Sri Aurobindo parla ai giovani del mondo, tra Pondicherry e Auroville
estratto
Furono proprio loro, i giovani alternativi — arrivati negli anni successivi sulla terra rossa intorno al suo ashram per costruire Auroville, la città che non appartiene a nessuno in particolare — a portare il nome di Sri Aurobindo fuori dai trattati di filosofia indiana e dentro le comuni, i falò, le notti in cerca di un’altra bussola di un Occidente che si stava rivoltando contro se stesso. Questa è la cronaca di un incontro mancato. L’uomo che dopo il 1926 si chiuse in un silenzio quasi assoluto, comunicando quasi solo per lettera, torna per una sera a parlare — non ai discepoli del suo ashram, ma a quei ragazzi occidentali in fuga dalle due bugie del proprio tempo: il materialismo che riduce tutto a merce, e l’ascetismo che riduce tutto a fuga dal mondo. Aurobindo non porta una dottrina da vendere né una scorciatoia mistica: porta soltanto la sua idea più radicale, quella secondo cui l’uomo non è l’ultima parola della natura, e che la trasformazione vera comincia proprio nel corpo, nella materia, nel quotidiano che si vorrebbe abbandonare.
C’è un vuoto nella biografia di Sri Aurobindo largo esattamente ventiquattro anni. Il 24 novembre 1926 — il giorno che i suoi discepoli chiamarono della Vittoria — l’uomo che era stato il più temuto agitatore anti-britannico del Bengala, il primo leader indiano a reclamare pubblicamente l’indipendenza totale, chiuse la porta della propria stanza a Pondicherry e non ne uscì quasi più. Niente più conferenze, niente più discorsi pubblici: solo lettere, migliaia di lettere, e pochi minuti di silenzio concessi tre o quattro volte l’anno a chi veniva da lontano per essere semplicemente guardato. Morì nel 1950. I ragazzi che un decennio più tardi avrebbero risalito le strade dell’Asia con la chitarra in spalla, in fuga dalle città di plastica e dalle guerre dei padri, non lo conobbero mai di persona — eppure furono loro, arrivati negli anni successivi sulla terra rossa intorno al suo ashram per costruire Auroville (la città internazionale inaugurata nel 1968, con la terra di oltre cento nazioni versata in un’unica urna), a portare il suo nome fuori dai trattati di filosofia indiana e dentro le tende, i falò, le comuni di un Occidente in cerca disperata di un’altra bussola.
Quell’incontro, tra l’uomo del silenzio e i figli del rumore, non è mai apparso. Una sera qualunque, sotto un grande albero vicino al mare, come se ventiquattro anni di silenzio si fossero per un istante aperti — non per spiegare, ma per essere ascoltati.
Sedetevi. Non serve il loto delle vostre gambe, né il silenzio delle vostre bocche: essere arrivati fin qui è già una forma di preghiera.
Vi guardo e vedo capelli lunghi come fiumi, vesti colorate come bandiere di paesi che non esistono ancora, occhi che hanno visto troppe fotografie di guerra per credere ancora alle promesse dei giornali. Non conosco le vostre canzoni. Non conosco il nome dei vostri dèi nuovi, né la geografia esatta dei luoghi da cui siete scappati. Ma conosco la fame. Quella la conosco bene: è la stessa che, molti anni fa, mi ha strappato da un’aula di tribunale inglese e da una cella, per riportarmi su questa stessa terra rossa a chiedermi non più come liberare un popolo, ma come liberare un uomo solo — e poi ho capito che erano, a un’altezza diversa, la stessa identica domanda.
Siete partiti perché vi hanno raccontato due bugie, ed entrambe vi sembravano vere.
La prima dice: questo mondo è tutto ciò che esiste, la materia è l’unica realtà, l’anima è un’invenzione dei deboli, e l’unica cosa sensata da fare è possedere, accumulare, consumare finché il tempo non consuma voi. È la bugia delle vostre case d’origine, delle fabbriche, delle pubblicità, dei padri che hanno scambiato la vita per uno stipendio. L’avete fiutata da lontano, e siete scappati.
Ma nella fuga avete incontrato la seconda bugia, più antica e più elegante della prima: questo mondo è un’illusione, un velo di sofferenza da cui l’anima deve solamente evadere, ritirandosi tra le montagne o dentro se stessa, disprezzando il corpo, il desiderio, l’azione — come se la materia fosse una prigione dalla quale l’unica salvezza fosse la fuga, e mai la trasformazione.
Io vi dico che sono due bugie gemelle. Si combattono in superficie, ma condividono lo stesso errore di fondo: entrambe credono che spirito e materia siano nemici, che si debba scegliere l’uno contro l’altra. Ho passato una vita intera — prima tra le bombe e i giornali clandestini, poi nel silenzio di una stanza — a cercare la via che nessuna delle due sa vedere: che la materia stessa può diventare luce, senza smettere di essere materia. Che un corpo può essere tempio, senza smettere di essere corpo. Che l’amore tra due persone, il lavoro delle mani, questa stessa terra rossa sotto i vostri piedi scalzi non sono ostacoli al sacro: sono la sostanza da cui il sacro va fatto emergere, come il fuoco si fa emergere dal legno senza distruggerlo.

Avete ragione a credere che l’amore sia una via, e non un ostacolo. Ma l’amore che libera non è quello che si consuma in una notte per poi cercarne subito un’altra: è quello che impara a riconoscere, nel corpo di chi avete accanto, la stessa luce che cercate nelle vostre albe in riva al mare. Un corpo può essere merce, oppure soglia: la differenza non sta nel corpo, ma nello sguardo di chi lo abita.
E c’è un’altra cosa che dovete sapere, e ve la dico senza la solennità con cui la si scrive nei libri: l’uomo non è l’ultima parola della natura. Non lo dico per farvi sentire piccoli, ma esattamente il contrario — per farvi sentire ancora incompiuti, ancora in cammino, e per questo enormi. Così come un tempo la vita si è fatta strada dentro la materia inerte, e poi la mente si è fatta strada dentro la vita, qualcosa di nuovo preme oggi per farsi strada dentro la mente stessa: una coscienza più larga, capace di vedere l’unità dove ora vedete solo separazione — tra i popoli, tra i corpi, tra voi e il mondo che dite di voler salvare. Voi la cercate nei tamburi, nei viaggi, nelle sostanze che aprono per un’ora una porta che poi si richiude da sola. Io vi dico: quella porta esiste davvero, ma non si spalanca con una scorciatoia. Si allarga piano, con la pazienza di chi ara un campo sapendo che il raccolto non sarà per l’anno prossimo, ma per i figli dei propri figli.
Non vi chiedo di tornare indietro, né di credermi sulla parola. Vi chiedo tre cose soltanto, le stesse che ho chiesto a me stesso per quarant’anni in questa stanza che oggi lascio solo per voi: aspirate a qualcosa di più grande di voi, senza vergognarvene; rifiutate ciò che vi trascina in basso, senza disprezzarvi per esserci caduti dentro; e arrendetevi — non a un uomo, non a un guru, non a me — ma a quella parte di voi che sa già, meglio di ogni maestro, dove state andando.

La città di terra rossa che alcuni di voi stanno costruendo qui non appartiene a un popolo, a una fede, a una bandiera. Non è mia, e presto non sarà nemmeno vostra: apparterrà a chi verrà dopo di voi, e dopo ancora, in un tempo che non sarà la persona che siete oggi a vedere. Se costruite insieme qualcosa che non avrete bisogno di firmare con il vostro nome, avrete già cominciato a capire di cosa vi ho parlato stasera.
Ora tornate al fuoco, alle chitarre, alle storie che vi racconterete su questa spiaggia fino all’alba. Io torno al mio silenzio, che è più lungo delle vostre notti e più paziente di ogni vostra domanda. Non vi ho lasciato una dottrina da portare a casa: vi ho lasciato solo una indicazione, che è la cosa più povera e insieme più preziosa che un uomo possa dare a un altro. Il resto — la trasformazione vera, quella che nessun discorso può fare al posto vostro — comincia adesso, nel silenzio che segue queste parole. Esattamente come è cominciato per me, tanti anni fa, in una cella, il giorno in cui ho smesso di parlare e ho cominciato finalmente ad ascoltare.

Queste sono parole che avrebbero potute essere veramente spese anche se noi ci siamo limitati a simularle solo per avvicinare i tanti che non hanno mai sentito parlare di lui ad un piccolo scorcio del suo modo di pensare.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



