Cerca nel Franti
Protagonisti - Interviste e biografie

La morte come un viaggio lungo più vite: una sintesi antroposofica

Kamaloka, l’akasha, la lettura ai morti: cosa scrisse Steiner sulla morte e perché lo si stampa ancora per degli amici

Video e presentazione in RadioVideo Franti

Rudolf Steiner nasce nel 1861 in un paese di frontiera tra Austria e Ungheria, oggi Croazia; perfino il giorno esatto, il 25 o il 27 febbraio, resta discusso dai biografi, il che già dice qualcosa sulla tenuta delle date quando si parla di quest’uomo. Studia scienze naturali a Vienna, cura per anni l’edizione degli scritti scientifici di Goethe a Weimar: un curriculum ineccepibile, nulla che lasci presagire l’esoterista. Poi, nell’autobiografia incompiuta che detta negli ultimi mesi di vita, racconta un episodio del 1868: a sette anni, vede comparire l’immagine di una parente lontana, morta suicida in quel preciso momento in un’altra città — nessuno in famiglia lo sa ancora — che gli chiede aiuto. Bambino, non ha alcun linguaggio per interpretare la scena: la mette semplicemente da parte, dice lui stesso, in una seconda categoria di cose accanto a quelle “che si vedono” — le cose “che non si vedono”. Passeranno trent’anni prima che quella seconda categoria diventi un metodo, seimila conferenze e una società internazionale.

Il metodo nasce ufficialmente nel 1913, quando Steiner rompe con Annie Besant e la Società Teosofica di cui era stato per un decennio segretario generale della sezione tedesca. Il pretesto immediato è la promozione di un adolescente indiano, Jiddu Krishnamurti, a veicolo designato per il ritorno del Cristo: Steiner, per cui il Mistero del Golgota resta un evento irripetibile, rifiuta di seguire i suoi soci dentro quell’operazione e si porta via l’intera sezione tedesca. Sotto il pretesto, però, c’è una faglia più larga. La Teosofia guardava a Oriente e maneggiava parole come karma e kamaloka con una devozione che a Steiner pareva poco disciplinata; lui vuole rivendicare la stessa materia per un cristianesimo esoterico e non confessionale, trattandola con un metodo che chiama “scienza dello spirito”, una disciplina che promette l’esattezza della fisica su un oggetto, la sopravvivenza della coscienza alla morte del corpo, che per definizione nessun secondo osservatore può verificare come verifica un esperimento di laboratorio.

Ecco allora cosa descrive, in concreto, questa scienza impossibile. Nei primi giorni dopo la morte — Steiner parla di ore, al massimo di qualche giornata — l’anima ha ancora attorno a sé il corpo eterico, e in esso rivede l’intera esistenza appena conclusa come un unico quadro simultaneo, ogni istante visibile insieme agli altri anziché in sequenza. La differenza rispetto al ricordo che conosciamo da vivi non sta nella completezza: sta nel fatto che manca il dolore. Si guarda la propria vita, scrive Steiner, come si guarderebbe un dipinto che ritrae una scena triste — se ne riconosce la tristezza, ma non la si prova più sulla propria pelle. Poi anche il corpo eterico viene deposto, “come un secondo cadavere”, e comincia quella che Steiner chiama — prendendo in prestito il termine indù e capovolgendone il funzionamento interno — kamaloka.

È la parte più originale della costruzione, quella che colpisce ancora chi la legge per la prima volta cent’anni dopo: nel kamaloka si rivive la propria vita a ritroso, dalla morte fino all’infanzia, e in ogni episodio non si sperimenta più il proprio ruolo ma quello di chi lo ha subito. Chi ha ferito qualcuno con una parola prova ora, in prima persona, l’amarezza che quella parola ha prodotto nell’altro. Non è un castigo esterno — non c’è tribunale, non c’è demone con la bilancia — è l’inversione meccanica di un punto di vista, ripetuta scena per scena per un periodo che Steiner quantifica in circa un terzo della vita appena vissuta.

Superato il kamaloka, l’anima attraversa quella che Steiner considera l’ultima e più radicale delle metamorfosi umane: il devachan, il mondo spirituale propriamente detto, dove la geografia si fa cosmologia — un attraversamento delle sfere planetarie spirituali più che astronomiche, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, in cui si depongono prima le imperfezioni morali e poi, nella sfera di Mercurio, quelle fisiche, mentre si prepara insieme a gerarchie di esseri spirituali il progetto della prossima incarnazione. È la parte più difficile da rendere in prosa è la domanda: “cosa possiamo fare per i morti, adesso, mentre siamo ancora vivi?”

La risposta di Steiner è quotidiana: prima di addormentarsi si formula, senza dirla ad alta voce, una domanda rivolta a un defunto specifico; al risveglio si resta per un istante ricettivi, perché è lì, sostiene Steiner, che arriva la risposta — quasi sempre scambiata per un pensiero nostro. C’è poi la lettura ai morti: si immagina il defunto presente, si legge in silenzio un testo di un certo peso spirituale, il Vangelo di Giovanni o una delle sue stesse conferenze, pensando ogni parola fino in fondo, come se dovesse essere recitata interiormente. Nessun libro è indispensabile: basta il pensiero condotto per intero.

Su un punto, però, Steiner è tagliente quanto un qualsiasi razionalista: la pratica medianica, le sedute spiritiche, i tavolini che battono colpi, sono per lui un equivoco categoriale, non una via alternativa. Il medium, spiega in una conferenza del 1907, non contatta l’individualità del defunto ma soltanto la sua impronta nella cronaca dell’akasha — un’immagine residua, capace di rispondere nello stile del morto, persino di comporre versi mai scritti in vita, ma vuota di quella persona quanto una registrazione è vuota di chi parla: Cesare, fa notare come esempio, si sarà già reincarnato da tempo, eppure la sua immagine astrale continuerà a “rispondere” nelle sedute per secoli. È il gesto che ogni riformatore di un sapere esoterico compie sui propri predecessori e Steiner non fa eccezione, con la complicazione che la sua critica al medium è, punto per punto, sovrapponibile a quella che un razionalista rivolgerebbe a lui.

Steiner muore a Dornach il 30 marzo 1925, ai piedi della statua del Cristo che aveva scolpito lui stesso, dopo un’agonia di sei mesi che le fonti biografiche più accreditate descrivono come una malattia progressiva — l’ultima conferenza il 28 settembre 1924, poi il ritiro nello studio della falegnameria accanto al Goetheanum, curato da Ita Wegman fino alla fine.

Il 27 febbraio 2008 Viviana Fasoli consegna a un amico di famiglia un dattiloscritto perché lo faccia stampare: si intitola “Considerazioni sulla relazione con i nostri defunti” e nasce dal lutto per la madre. Viviana muore il 14 giugno 2014. Andrea Monti, amico comune, ritrova quelle pagine dopo la sua scomparsa, ne riconosce l’urgenza e nei due anni successivi le amplia fino a farne un libretto vero e proprio — niente ISBN, niente editore, “pro manuscripto” — che nel novembre 2016 arriva anche su due siti amici, perché chiunque ne avesse bisogno potesse trovarlo. Andrea muore il 27 febbraio 2017. Stessa data di calendario, nove anni esatti dopo che Viviana gli aveva affidato quelle prime pagine. È Enea Arosio, l’amico che ha raccolto l’eredità di entrambi e portato il libretto alla sua quinta edizione nell’ottobre 2018, a segnalarlo lui stesso in prefazione — quasi sorpreso di essersene accorto solo a distanza di tempo.

Chi ha attraversato un lutto riconosce il gesto. Dentro, per intero, c’è Rudolf Steiner — non quello delle scuole Waldorf o del vino biodinamico che compare nei trafiletti di cronaca gastronomica, ma l’uomo che ha dedicato alla morte più conferenze che a qualsiasi altro argomento della sua sterminata produzione, quasi seimila testi stenografati in una vita sola, e che considerava questo — non l’euritmia, non l’agricoltura — il vero nucleo del proprio lavoro.


Dove tornare nel Franti: “Le 6.000 Conferenze per Cambiare il Mondo di Rudolf Steiner”; “Il senso della vita nelle conferenze steineriane GA155”; volendo, l’episodio Franticast “Ai confini della coscienza” (ep. 16-18, sulle NDE).


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago