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Ma che senso ha vivere?

Le due conferenze di Copenhagen del 1912 sul senso della vita, spiegate senza gergo: lo spreco come concime, l’uomo che feconda nominando, e le ombre di Steiner.

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Parte Terza

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Due sere a Copenhagen con Rudolf Steiner e tutto quello che ne consegue

Nel maggio del 1912 Rudolf Steiner impiega due conferenze per rispondere a una domanda che di solito si liquida con un’alzata di spalle. La risposta è vertiginosa, esigente, e — questa è la scommessa — perfettamente dicibile in italiano normale. Da lì in poi, però, il discorso non si lascia più fermare: rotola fino al Graal, alla laringe che un giorno creerà mondi, e a un signore che, a oltre un secolo di distanza, resta scomodo per tutti.

C’è una domanda che non ha mai smesso di tormentare nessuno, dal pastore sumero al pendolare che fissa il finestrino della metropolitana: ma che senso ha vivere? Se la vita non ha uno scopo, perché ci affanniamo tanto a difenderla, prolungarla, riempirla? E se ognuno di noi un senso ce l’ha, qual è — visto che il vivere in sé, a guardarlo bene, sembra una faccenda che comincia nel pianto e finisce nella decomposizione, con qualche risata nel mezzo?

Su questa domanda si sono costruite religioni, filosofie, sette, slogan motivazionali da quattro soldi e interi reparti di self-help aeroportuale. La risposta più diffusa oggi — quella che si respira nell’aria come l’umidità — è la più comoda e la più pigra: nessuno. La vita non ha senso, è un incidente biochimico, un grumo di carbonio fortunato che per qualche milione di anni si racconta storie per non guardare il vuoto. Goditela finché dura, poi buio. È una posizione rispettabile. Ha però un difetto: la spacciano per “scientifica” e “adulta”, quando è semplicemente una metafisica tra le tante, vestita da non-metafisica per non pagare il dazio del dubbio.

E qui arriva il punto che a Il Franti interessa davvero. Esiste un signore che, più di un secolo fa, a questa domanda ha dato una risposta diversa — non consolatoria, non da poster, anzi piuttosto vertiginosa. E l’ha data in un modo che ancora oggi fa storcere il naso a due categorie speculari: i materialisti, che la trovano “roba da spiritualisti”, e una certa antroposofia da iniziati, che preferirebbe tenerla avvolta in un gergo tale da farne un sapere per pochi. Quel signore è Rudolf Steiner, e le due sere in questione sono il 23 e il 24 maggio 1912, a Copenhagen, sotto il titolo Vom Sinn des Lebens — “Sul senso della vita”, oggi raccolto nel volume GA 155.

La tesi è semplice e, ammettiamolo, un po’ provocatoria: quelle risposte si possono dire in italiano normale, e si capiscono. Che poi ci si creda è un altro discorso. Ma chi sostiene che vadano lasciate nel sanscrito esoterico di scuola fa un torto sia a Steiner sia alla domanda. Proviamo a smontare il presunto cancello — e a vedere fin dove arriva il discorso, una volta che si comincia a tirarlo.

Prima sera: prima di rispondere, Steiner ti toglie la sedia da sotto

Steiner fa una cosa che oggi nessun creatore di contenuti oserebbe: non risponde subito. Anzi, dice esplicitamente che pretendere di rinchiudere “il senso della vita” in due frasi sarebbe un errore grave, perché si perderebbe tutta la grandezza nascosta dietro la domanda. La prima conferenza, dichiara, serve solo a costruire le fondamenta. La risposta arriverà la sera dopo.

È un gesto antipatico per i nostri palati abituati al riassunto in tre punti. Ma è anche onesto: chi ti promette il senso della vita in un reel ti sta vendendo qualcosa. Steiner, almeno, ti avverte che ci vorrà pazienza.

E come fondamenta, prima di tutto, ti toglie le certezze comode. Parte dal fatto più ovvio e più rimosso: tutto ciò che nasce, muore. La pianta che a primavera germoglia in autunno marcisce. I continenti sono sorti e sprofonderanno. La nostra stessa infanzia è svanita, irraggiungibile come un’altra persona. Persino i nostri errori — dice, e qui sorprende — diventano parte di noi e sono la sorgente delle nostre esperienze più vaste. Osservare tutto questo non produce una risposta. Produce, nel migliore dei casi, la formulazione di una domanda: un problema opprimente, doloroso. La vita, guardata in faccia, è un punto interrogativo che cammina.

Vale la pena fermarsi su quegli errori, perché è uno dei passaggi in cui Steiner va deliberatamente contro ogni moralismo da bigliettino dei baci. Spesso capiamo come una cosa andava fatta soltanto dopo averla fatta e aver sbagliato; ed è proprio attraverso gli errori e i passi falsi che accumuliamo le esperienze più profonde. Se fossimo perfetti fin dall’inizio, saremmo macchine programmate, burattini senza coscienza. Lo sbaglio è l’attrito necessario, la resistenza che permette alla coscienza individuale di svegliarsi e imparare a scegliere. La vita ha senso, suggerisce, anche perché è una scuola dove persino il fallimento si converte in forza conoscitiva. Tenetelo a mente: tornerà, ingigantito, la sera dopo.

A questo punto Steiner chiama due testimoni d’eccezione, che la pensano in modo opposto. Il primo è un’antica leggenda ebraica. Quando gli Elohim decidono di fare l’uomo a propria immagine, gli angeli ministranti chiedono a Jehovah: ma perché? Lui mostra loro gli animali e le piante. Gli angeli non sanno dargli un nome. L’uomo, appena creato, sa: dà i nomi alle cose, chiama sé stesso Adam — l’essere-terra, da Adama, la terra — e chiama Dio Adonai, signore di tutte le creature. Solo allora gli angeli intravedono perché l’uomo dovesse esistere, e si inchinano. Tenete a mente questa scena del dare il nome: è la chiave che si aprirà solo la sera dopo.

Il secondo testimone è il Buddha: “la vita è dolore”. Nascita, malattia, vecchiaia, morte; unione con ciò che non si ama, separazione da ciò che si ama, mancato raggiungimento di ciò che si desidera. Per quella via, la vita acquista senso solo superandosi, andando oltre sé stessa. Una risposta. Non l’unica. E già qui Steiner annuncia la frattura che attraverserà tutto: l’Oriente accentua l’individualità transpersonale, l’Occidente la personalità incarnata che agisce nella storia; l’epoca, dice, chiede la loro integrazione.

Poi fa il suo numero più spiazzante, e qui chi lo accusa di essere incomprensibile dovrebbe rileggerlo, perché l’immagine è limpida. Prendete l’analogia banale: primavera uguale risveglio, autunno uguale addormentarsi. Sbagliata, dice. È esattamente il contrario. Quando ci addormentiamo, qualcosa in noi guarda dall’alto il corpo a riposo e vede cominciare una specie di vegetazione, un rigoglio che ripara i danni della giornata — quei danni che da svegli sentiamo come stanchezza. Dunque addormentarsi somiglia alla primavera che germoglia; svegliarsi somiglia all’autunno che raccoglie e consuma. E la Terra stessa, aggiunge, è il corpo di esseri spirituali: in inverno, quando la neve la copre e tutto sembra morto, è semmai allora che raggiunge una sorta di coscienza di sé, mentre in estate, nel pieno rigoglio, è come “addormentata” verso l’esterno. Si può crederci o no. Ma incomprensibile non è: è un ribaltamento di prospettiva, lo stesso meccanismo di chi ti dice che il treno fermo accanto al tuo, vedendolo scorrere, ti illude di esserti mosso tu.

Da qui Steiner tira una conseguenza quasi domestica — e quasi imbarazzante per un pensatore “alto”: se durante il sonno l’uomo è un albero, un giardino in cui crescono piante, allora una specie vegetale mancante in quel giardino interiore segnala una malattia, e il rimedio potrebbe essere proprio il succo della pianta corrispondente, come dieta o medicina. Aggiunge subito, con prudenza che gli fa onore: “siamo solo all’inizio di queste cose”. Prendiamo nota anche di questa onestà, rara in chi maneggia l’occulto: l’ammissione del non lo so ancora.

Infine, il pezzo più difficile da digerire per il lettore contemporaneo, e Steiner lo sa: un’individualità che ritorna. Sostiene che un solo e medesimo individuo spirituale sia passato attraverso figure diverse della storia — Elia, Giovanni il Battista, il pittore Raffaello, il poeta Novalis — ogni volta come “precursore” di un medesimo impulso. Su Raffaello indugia: nato, secondo la tradizione, un Venerdì Santo del 1483; orfano di madre e poi del padre, il pittore Giovanni Santi, la cui potente immaginazione artistica continuò a vivere e a operare nell’anima del figlio. Esempio, per lui, di come i morti restino legati per forze a chi hanno amato. E nota, con malinconia, la caducità persino dei capolavori: i dipinti di Raffaello che si sgretolano, il Cenacolo di Leonardo che si disfa. Ciò che muore è l’opera. Il nocciolo, sostiene, vive ancora. È il ponte verso la seconda sera.

Onestà del cronista: questa storia delle reincarnazioni Steiner non pretende di dimostrarla. Dice lui stesso che gran parte degli ascoltatori “deve semplicemente crederci” e che non ci si arriva ragionando. È un’affermazione di veggenza, non un teorema. Il Franti la riporta come tale: né la sposa né la deride. La lascia lì, come un sasso nello stagno.

Una sola stoccata Steiner se la concede, e fa ridere ancora oggi. Contro un fisiologo che riduceva il pensiero al puro funzionamento delle cellule cerebrali, ribatte: è come sostenere che nessuna volontà umana abbia mai deciso dove far passare le ferrovie d’Europa — le locomotive, semplicemente, si scontrerebbero agli scambi da sole. Le forze spirituali, dice, ci circondano e ci influenzano come il clima, senza per questo abolire la libertà. Tenetela da parte, questa della libertà: torna prepotente all’epilogo.

Seconda sera: la risposta. E non è quella che ti aspetti

La seconda conferenza è dove Steiner paga il debito. Ma prima alza ancora la posta, perché alla domanda “tutto ciò che nasce muore” ne aggiunge una più feroce: da un campo sterminato di possibilità, pochissime cose diventano realtà. Innumerevoli germi di pesce, innumerevoli chicchi di grano non raggiungeranno mai il loro scopo. Non è solo che le cose finiscono: è che quasi tutto non comincia nemmeno. Lo spreco è la regola, la riuscita l’eccezione.

Qui il materialista cinico ha la sua battuta pronta: la natura è cieca, sprecona, l’esistenza un gioco d’azzardo senza scopo. E qui Steiner gira la lastra. Quell’abbondanza di germi che non maturano non è uno spreco: è il sostrato di possibilità necessario perché la realtà possa esistere. Per far nascere una sola ciliegia, la natura deve generare un oceano di potenzialità. L’eccesso non è la prova che il cosmo sia stupido. È la prova che è generoso.

E allora arriva la risposta provvisoria, quella “da manuale”, che però Steiner stesso giudica insufficiente se solo enunciata: il senso della vita sta nel fatto che esseri divini conducono gradualmente l’uomo fino al punto in cui gli è concesso di collaborare all’evoluzione dell’esistenza. Cooperare. L’uomo come collaboratore del processo del mondo. Detta così suona astratta, e Steiner lo riconosce: va sentita attraverso immagini concrete, non recitata. Eccole, le immagini.

Il campo di grano. Se ogni chicco diventasse spiga, dice, il mondo sarebbe impossibile: gli esseri che del grano si nutrono morirebbero di fame. È necessario che la stragrande maggioranza dei chicchi non raggiunga il proprio scopo individuale — che si sacrifichi — perché esseri più alti possano vivere. Dunque non c’è motivo di rattristarsi davanti a tutto quel “fallimento”: è proprio lì, nel sacrificio del singolo per il tutto, che si rivela la saggezza dell’esistenza. Rovesciamento totale dello sguardo darwiniano, che vede solo i vincitori e gli eliminati. Steiner dice: guarda di nuovo. Ciò che viene sconfitto, divorato, fallito, viene fecondato spiritualmente e rinasce su un altro piano. Lo spreco non è spreco. È concime.

E qui scatta il meccanismo centrale, il cuore di tutto. L’essere umano è colui che feconda il mondo che muore. In che modo, concretamente? Tornate alla leggenda della prima sera, quella del dare il nome. Per Steiner non è una metafora poetica: nel momento in cui l’uomo pronuncia il nome, forma il concetto — “lupo”, “agnello” — fornisce il seme fecondante senza il quale le anime-gruppo degli animali e delle piante non potrebbero evolvere oltre. Arriva a dirlo con una frase che è un macigno: se l’uomo non pronunciasse il nome, il regno animale come tale si estinguerebbe. Ecco perché, nella leggenda, Jahve ha bisogno dell’uomo. Non per vanità. Perché senza quel gesto — selezionare, nominare, dare forma — la creazione morirebbe.

Per spiegare che le specie sono realtà oggettive e non etichette comode, Steiner usa l’esperimento mentale del lupo. Nutri un lupo solo di agnelli per tutto il tempo necessario a rinnovare ogni sua sostanza corporea: non diventerà un agnello. Qualcosa trasforma quella materia in “sostanza-lupo”. La “lupinità” esiste, insomma, come forza reale, al di là del singolo animale. L’uomo possiede il concetto lupo, ma — per via di una caduta antica — non ne possiede la vita interiore, la ferocia del lupo, la pazienza dell’agnello: quelle, dice, solo l’occultista può tornare a sperimentarle.

Poi la geometria del tutto, ed è qui che la risposta diventa grande. Fuori di te c’è il mondo oggettivo: un polo. Dentro di te c’è il mondo dell’anima: l’altro polo. Come i due poli di una calamita. Gli dèi ti presentano il mondo diviso in due. Ricongiungere i poli dipende da te. Li fai incontrare dentro di te. L’universo non è soltanto un palcoscenico su cui reciti: è un campo di collaborazione. E qui — finalmente — rientra la libertà annunciata la sera prima: gli dèi non possono fare questa unione al posto tuo, perché se la facessero loro non sarebbe libera, e non saresti tu. La coscienza divina originaria era una, piena, sola. Ha creato copie che sono molte e vuote. E ogni coscienza vuota — tu — è il luogo, lo Schauplatz, dove ciò che era diviso torna a unirsi, riempiendosi a poco a poco di ciò che in principio era solo nel divino. La coscienza divina, annota Steiner, non ne aveva bisogno: non è egoista. Ha solo voluto che infiniti esseri arrivassero a condividere la sua pienezza.

Da cui la formula che chiude il cerchio, e che si potrebbe stampare su una parete senza tradire nulla: arricchirsi interiormente è divenire divini. Questo è lo scopo e il senso della vita. Non “obbedisci”, non “trascendi”, non “rassègnati”. Riempiti. Diventa il luogo in cui il mondo spezzato si ricompone. È una risposta esigente — ti mette al lavoro per l’eternità — ma non è oscura. Un ragazzo di sedici anni la capisce; che poi decida di crederci è affar suo.

A suggello, Steiner chiama in causa il poeta mistico Angelus Silesius, con un verso che è una bestemmia logica e insieme una vertigine: so che senza di me nessun Dio può vivere, e se io fossi annientato, anche Lui dovrebbe spirare. Detto altrove sarebbe arroganza; qui è la conseguenza esatta del ragionamento. Se la creazione si compie nella coscienza che la nomina, allora togliere quella coscienza significa togliere alla creazione il suo specchio. Non siamo comparse. Siamo lo schermo su cui il divino scopre sé stesso.

La morale scomoda

Resta una postilla etica che Steiner infila quasi di sfuggita, ed è la più tagliente. Se davvero ciò che produciamo dentro di noi diventa “seme fecondante” reale nel mondo spirituale, allora l’ambizione, la fretta, la smania di produrre per vanità generano deformità: storpiature nel tessuto del mondo, entità spirituali malformate che gravano sulla civiltà. Cita un autore del Settecento che già lamentava come un solo paese producesse cinque volte più libri di quanti la terra ne richiedesse per il proprio bene. E commenta, secco: oggi è molto peggio. Aveva il 1912 davanti agli occhi. Si figuri il 2026, con la sua valanga quotidiana di contenuti, post, reel e podcast — questo articolo, onestà obbliga, compreso — che reclamano un’attenzione che nessuno ha più.

Il rimedio, per Steiner, è la pazienza e l’uccisione dell’ambizione personale: fare spazio perché parli il divino, non l’ego che vuole il like. È il paradosso che chiude e non chiude, e su cui torneremo: ha passato due sere a spiegare che il senso della vita è aggiungere — riempirsi, nominare, fecondare, collaborare — e nella stessa pagina avverte che gran parte di ciò che gli umani aggiungono al mondo è rumore. Aggiungere salva il cosmo; aggiungere lo deturpa. Tutto sta in cosa aggiungi, e con quale silenzio interiore.

L’uomo come pianta rovesciata, e la croce del mondo

Se la storia finisse qui, avremmo già un articolo. Ma le conferenze di Copenhagen sono solo la soglia: una volta che si accetta l’idea dell’uomo come “regolatore di polarità”, Steiner la spinge fino a una vera e propria anatomia spirituale, ed è bene seguirlo, perché è il punto in cui il discorso comincia a diventare davvero strano — e davvero affascinante.

L’immagine è quella della pianta rovesciata. La pianta affonda le radici nella terra e protende il suo calice riproduttivo, casto, verso il sole. L’uomo, dice Steiner, ha compiuto una rotazione di centottanta gradi: le sue “radici” — cervello e sistema nervoso — sono rivolte verso l’alto, verso l’aria e il cosmo, mentre il sistema metabolico e riproduttivo guarda la terra. Aggiungete in mezzo l’animale, disteso sull’asse orizzontale, e avete la croce del mondo: minerale che cristallizza in alto, passioni calde che ardono in basso, e l’asse orizzontale dell’istinto a fare da traversa.

Il punto contro-intuitivo è feroce: quella che chiamiamo “testa”, il vertice presunto del nostro essere, è il polo più minerale, più freddo, più cristallizzato. E abbiamo conquistato l’autocoscienza dell’Io a un prezzo: permeando il puro corpo vegetale con la turbolenza dei desideri. Abbiamo barattato la castità della sostanza vegetale per la nostra veglia lucida. Lo sguardo eretto, rivolto in alto, è insieme la nostra gloria e la cicatrice di quel baratto.

Il Graal: dalla corona di Lucifero al calice di Cristo

Da questa croce del mondo Steiner passa, con una disinvoltura che ha del temerario, al mito del Graal — che per lui non è finzione poetica ma trascrizione cifrata del punto di svolta dell’intera evoluzione terrestre. La cronaca, raccontata come fosse un fatto, suona così: quando Lucifero cadde dai ranghi degli spiriti che guidano l’umanità, una pietra preziosa si staccò dalla sua corona. Quella pietra divenne il calice da cui Cristo bevve nell’Ultima Cena e in cui fu raccolto il sangue versato sul Golgota; affidato a Giuseppe d’Arimatea, portato in Occidente, giunse infine a Titurel, fondatore della cittadella del Graal.

Tradotto dall’occulto al comprensibile, il mito racconta una transizione precisa: il passaggio dal “principio luciferico” di indipendenza individuale al “principio di Cristo” dell’amore disinteressato. Il Graal segna la fine dell’epoca in cui l’amore era vincolato dal sangue e dalla parentela, e l’inizio di un’umanità di individui liberi che si scelgono. Da qui la durezza evangelica citata da Steiner — chi non abbandona padre e madre non può seguirmi — letta non come crudeltà ma come istruzione evolutiva: sostituire l’amore biologico, dettato dalla consanguineità, con un amore che fluisce da anima ad anima, per scelta e non per istinto.

E le figure del ciclo — Amfortas ferito dalla lancia dell’amore impuro, Parsifal che guarisce perché trasforma la conoscenza in compassione — diventano immagini del medesimo dramma: la sofferenza che nasce quando le passioni egoiche contaminano la sostanza pura, e la guarigione che arriva solo quando il sapere si fa sentimento. “Folle e puro”, il cavaliere del Graal è chi muta il dolore in saggezza purificando i desideri inferiori. Che poi è, in costume medievale, la stessa cosa detta a Copenhagen: il senso non si trova, si forgia.

Il futuro della voce: la laringe come calice risonante

Qui Steiner dà il meglio — o il peggio, secondo i gusti — del suo profetismo. Sostiene che l’attuale apparato riproduttivo, legato al desiderio, è destinato a svanire, e che la laringe, unendosi sempre più intimamente al cuore, diventerà l’organo della procreazione futura: un calice risonante che crea attraverso la parola.

L’argomento, per quanto improbabile, ha una sua eleganza. Steiner cita i piatti di Chladni: passi un archetto di violino contro una lastra di metallo, e la sabbia sparsa sopra si dispone in geometrie perfette. Il suono, dunque, possiede una forza formativa reale, capace di organizzare la materia. Da lì immagina una progressione: oggi produciamo vibrazioni nell’aria, e siamo noi stessi “parole pronunciate” da esseri divini; un giorno l’uomo “pronuncerà piante” nell’esistenza, agendo sul regno eterico; più avanti genererà esseri dotati di sentimento; e infine, allo stadio ultimo, genererà i propri simili attraverso il Verbo, facendo della parola una forza fisica creatrice. La laringe come spada di fuoco. Si è liberi di scendere dal treno molto prima dell’ultima fermata. Ma l’intuizione di fondo — che dire una cosa col nome giusto sia un atto creativo, non descrittivo — è esattamente la stessa che reggeva la leggenda di Adonai. Steiner, in fondo, racconta sempre la medesima storia da angolazioni diverse.

L’evoluzione cosmica, ovvero il quadro grande in cui tutto questo sta

Per non perdere l’orientamento conviene avere a mente la cornice. Tutto questo, per Steiner, si dispiega lungo un’evoluzione planetaria che va — con nomi che useremo senza imbarazzo, sapendo che sono simbolici — da “Saturno” a “Vulcano”, attraverso stadi successivi di coscienza. La storia non è un cieco processo biologico ma una pedagogia: una scuola cosmica in cui l’umanità viene condotta dalla chiaroveggenza istintiva degli inizi fino all’autocoscienza lucida, e oltre, verso uno stadio finale — quello di Vulcano — in cui tutto ciò che oggi è “fuori” sarà diventato “dentro”. Arricchirsi interiormente, di nuovo: la formula non cambia, cambia la scala. E le anime-gruppo di animali e piante, fecondate dai nomi e dai concetti che l’uomo pronuncia, vengono in questo quadro preparate ai loro stadi futuri.

C’è un convitato che a Copenhagen, in quelle due sere, resta sullo sfondo: l’Impulso-Cristo, che emergerà esplicito solo nelle conferenze successive del ciclo. Per Steiner non è l’evento storico circoscritto a un uomo di Nazareth, ma una forza evolutiva che operava già prima e che continua a operare dall’alto, fecondando ciò che nell’evoluzione umana sembrava perduto — come l’uomo, dal basso, feconda il mondo che lo circonda. Il lettore laico può fermarsi un passo prima, dove preferisce. Ma la struttura del ragionamento — ciò che muore non è sprecato, se qualcuno lo raccoglie e lo trasforma — regge anche senza sottoscrivere ogni piano cosmico.

Chi era, di preciso, questo signore

A questo punto è lecito chiedersi chi diavolo fosse l’uomo capace di tenere insieme un campo di grano, la corona di Lucifero e la laringe del futuro senza mai sembrare — almeno a sé stesso — incoerente. Rudolf Steiner (1861–1925) studiò matematica, fisica e scienze naturali a Vienna, frequentando intanto i grandi tedeschi, da Kant a Fichte a Schelling. La svolta fu l’incarico di curare gli scritti scientifici di Goethe: da lì trasse l’idea che fece da chiave di volta a tutto il resto, e cioè che il pensiero sia un organo di percezione come l’occhio. L’occhio percepisce i colori; il pensiero percepisce le idee. E se le idee si percepiscono, allora — sostenne — non esistono limiti intrinseci alla conoscenza umana.

La sua opera si dispiega in tre fasi. Una filosofica, di fine Ottocento, centrata sulla libertà: la sua Filosofia della libertà propone un “individualismo etico” per cui si è liberi quando si agisce mossi unicamente dall’amore e dalla piena consapevolezza dei propri motivi. Una artistica, dal 1907, culminata nella costruzione del Goetheanum e nell’invenzione dell’euritmia. E una pratica, dopo la Grande Guerra, in cui la “scienza dello spirito” cala nel mondo e produce frutti tuttora vivissimi, spesso senza che chi li usa ne sospetti l’origine esoterica: la pedagogia Waldorf (nata nel 1919 per i figli degli operai della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria), l’agricoltura biodinamica, la medicina antroposofica — di cui il marchio Weleda è l’espressione più nota. A corredo, una proposta di riforma sociale, la triarticolazione, che separava la vita economica (regno della fratellanza), quella giuridico-politica (regno dell’uguaglianza) e quella culturale (regno della libertà).

Il paradosso che chiude e non chiude

Torniamo, per finire, dove eravamo rimasti: alla contraddizione che Steiner ci lascia tra le mani come una patata bollente. Ha passato due sere, e noi un articolo intero, a sostenere che il senso della vita è aggiungere — riempirsi, nominare, fecondare, collaborare, diventare il luogo in cui il mondo spezzato si ricompone. E nello stesso respiro avverte che gran parte di ciò che gli umani aggiungono al mondo è rumore, vanità, deformità. Aggiungere salva il cosmo; aggiungere lo deturpa. La differenza tra l’essere collaboratori degli dèi e l’essere produttori di chiacchiere non è nella quantità. È nella qualità dell’ascolto che precede il gesto.

Chi sostiene che tutto questo sia un sapere per iniziati, scrivibile solo in codice, ha appena ricevuto la smentita: lo abbiamo detto in italiano, senza una formula segreta, dal campo di grano fino alla corona di Lucifero, e — bene o male — si è capito. Resta, intatta e tua, l’unica domanda che conta davvero. Non se l’hai capito. Ma se sei disposto a viverlo.


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Ennio Martignago