, nel mondo dello scetticismo organizzato, avrà già pronta la risposta prima ancora di aprire l’articolo, e la chiamerà rigore. Entrambi hanno qualcosa da guadagnare dal fatto che lo studio resti esattamente com’è: i primi una conferma, i secondi un bersaglio.

La sola persona che non ha niente da guadagnare, in questa storia, è quella che farebbe davvero avanzare la questione: uno statistico o uno psicologo della memoria senza affetti per la reincarnazione, che chieda i fascicoli, scelga da sé i casi, ricostruisca le date e provi a far sparire i sedici mesi. Se ci riesce, avremo imparato qualcosa su come funzionano i ricordi dei bambini e i desideri degli adulti. Se non ci riesce, avremo imparato qualcosa di molto più scomodo, per tutti. In entrambi i casi, il cucciolo di Pitagora continuerebbe ad abbaiare, e Senofane a ridere — che è poi l’unica coppia, in venticinque secoli, ad aver retto alla prova del tempo.


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.