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I Pilastri dell’Antroposofia: Lo Steiner che spiegava il mondo a chi lavorava con le mani

Api, campi, scuole, cantieri: perché le conferenze di Rudolf Steiner sono la via più viva per avvicinarsi all’antroposofia

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Le 6.000 Conferenze per Cambiare il Mondo di Rudolf Steiner

Parte Preliminare

estratto

C’è un equivoco tenace che accompagna chi si avvicina a Rudolf Steiner: credere che la porta giusta siano i libri che il fondatore dell’antroposofia scrisse di suo pugno. Quei libri sono pochi — una trentina — mentre il grosso dell’opera, oltre 350 volumi, è fatto di conferenze: migliaia, prese a verbale dagli stenografi tra il 1888 e il 1924. E qui sta la sorpresa. La parte più viva di quel fiume non sono i trattati per iniziati, ma lo Steiner parlato: quello che prende un mestiere qualunque — coltivare un campo, allevare api, insegnare a dei bambini, curare un malato, tirare su un muro — e lo mostra sotto una luce che a chi quel mestiere lo fa non era mai venuta in mente. Non parlava a una platea di adepti, ma a contadini in ansia per i raccolti, a maestri alle prime armi, a giovani medici, a muratori in pausa. Questo articolo accompagna il lettore comune lungo i cicli più amati e accessibili: il corso di Koberwitz del 1924, atto di nascita della biodinamica; le conferenze sulle api nate dalla domanda di un apicoltore tra i muratori del cantiere del Goetheanum, dove l’alveare diventa “una testa senza cranio”; la prima scuola Waldorf, sorta a Stoccarda nel 1919 per i figli degli operai di una fabbrica di sigarette; il primo corso di medicina e l’incontro con Ita Wegman; l’architettura organica del Goetheanum. Soprattutto, invita a scoprire le conferenze agli operai, in cui erano i lavoratori a scegliere l’argomento e il “dottore” rispondeva a braccio. Senza reverenza e senza diffidenza: solo per capire cosa di utile emerge quando un pensatore smette di scrivere e comincia a parlare.

C’è una scena che vale, da sola, tutto il personaggio. Dornach, Svizzera, primi anni Venti del Novecento. Sul cantiere del Goetheanum — l’edificio di legno che doveva diventare la casa dell’antroposofia — gli operai fanno la pausa del mattino. Rudolf Steiner, che loro chiamano semplicemente “il dottore”, si ferma a parlare con loro. E sono loro a decidere l’argomento. Un giorno un apicoltore tra i muratori chiede delle api. E il dottore, invece di cavarsela con due frasi, si mette a raccontare l’alveare come se fosse la cosa più importante e più misteriosa del mondo: un organismo unico, dice, “una testa senza cranio”, in cui la cera bianca delle celle esagonali è lo scheletro e la regina è il cuore.

Quella scena spiega perché chi vuole avvicinarsi a Steiner farebbe bene a non cominciare dai libri.

È un consiglio che suona strano, perché Steiner di libri ne ha lasciati, e di importanti: La filosofia della libertà, Teosofia, La scienza occulta, Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. Una trentina in tutto, scritti di suo pugno, pensati per la stampa. Ma sono la punta minuscola di un iceberg fatto d’altro. Il grosso della sua opera — oltre 350 volumi nell’edizione completa, la Gesamtausgabe — non l’ha scritto: l’ha detto. Sono conferenze. Migliaia, prese a verbale dagli stenografi tra il 1888 e il 1924. L’archivio che custodisce le sue carte ne conta oggi più di cinquemilaseicento documentate; gli editori italiani, per comodità, arrotondano a “oltre seimila”. In ogni caso: un fiume.

E qui sta il punto che interessa. Quel fiume non è fatto soltanto di trattati spirituali per adepti. La parte più viva, e per il neofita la più sorprendente, è quella in cui Steiner prende un mestiere qualunque — coltivare un campo, allevare api, insegnare a dei bambini, curare un malato, tirare su un muro — e lo guarda da un’angolazione che a chi quel mestiere lo fa non era mai venuta in mente. Non parlava a una platea di iniziati. Parlava a contadini preoccupati per i loro raccolti, a maestri alle prime armi, a giovani medici, a muratori sudati. Persone che con l’esoterismo non avevano niente a che fare, e che si trovavano davanti temi apparentemente “per pochi” affrontati a partire dalle cose che maneggiavano ogni giorno.

Lo stesso Steiner sapeva che quelle conferenze erano un animale diverso dai suoi libri, e la cosa lo metteva un po’ a disagio. A lungo le trascrizioni vennero stampate “come manoscritto”, riservate ai soci, proprio perché non riviste da lui. Le aveva lasciate uscire, scrisse, “nella forma in cui si trovavano, che non era quella in cui le avrei altrimenti pubblicate”. Un avvertimento onesto, che però non scoraggia: anzi, dice esattamente perché quei testi funzionano. C’è dentro la voce, la domanda del pubblico, l’esempio inventato sul momento, il disegno tracciato alla lavagna mentre parla. Non la levigatezza del libro, ma il calore della stanza. A fissare a matita più di tremila di quei discorsi fu soprattutto una donna, Helene Finckh, la stenografa di fiducia dal 1916 in poi: senza di lei, di quel fiume oggi resterebbe ben poco.

I contadini e il campo che respira

Se si dovesse scegliere un solo ciclo per capire cosa intendiamo, sarebbe quello tenuto nel giugno del 1924 a Koberwitz, in Slesia, oggi Kobierzyce in Polonia. A invitarlo erano stati degli agricoltori in ansia: con l’arrivo dei concimi chimici, la terra rendeva meno, le sementi degeneravano, la qualità calava. Volevano risposte pratiche. Steiner tenne otto conferenze davanti a un centinaio di persone arrivate da sei Paesi — secondo gli studi più accurati, centoundici partecipanti tra cui trenta donne — e quel corso è oggi considerato l’atto di nascita dell’agricoltura biologica e biodinamica.

Il rovesciamento di prospettiva è di quelli che restano. L’azienda agricola, dice Steiner, non è una catena di montaggio dove entrano concimi ed escono prodotti. È un organismo vivente, un’individualità che si regge da sé, chiusa “come avvolta in una pelle invisibile”. Tutto ciò che le serve dovrebbe nascere al suo interno; il letame comprato fuori è “un rimedio per un’azienda malata”. Da lì nascono i preparati che hanno fatto la fama — e la fortuna polemica — della biodinamica: il corno riempito di letame e sepolto nella terra durante l’inverno, l’attenzione ai ritmi della luna e dei pianeti. Steiner non si spacciava per agronomo: alla fine del corso propose agli agricoltori di fondare un circolo sperimentale e di verificare sul campo se quelle indicazioni funzionassero. Un secolo dopo se ne discute ancora animatamente — in Italia la certificazione Demeter è finita sotto il fuoco di scienziati come il Nobel Giorgio Parisi e di divulgatori come Piero Angela durante l’iter di una legge sul biologico — segno che quelle otto giornate di conferenze non hanno mai smesso di lavorare.

Gli operai e l’alveare solare

Torniamo alle api, perché sono forse la porta d’ingresso più dolce di tutte. Le conferenze del 1923 nacquero esattamente come si è detto: dalla curiosità degli uomini del cantiere. E lì Steiner dà il meglio della sua capacità di farsi capire. L’alveare diventa un unico essere vivente; le api sono “creature solari”, legate alle forze del cosmo; la regina è l’organo che tiene insieme tutto. C’è anche un passaggio che oggi viene citato spesso: Steiner mise in guardia che la meccanizzazione dell’apicoltura e l’allevamento artificiale delle regine avrebbero, nel giro di “cinquanta-ottant’anni”, messo in crisi le api. È bene leggerla per quello che è — l’intuizione di un uomo del 1923, non una dimostrazione scientifica — ma la suggestione resta, tanto che decenni dopo affascinò un artista come Joseph Beuys, che fece della cera e del miele materia delle sue opere.

Le api sono solo un capitolo di un insieme più ampio e prezioso: le cosiddette conferenze agli operai, più di cento incontri tenuti tra il 1922 e il 1924 in cui erano i lavoratori del cantiere a scegliere di cosa parlare. E sceglievano di tutto: vulcani e terremoti, l’alcol, l’alimentazione dei bambini, l’olfatto, le comete, i fossili, i mammut, perfino Einstein e Darwin. I titoli delle raccolte fanno sorridere e dicono tutto: Dalle macchie solari alle fragole, Dai mammut ai medium. Per chi si avvicina oggi — che abbia vent’anni o settanta — sono probabilmente l’ingresso più disinvolto: non serve sapere niente in anticipo, basta avere la curiosità di un muratore che alza la mano durante la pausa.

I maestri e la scuola nata in una fabbrica di sigarette

L’ambito in cui Steiner ha lasciato il segno più visibile è la scuola. E anche qui l’origine è tutt’altro che aristocratica. La prima scuola Waldorf nacque a Stoccarda nel 1919 per volontà di Emil Molt, proprietario della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria, che voleva un’istruzione per i figli dei suoi operai e chiese a Steiner di disegnarne l’impianto. Aprì nel settembre di quell’anno con duecentocinquantasei alunni, la grande maggioranza figli di gente della fabbrica.

Per preparare i suoi primi maestri — una dozzina di insegnanti, età media trentadue anni, in larga parte digiuni di pedagogia ufficiale — Steiner tenne in agosto un corso intensivo: la mattina i fondamenti, poi la didattica, il pomeriggio le esercitazioni pratiche. Il cuore della proposta è l’idea che il bambino cresca per cicli di circa sette anni, e che a ogni fase corrisponda un modo diverso di insegnare: imitazione nella prima infanzia, immaginazione e fiducia in un’autorità amata negli anni della primaria, pensiero critico nell’adolescenza. Tre anni dopo Steiner portò tutto questo a Oxford, davanti a un pubblico colto e scettico, e dovendo spiegare ogni cosa da capo a chi non sapeva nulla di antroposofia risultò più chiaro che mai. Quelle conferenze inglesi sono ancora oggi un ottimo primo passo proprio perché pensate per profani. Le scuole nate da quel seme sono oggi più di mille, in oltre sessanta Paesi: non male, per un’idea sbocciata tra i figli degli operai di una fabbrica di sigarette.

I medici e il corpo letto per immagini

Nel 1920 toccò alla medicina. Steiner tenne il suo primo corso per medici e studenti, su richiesta di professionisti incuriositi, e gettò le basi della medicina antroposofica. Il cambio di sguardo, anche qui, è un modo diverso di vedere una cosa nota: il corpo umano letto come l’intreccio di tre sistemi — quello dei nervi e dei sensi, quello del ritmo (cuore e respiro), quello del metabolismo e delle membra — con la malattia intesa come squilibrio tra questi poli. Fu decisivo l’incontro con una dottoressa olandese, Ita Wegman, che aprì in Svizzera la prima clinica antroposofica e con cui Steiner scrisse, poco prima di morire, il suo unico libro propriamente medico. Da quel filone vennero i laboratori Weleda e i contestati preparati di vischio usati come terapia complementare in oncologia. Conviene dirlo netto: si tratta di medicina complementare, e parecchie sue pratiche non hanno conferma secondo la medicina basata sulle prove. Ma le conferenze del 1920 restano un documento affascinante di un modo di pensare il corpo per analogie e immagini, più che un manuale da seguire.

Gli artisti, la pietra e il movimento

Resta lo Steiner che applica la sua visione all’arte, e che parlava agli artigiani e agli artisti con la stessa concretezza. C’è l’architetto: il Goetheanum di Dornach, progettato e costruito come manifesto in legno di un’idea — la forma di un edificio deve “crescere” come un organismo, adattarsi all’essere umano invece di imporgli una geometria astratta. Le conferenze sull’architettura le tenne, ancora una volta, sul cantiere, la sera, tra le assi e le macchine ferme. Quel primo edificio andò distrutto da un incendio doloso la notte di Capodanno tra il 1922 e il 1923, e Steiner ne progettò subito un secondo, in cemento, che fu inaugurato dopo la sua morte. E c’è l’euritmia, l’arte del movimento sviluppata con la moglie Marie: non una danza che esprime emozioni private, ma il tentativo di rendere visibili nel gesto le forze nascoste nei suoni e nelle parole, una “lingua parlata visibile”. Cicli più tecnici, certo, ma che raccontano la stessa ambizione di sempre: portare la scienza dello spirito dentro le mani che lavorano.

Perché la voce, e non la pagina

Resta la domanda di partenza. Esiste una scuola di pensiero, anche dentro il mondo antroposofico, che consiglia al principiante di cominciare proprio dai libri firmati da Steiner, considerati la base più solida — e Steiner stesso amava ripetere che “tutto, in fondo, è già contenuto in quei libri, solo che la gente di solito non ci crede”. È una posizione legittima. Ma per il lettore comune i trattati teorici hanno un rischio: l’aridità. La filosofia della libertà è filosofia esigente, La scienza occulta chiede un certo allenamento. Le conferenze applicative, invece, partono sempre da qualcosa che chiunque può immaginare — un campo, un’arnia, un bambino, un malato, un muro — e da lì salgono. È lo Steiner che illumina il noto, non quello che pretende l’ignoto.

Ed è anche lo Steiner più umano: quello che risponde alle domande dei muratori, che disegna alla lavagna, che ammette di non essere un agronomo e invita a verificare di persona. Forse non è un caso che le pagine più amate siano proprio quelle in cui non parlava per essere stampato, ma soltanto per essere capito da chi gli stava davanti. Chi voglia provare l’esperienza può cominciare di lì, dalle conferenze agli operai, leggendole a salti e cambiando volume senza sensi di colpa appena la curiosità si sposta. In fondo è il modo in cui sono nate: una mano che si alza durante la pausa, e un mondo intero che si apre dietro una domanda su cosa fanno, davvero, le api.


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Ennio Martignago