Coscienza evolutiva e supramentale, oltre il transumanesimo
estratto
Tre pensatori del Novecento gli hanno costruito attorno un’architettura: lo svizzero Jean Gebser con le sue strutture della coscienza e la mutazione «integrale» che si rifiutava di chiamare super-coscienza; il gesuita Pierre Teilhard de Chardin, censurato dalla sua Chiesa e poi adottato dai futuristi della Silicon Valley, con la noosfera e il Punto Omega; l’americano Ken Wilber, contabile cosmico che ha mappato tutto e ha rischiato di sedersi sul trono che disegnava. Sullo sfondo, l’uomo che alla parola supramentale diede cittadinanza, Sri Aurobindo, per il quale l’essere nuovo non è una specie biologica già pronta, ma una possibilità che compare sporadicamente, in individui rari per integrazione, intuizione e universalità — quasi sempre scambiati per eccentrici. Bellissimo, e sospetto: è la stessa identica retorica di ogni élite spirituale che sia mai esistita, e il «più evoluto» descrive sempre, con commovente precisione, chi parla. Poi arrivano gli ingegneri. Il transumanesimo — che non per caso nasce dalla penna di Julian Huxley, amico di Teilhard — promette di costruire il salto in officina: più memoria, più anni, più calcolo. Ma cambiare la potenza del fare è l’opposto del mutare la qualità dell’essere, e il superuomo della valle del silicio rischia di essere il vecchio ego che rifiuta di morire. Tra il mistico che non si lascia falsificare e l’ingegnere che almeno si lascia smentire, l’unico esercizio onesto è tenere accese entrambe le diffidenze.
Gebser, Teilhard, Wilber — con l’ombra lunga di Aurobindo — sull’ipotesi che la coscienza abbia stadi non ancora nati. E perché il transumanesimo promette di costruirli in officina.
C’è un sospetto che ritorna a ogni svolta di secolo con la puntualità di una cometa e la modestia di un profeta: che l’essere umano non sia un punto d’arrivo, ma una virgola. Un animale incompiuto, una bozza, un ponte — «una corda tesa tra la bestia e il superuomo», scriveva Nietzsche, che pure detestava l’idea darwiniana del progresso lineare. L’intuizione seduce perché lusinga e inquieta nello stesso respiro: saremmo gli antenati imbarazzanti di qualcosa di migliore, le scimmie di un Australopiteco spirituale che non abbiamo ancora conosciuto. Il guaio, naturalmente, è che chiunque annunci la prossima specie tende a riconoscerne i primi esemplari allo specchio.
Tre pensatori del Novecento hanno preso questo presentimento e gli hanno costruito attorno un’architettura, ciascuno con la propria lingua e i propri rischi. Uno svizzero-tedesco refrattario all’entusiasmo, Jean Gebser. Un gesuita francese che la sua Chiesa tenne sotto chiave finché fu vivo, Pierre Teilhard de Chardin. Un americano che ha provato a mappare tutto, Ken Wilber. Sullo sfondo, l’uomo che aveva coniato la parola intorno a cui tutto ruota — supramentale — e che nessuno dei tre nomina abbastanza: il bengalese Sri Aurobindo. Quattro modi diversi di dire la stessa cosa scomoda: che forse non abbiamo ancora finito di diventare umani. E quattro modi diversi di sbagliarsi, che vale la pena tenere d’occhio mentre li ascoltiamo.
Gebser, ovvero la mutazione che non vuole essere un trionfo
Jean Gebser pubblicò Ursprung und Gegenwart — Origine e presente, tradotto in inglese come The Ever-Present Origin — tra il 1949 e il 1953, negli anni in cui l’Europa contava i morti e cercava di capire come la ragione più orgogliosa del pianeta avesse partorito i campi di sterminio. La sua risposta non fu consolatoria. La coscienza umana, sostenne, non è una sostanza fissa che si limita ad accumulare informazioni: è una struttura, e le strutture cambiano. Ne contò cinque — arcaica, magica, mitica, mentale, integrale — ma si guardò bene dal disporle come gradini di una scala da salire lasciandosi alle spalle i pioli inferiori. Sono tutte ancora qui, dentro di noi, sovrapposte come gli strati di una città costruita più volte sulle proprie rovine. L’origine, per Gebser, non sta dietro di noi: è sempre presente.

Il punto delicato è il quinto stadio. La struttura mentale — quella che misura, prospettiva, divide il mondo in soggetto che guarda e oggetto guardato, conquista lo spazio e lo trasforma in mappa — è la struttura che ci ha dato Galileo, il Rinascimento e il PIL, e che secondo Gebser è entrata in modalità «deficiente»: la ragione che impazzisce di sé, l’ego che spazializza tutto fino a soffocare. Da questa crisi non si esce all’indietro, verso il mito o la magia, ma verso una struttura integrale e «aperspettica», capace di rendere il tempo trasparente invece di subirlo come una freccia che corre verso il nulla.
Qui sta la prima lezione di prudenza, e viene proprio dall’autore. Gebser rifiutava di chiamare tutto questo «super-coscienza». L’integrale non è un potenziamento, non è un uomo più forte o più intelligente; è semmai un uomo più intero, che smette di amputarsi. Diffidava persino della parola «evoluzione», perché odorava troppo di progresso garantito, di magnifiche sorti. Preferiva parlare di mutazioni: salti improvvisi, non scalate meritocratiche. Chi ha frequentato i profeti del salto evolutivo dovrebbe rileggerlo come un antidoto: il pensatore che più di tutti ha descritto una coscienza nuova è anche quello che più di tutti ha rifiutato di venderla come un upgrade.
Teilhard, il gesuita che la Chiesa chiuse in un cassetto
Pierre Teilhard de Chardin faceva due mestieri che la Storia considera incompatibili: era paleontologo e prete. Scavava ossa nel deserto del Gobi e celebrava messa sulla materia del mondo. Da questo doppio sguardo nacque la sua intuizione più grande, la legge di complessità-coscienza: più la materia si organizza in forme complesse, più la coscienza si intensifica. Dall’atomo alla cellula, dalla cellula al cervello, e dal cervello a qualcosa che Teilhard chiamò noosfera — la «sfera del pensiero», una pellicola di mente che avvolge il pianeta come la biosfera avvolge la geologia. Tutto questo convergerebbe verso un punto finale di unificazione e massima personalizzazione che battezzò Punto Omega, e che, da gesuita, identificava con il Cristo cosmico.

La sua opera maggiore, Il fenomeno umano, uscì solo nel 1955, postuma: la Compagnia di Gesù gli aveva proibito di pubblicarla in vita, e nel 1962 il Sant’Uffizio diffuse persino un monitum, un cartellino giallo dottrinale, contro i suoi scritti. Ironia delle traiettorie: lo stesso gesuita censurato sarebbe stato citato, decenni dopo, da papa Francesco nella Laudato si’, e adottato come santo laico da una tribù che Teilhard non avrebbe mai immaginato — gli ingegneri della Silicon Valley, di cui diremo.
Conviene però non beatificarlo troppo in fretta, perché lui stesso offre il materiale per la diffidenza. Teilhard partecipò agli scavi dell’Uomo di Pechino, una scoperta vera; ma fu anche, da giovane, nei pressi della faccenda di Piltdown, il più clamoroso falso paleontologico del Novecento, un cranio umano incollato a una mandibola di orango spacciato per anello mancante. Stephen Jay Gould arrivò a sospettarlo complice; l’accusa non è mai stata provata e resta minoritaria. Ma è un promemoria utile e quasi comico: il teologo della convergenza universale verso la Verità ha lambito, da ragazzo, la più riuscita bufala scientifica della sua epoca. Anche i profeti dell’Omega passano per il fango.
Wilber, o la mappa che diventa un trono
Se Gebser è il poeta cauto e Teilhard il mistico paleontologo, Ken Wilber è il contabile cosmico. A partire da The Spectrum of Consciousness (1977) ha tentato l’impresa più ambiziosa e più sospetta: cucire insieme la psicologia dello sviluppo occidentale — Piaget, le sue stadialità — e le tradizioni contemplative orientali in un unico sistema, che ha chiamato AQAL, «tutti i quadranti, tutti i livelli». La coscienza, per Wilber, sale dal prepersonale al personale al transpersonale, attraverso una gerarchia di stadi, o meglio una «olarchia», dove ogni livello include e trascende il precedente come la cellula include la molecola.

Wilber ci ha lasciato uno strumento prezioso, ed è onesto darglielo: la fallacia pre/trans. Consiste nel confondere ciò che sta prima della ragione con ciò che sta oltre la ragione, scambiando l’infantile per il mistico e viceversa. Un bambino che non distingue sé dal mondo e un saggio che lo trascende non sono affatto la stessa cosa, anche se a un orecchio distratto suonano simili. È una lama che taglia da due parti: smaschera lo spiritualismo regressivo che spaccia la confusione per illuminazione, ma anche il riduzionismo che bolla ogni esperienza alta come una ricaduta nell’irrazionale.
Eppure il personaggio è anche la più istruttiva delle nostre cautele. L’uomo che ha mappato la fioritura della coscienza con tanta sicurezza ha reagito ai critici, nel famigerato post «Wyatt Earp» del 2006, con un sarcasmo da pistolero offeso; ha intrecciato la sua avventura con maestri poi finiti in scandali di abuso comunitario; ha lasciato che attorno al suo integrale crescesse qualcosa che assomigliava molto a una scuola con il suo capo carismatico. È il paradosso più crudele di tutta questa storia — e lo nomino una volta sola, perché abusarne renderebbe questa rivista una collezione di curiosità: la mappa più completa della coscienza si è rivelata anche la più esposta alla tentazione di sedersi sul trono che disegnava. Una cartina geografica che pretende di essere il territorio finisce sempre per voler riscuotere il pedaggio.
L’anticipo, e come distinguerlo dall’autocompiacimento

Dietro le tre voci, e prima di tutte, c’è Sri Aurobindo, l’uomo che alla parola supramentale diede cittadinanza. Nel Life Divine e negli scritti sulla «manifestazione supramentale sulla Terra» Aurobindo immaginò non un superuomo muscolare ma un essere gnostico: una coscienza in cui la separazione tra il sé e il tutto si scioglie senza dissolverlo, in cui l’intuizione opera con la precisione che noi riserviamo al calcolo. E — qui sta il cuore della questione che ci interessa — non lo pensava come una specie biologica già pronta, riconoscibile a un esame del sangue. Lo pensava come una possibilità che compare prima sporadicamente, in individui isolati, anticipazioni vive disseminate nella storia molto prima che la storia sia pronta ad accoglierle.
È l’immagine che mette d’accordo tutti e quattro, e per buone ragioni. Per Teilhard sono i precursori dell’Omega, i santi e i creatori in cui la convergenza si fa carne in anticipo. Per Wilber sono la «punta di crescita», la minoranza che esplora il livello successivo prima che diventi senso comune. Per Gebser sono coloro in cui la struttura integrale diventa, per un attimo, trasparente. L’essere supramentale, in questa lettura, non arriverebbe con un comunicato stampa: si presenterebbe in dosi omeopatiche, in persone che mostrano gradi di integrazione, di intuizione e di universalità ancora rari nella storia umana, e quasi sempre scambiati, dai contemporanei, per eccentricità o follia.
Bellissimo. E qui scatta il dubbio metodico, perché questa è anche, parola per parola, la retorica di ogni élite spirituale che sia mai esistita, di ogni setta dei «pochi risvegliati», di ogni venditore di risveglio a rate. Se l’anticipazione è per definizione invisibile ai più e leggibile solo dagli iniziati, chi rilascia le patenti? Su quale base distinguiamo il santo dal narcisista, l’intuizione universale dalla proiezione lusinghiera, l’uomo nuovo dal vecchio uomo con un guardaroba esoterico più costoso? La storia delle religioni e quella dei movimenti potenziali umani sono cimiteri di persone certissime di essere più evolute delle altre — e la cosa più sospetta è che il «più evoluto» descriva sempre, con precisione commovente, chi sta parlando. Una soglia di coscienza che non si può falsificare, che si certifica da sé e premia chi la annuncia, ha tutte le caratteristiche di una verità — e tutte le caratteristiche di una truffa. La differenza, ammettiamolo, non sempre si vede a occhio nudo.
E poi arrivarono gli ingegneri
C’è un dettaglio che andrebbe inciso sopra ogni discorso sul transumanesimo, e che quasi nessuno cita. La parola transhumanism la mise in circolazione, nel 1957, Julian Huxley — biologo, primo direttore dell’UNESCO, e amico di Teilhard de Chardin, di cui firmò l’introduzione all’edizione inglese del Fenomeno umano. «L’uomo che resta uomo, ma trascende se stesso», scriveva Huxley. Il transumanesimo, insomma, nasce nello stesso salotto della noosfera. Non è un caso che il Punto Omega di Teilhard riappaia, mezzo secolo dopo, travestito da fisica nel Physics of Immortality di Frank Tipler (1994), e da informatica nella Singolarità di Ray Kurzweil: la convergenza cosmica verso una mente totale, ma senza Dio e con molti più server.
E però è qui che le strade divergono in modo che dovrebbe far riflettere. Gebser, Teilhard, Aurobindo parlano di una trasformazione interiore e qualitativa: più integrazione, più trasparenza, più unione che differenzia, una mutazione del modo stesso di essere coscienti. Il transumanesimo dominante — quello di Bostrom, di Kurzweil, degli «estropici» della Silicon Valley — parla di una trasformazione esteriore e quantitativa: più memoria, più anni di vita, più calcolo, geni ritoccati, protesi cognitive, coscienze caricate su un disco. Là si tratta di cambiare la qualità dell’essere; qui di moltiplicare la potenza del fare.
La domanda imbarazzante — e profondamente ironica — è se questo non sia il rovescio esatto del supramentale che pretende di realizzare. Aurobindo metteva come condizione del salto la resa dell’ego; il transumanesimo, nella sua forma più pura, è l’ego che rifiuta di morire e si compra il tempo supplementare. Gebser diagnosticava la struttura mentale «deficiente» — la ragione misuratrice impazzita di controllo — come la malattia da superare; e il sogno di caricare la mente su un computer è quella stessa struttura portata alla potenza di mille, l’uomo-misura che pretende di farsi immortale calcolando meglio. Il superuomo della valle del silicio rischia di non essere l’integrale di Gebser, ma il mentale deficiente con un budget illimitato.
Sarebbe troppo comodo, però, fermarsi qui e incoronare i mistici contro gli ingegneri: il dubbio, se è metodico, taglia simmetrico. Perché i mistici dell’evoluzione interiore hanno un problema che gli ingegneri non hanno: il loro «più alto» non si può misurare, non si può falsificare, non si può sottoporre a revisione. L’illuminazione si autocertifica; la protesi, almeno, o funziona o non funziona. Quando un transumanista promette di farti vivere mille anni mente, ma mente in modo controllabile: tra mille anni si vedrà. Quando un maestro promette una coscienza universale, la verifica è rinviata sine die, delegata alla fede dei discepoli e finanziata dalle loro donazioni. C’è un’onestà ruvida nel benchmark che manca nell’estasi. E c’è, all’opposto, una sapienza dell’interiorità che nessun benchmark cattura. Tenere insieme le due diffidenze, senza scegliere la più comoda, è l’unico esercizio che valga la pena.
La specie che non si vede
Resta, sul tavolo, una domanda che né i profeti né gli ingegneri hanno il diritto di chiudere: è davvero possibile che la coscienza umana abbia stadi non ancora nati? Onestamente, non lo sappiamo. È un’ipotesi affascinante, antica, ricorrente, e proprio per questo sospetta — le idee che tornano in ogni epoca lo fanno perché sono vere o perché soddisfano un bisogno permanente, e distinguere le due cose è esattamente il lavoro che nessuno vuole fare.
Forse l’essere supramentale esiste già, sparso, irriconoscibile, scambiato per stravaganza in qualche persona che non scriverà mai un manifesto né fonderà un istituto — e che, se ne vedesse uno in giro, non lo additerebbe. Forse è solo il modo elegante che ha la nostra specie di non sopportare di essere già finita. Forse verrà costruito in laboratorio, e sarà meno una nuova coscienza che un vecchio desiderio con processori più veloci. L’unica cosa di cui possiamo essere ragionevolmente certi è questa: nel momento esatto in cui qualcuno vi mostrerà l’anticipazione vivente del prossimo stadio evolutivo, e per fortuna si tratterà di lui, o di qualcosa che vende lui, sarà il momento di tenere stretto il portafoglio e accendere il dubbio. L’uomo nuovo, ammesso che arrivi, difficilmente busserà alla porta con un biglietto da visita. E quasi sicuramente non si farà pagare l’ingresso.
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