“IL BAMBINO VUOTO” VI: Testamento autobiografico di Jiddu Krishnamurti
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Mary, David, Vanda, Aldous
Non ho avuto molti amici. Ho avuto seguaci — cosa che non volevo — e amministratori, e persone che volevano qualcosa da me. Ma amici veri, persone con cui potevo semplicemente essere, sono stati rari.
Mary Zimbalist è entrata nella mia vita a metà degli anni sessanta ed è rimasta fino alla fine. Era americana, vedova, discreta. Non voleva nulla da me tranne il privilegio di essere utile. Mi accompagnava nei viaggi, cucinava, guidava, organizzava. Ma soprattutto, camminava con me. Camminavamo per ore, in silenzio o parlando di nulla, e in quel camminare c’era una comunione che non richiedeva parole.
Le ho chiesto di scrivere di com’era stare con me. È stata una delle sole due persone a cui ho fatto questa richiesta. Non perché volessi essere ricordato — la memoria è un’altra forma di attaccamento — ma perché pensavo che la sua testimonianza potesse aiutare altri a capire qualcosa che io stesso non so spiegare.
Mary, se leggi questo, sappi che la tua presenza è stata un dono. Non perché facevi cose per me, ma perché eri lì, semplicemente, senza domande, senza aspettative. Questo è raro, più raro di quanto la gente immagini.
David Bohm era un fisico teorico, uno dei più brillanti della sua generazione. Quando ci incontrammo a Londra nel 1961, sentii subito che c’era qualcuno con cui potevo pensare davvero. Non nel senso di scambiare idee — le idee sono spazzatura della mente — ma nel senso di esplorare insieme, senza sapere dove si sarebbe arrivati.
David capiva qualcosa che pochi altri capivano: che il pensiero è un processo materiale, che l’osservatore è l’osservato, che la divisione tra soggetto e oggetto è l’origine di tutto il disordine umano. Aveva intuito queste cose attraverso la fisica quantistica; io le avevo viste attraverso l’osservazione diretta. Parlavamo lo stesso linguaggio.
Le nostre conversazioni durarono quasi venticinque anni. Ne nacquero libri — “La fine del tempo”, “I limiti del pensiero” — ma i libri sono solo l’ombra di ciò che accadeva tra noi. C’era un’intensità, una passione per la verità, che mi ricordava le mie conversazioni con Einstein, diceva David.
Poi venne la rivelazione della mia relazione con Rosalind. David ne fu turbato, e aveva ragione di esserlo. La nostra amicizia ne soffrì. Non si ruppe completamente — David era troppo onesto per negare ciò che aveva visto durante i nostri dialoghi — ma qualcosa si incrinò. Parlò delle mie “manipolazioni verbali” quando deflettevo le domande difficili. Aveva ragione anche su questo.
David, se potessi parlare con te ancora una volta, ti direi che il tuo dubbio era legittimo, ma che il dubbio non invalida la verità. L’uomo può essere imperfetto e la verità può comunque passare attraverso di lui. Questo non è una scusa; è un fatto.
Vanda Scaravelli era italiana, aristocratica, maestra di yoga. La conobbi a Gstaad, dove passavo le estati. Con lei non c’era bisogno di parlare di cose profonde. Potevamo semplicemente stare insieme, guardare le montagne, parlare di fiori e di musica. Era un riposo, una pausa dalla serietà che il mio lavoro richiedeva.
Vanda capiva il corpo in un modo che io non capivo. Mi insegnò che lo spirito non è separato dalla carne, che il sacro si manifesta nel respiro, nella postura, nel modo in cui si cammina sulla terra. È una lezione che avrei dovuto imparare prima.
Aldous Huxley fu il mio amico più intellettuale, se questa parola ha senso. Lo conobbi in California nel 1938. Era già famoso per “Il mondo nuovo”, un libro che descriveva un futuro spaventosamente probabile. Vivevamo vicini durante la guerra, quando nessuno dei due poteva lasciare l’America. Camminavamo nel deserto del Mojave, parlando di tutto e di niente.
Aldous diceva che ascoltarmi era come ascoltare un discorso del Buddha. Era troppo generoso, ma capisco cosa intendeva. C’era tra noi una comunicazione che non passava solo attraverso le parole. A volte ci guardavamo e sapevamo, senza bisogno di dire.
Scrisse la prefazione al mio libro “La prima e ultima libertà”. Mi dedicò uno dei suoi romanzi. E quando morì, nel 1963, lo stesso giorno in cui fu assassinato Kennedy, sentii che qualcosa di raro era andato perduto — non per me, ma per il mondo.
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Indice dei capitoli a venire
- I. Il bambino che non c’era — L’infanzia a Madanapalle, il vuoto originario, le visioni dei morti
- II. Il fratello — Il legame con Nitya e la devastazione della sua morte
- III. Il processo — L’esperienza mistica di Ojai del 1922 e il dolore fisico che lo accompagnò per decenni
- IV. La verità è una terra senza sentieri — La dissoluzione dell’Ordine della Stella nel 1929
- V. L’ombra — La confessione della relazione con Rosalind Rajagopal
- VI. Gli amici — Mary Zimbalist, David Bohm, Vanda Scaravelli, Aldous Huxley
- VII. L’alterità — Gli incontri con il sacro, la “benedizione” che veniva
- VIII. Il volto — Ciò che altri vedevano durante i momenti di trasformazione
- IX. Il cuore dell’insegnamento — I punti essenziali per cui vorrebbe essere ricordato
- X. I dubbi — Le incertezze mai risolte
- XI. Vivere è morire — Gli ultimi giorni e l’ultimo discorso
- XII. Ciascun filo d’erba — Il lascito finale
- L’epilogo è una lettera a Mary Zimbalist, e si chiude con la citazione che hai richiesto: quella sul bambino e l’uccello, luminosa nella sua semplicità.
Disclaimer:
questa è un’opera divulgativa di invenzione e non un testo autografo di Krishnamurti, seppure per realizzarla abbiamo attinto a fonti originali
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