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Ai confini della coscienza

Da Sepioni a Parnia, da van Lommel a Faggin: cosa sappiamo oggi delle esperienze di pre-morte e perché mettono in crisi il paradigma materialista.

La scienza delle esperienze di pre-morte tra evidenza clinica e questione filosofica

Estratto

Trecento casi raccolti in pronto soccorso, venticinque ospedali nello studio AWARE-II, un Nobel come Penrose e un padre del microprocessore come Faggin che ne discutono. Le esperienze di pre-morte non sono più aneddoti da talk-show: sono un cantiere scientifico aperto. E quel cantiere, lentamente, sta scuotendo l’idea che la coscienza sia soltanto un sottoprodotto del cervello.

Un fenomeno clinico, non un aneddoto

Le esperienze di pre-morte (Near-Death Experiences, NDE) e le esperienze fuori dal corpo (Out-of-Body Experiences, OBE) sono oggi un oggetto di studio scientifico riconosciuto, distinto con cura da sogni, allucinazioni, stati confusionali post-anestesia o produzioni oniriche del cervello in sofferenza. Le ricerche degli ultimi cinquant’anni convergono su un punto: si tratta di esperienze coerenti, strutturate, riproducibili nel loro schema narrativo, riferite da pazienti in arresto cardiaco, encefalogramma piatto, ipossia cerebrale grave o morte clinica documentata. Il dottor Francesco Sepioni, medico del Dipartimento Emergenza e Urgenza dell’ASL 1 Umbria e autore di Al confine dell’aldilà, si colloca in una linea di ricerca clinica che, dopo il pioniere Raymond Moody (Life After Life, 1975), ha visto consolidarsi un corpus internazionale rigoroso.

Gli elementi ricorrenti, ormai mappati da decine di studi prospettici, comprendono il senso di pace e gioia profonda (riportato in circa il 95% dei casi), la visione di una luce intensa ma non accecante (86%), la revisione panoramica della propria vita (54%), l’uscita dal corpo con percezione dall’esterno della scena della rianimazione (37%), l’incontro telepatico con persone decedute (32%), la percezione di un ambiente “altro” o ultraterreno (30%) e la sensazione di un confine non oltrepassabile (15%). La frequenza varia leggermente tra studi, ma il pattern è stabile attraverso culture, età e contesti clinici.

Vale qui ricordare la frase che Sepioni richiama nell’intervista, attribuita a Rita Levi-Montalcini: la coscienza è una realtà la cui sede e natura ci restano in larga parte ignote. Cinquant’anni di ricerca rigorosa non hanno dissolto il mistero; lo hanno, semmai, reso più nitido. Ed è forse questa, oggi, la posizione intellettualmente più onesta: non chiudere la porta né dell’ipotesi materialista né di quelle che la mettono in discussione, ma considerare le NDE per ciò che indubbiamente sono – un fenomeno clinico frequente, riproducibile, trasformativo – e per ciò che potrebbero ancora insegnarci sulla cosa che più ci appartiene e meno comprendiamo: noi stessi che pensiamo, ricordiamo, amiamo, e un giorno cesseremo, in qualche forma, di farlo

La voce italiana: Facco e gli altri

Anche Enrico Facco, professore di anestesiologia e rianimazione all’Università di Padova, neurologo e ipnologo, autore di oltre 250 pubblicazioni, è una figura di riferimento. Il suo Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica (Altravista, 2010, più volte ristampato) resta il principale manuale italiano sul tema; Facco insiste sul fatto che l’incidenza delle NDE nell’arresto cardiaco oscilla tra il 10% e il 18% e che il fenomeno è studiabile con il metodo scien tifico, criticando insieme lo scetticismo dogmatico e le letture confessionali. Sul tema scrivono in Italia anche Paola Giovetti (autrice di numerosi saggi divulgativi sull’aldilà fin dagli anni ‘80) e personalità come Pier Luigi Luisi (biochimico, già ETH Zurigo, attento al rapporto scienza-spiritualità). Sepioni stesso, secondo quanto riferisce nell’intervista, ha contribuito con una pubblicazione internazionale al filone.

Sul fronte italiano, voce di assoluto rilievo internazionale è quella di Federico Faggin, padre del microprocessore Intel 4004 e medaglia nazionale USA per la tecnologia. La Federico and Elvia Faggin Foundation, fondata nel 2011, finanzia ricerca scientifica sulla coscienza. Nei volumi Silicio (2019), Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura (Mondadori, 2022) e Oltre l’invisibile (Mondadori, 2024) Faggin sostiene che la coscienza è un fenomeno irriducibile, antecedente alla materia, di natura quantistica e non computabile: per questo non può “spegnersi” con la morte del corpo. La sua è una posizione filosofica costruita con linguaggio tecnico e citazioni di Plotino, Meister Eckhart, San Paolo, accolta con interesse fuori dall’accademia ma discussa nei circoli scientifici.

Lo strumento di validazione: la Scala di Greyson

Per uscire dall’aneddotica, nel 1983 lo psichiatra Bruce Greyson, della University of Virginia, ha messo a punto la Near-Death Experience Scale, sedici item che indagano componenti cognitive, affettive, paranormali e trascendenti, con un punteggio da 0 a 32 e una soglia clinica fissata a 7. La scala è stata citata oltre 450 volte nella letteratura medica (dato 2021) e tradotta in molte lingue; resta lo standard internazionale per discriminare una NDE autentica da altre alterazioni della coscienza. Greyson, dal 2014 professore emerito di psichiatria, ha lavorato per decenni nella Division of Perceptual Studies (DOPS) di Charlottesville e nel 2021 ha pubblicato After: A Doctor Explores What Near-Death Experiences Reveal about Life and Beyond (St. Martin’s Press), summa di mezzo secolo di lavoro sul campo.

Le ondate degli studi prospettici

Dopo Moody, la svolta è avvenuta nel 2001 con lo studio del cardiologo olandese Pim van Lommel, pubblicato su The Lancet: 344 pazienti rianimati dopo arresto cardiaco, di cui il 18% riferiva una NDE compatibile con i criteri di Greyson. Lo studio era prospettico, multicentrico e prevedeva follow-up a due e otto anni, mostrando effetti trasformativi duraturi.

Il testimone è passato al rianimatore britannico-statunitense Sam Parnia, oggi direttore del Cardiopulmonary Resuscitation Research Program alla NYU Grossman School of Medicine. Lo studio AWARE I (2014) ha mostrato la possibilità di consapevolezza durante arresto cardiaco; il più ambizioso AWARE-II, di cui Parnia ha pubblicato i risultati definitivi su Resuscitation (vol. 191, 109903) nel 2023, è uno studio prospettico multicentrico condotto in 25 ospedali tra Stati Uniti e Regno Unito. L’équipe ha registrato EEG e ossigenazione cerebrale in tempo reale durante la rianimazione cardiopolmonare, somministrando ai pazienti stimoli audiovisivi indipendenti (cuffie e schermo) per testare un’eventuale memoria implicita. Il dato cruciale: su 53 pazienti per cui è stato possibile ottenere tracciati EEG interpretabili, circa la metà mostrava attività elettrica cerebrale quasi normale (onde delta, theta, alpha, beta) compatibile con l’emergenza di stati di coscienza, nonostante l’ischemia cerebrale grave e l’assenza di segni esteriori di consapevolezza. Undici pazienti hanno riferito episodi di awareness, sei una vera e propria esperienza di morte (NDE). È la prima volta che attività elettrica cerebrale e coscienza dichiarata vengono correlate in tempo reale durante CPR.

Il documento di consenso del 2022

Nel febbraio 2022, sulla prestigiosa rivista Annals of the New York Academy of Sciences (vol. 1511, pp. 5-21), Parnia e un team internazionale hanno pubblicato Guidelines and standards for the study of death and recalled experiences of death, il primo documento di consenso peer-reviewed sul campo. Tra i coautori figurano Bruce Greyson, Peter Fenwick (neuropsichiatra britannico, King’s College), Jeffrey Long (oncologo statunitense, fondatore della Near Death Experience Research Foundation, NDERF) e ricercatori di Stony Brook, Harvard, UC Riverside, Medical College of Wisconsin. Il documento propone di sostituire l’espressione popolare “near-death experience” con quella più rigorosa di recalled experience of death, e raccoglie sotto criteri condivisi i temi ricorrenti, distinguendo le NDE “classiche” da fenomeni vicini (allucinazioni, esperienze indotte da farmaci, dissociazione). Una conclusione chiave: queste esperienze “sembrano essere qualcosa di più di semplici allucinazioni”.

Il nodo cruciale: coscienza con cervello inattivo

Il problema teorico resta intatto. Come possono pazienti con tronco encefalico spento, EEG piatto, ipossia globale, formare ricordi lucidi, strutturati, talvolta verificabili (l’OBE veridica, in cui il paziente descrive dettagli della propria rianimazione di cui non poteva avere percezione sensoriale)? Le ipotesi materialiste classiche – DMT endogeno (Rick Strassman), anossia, scariche di adrenalina, attivazione del lobo temporale, ricostruzione retrospettiva della memoria – spiegano singoli elementi ma non l’insieme, soprattutto la lucidità riferita in stadi cerebrali in cui la teoria prevede l’inattività.

A complicare il quadro è arrivato lo studio della neuroscienziata Jimo Borjigin, University of Michigan, pubblicato su PNAS il 1° maggio 2023 (Surge of neurophysiological coupling and connectivity of gamma oscillations in the dying human brain). Su quattro pazienti comatosi monitorati dopo la rimozione del supporto ventilatorio, due hanno mostrato un’improvvisa esplosione di onde gamma altamente coerenti, con aumento della connettività tra emisferi e accoppiamento cross-frequenza fra gamma e oscillazioni più lente, particolarmente intensa nella giunzione temporo-parietale (regione associata alle OBE). I sostenitori dell’ipotesi materialista vi leggono il correlato neurobiologico delle NDE; Greyson, van Lommel e Fenwick, in un Invited Commentary sul Journal of Near-Death Studies (2022 e 2023) e su Frontiers in Aging Neuroscience (maggio 2022), hanno obiettato che nessuno dei pazienti monitorati è sopravvissuto per raccontare un’esperienza, e che la stessa cosa nell’AWARE-II di Parnia non ha mostrato sovrapposizione tra pazienti con EEG “cosciente” e pazienti che hanno poi riferito una NDE.

Effetti trasformativi: il dato più solido

L’aspetto meno controverso è anche il più sorprendente sul piano antropologico: circa il 95% di chi attraversa una NDE subisce trasformazioni durature di personalità e valori. Diminuzione drastica della paura della morte, riduzione del materialismo, aumento dell’altruismo, della spiritualità non confessionale, della tolleranza, dell’attenzione al senso della vita. Greyson, van Lommel, Penny Sartori (infermiera gallese di terapia intensiva, autrice di The Wisdom of Near-Death Experiences, 2014) e Mary Neal (chirurga ortopedica statunitense, autrice di To Heaven and Back) hanno documentato come gli effetti persistano a vent’anni di distanza, indipendenti dal contesto culturale e religioso di partenza. Anche Eben Alexander, neurochirurgo americano, ha raccontato la propria NDE durante una meningite batterica nel best-seller Proof of Heaven (2012, tradotto come Milioni di farfalle).

L’orizzonte filosofico: oltre il materialismo

Questo intreccio di dati e anomalie ha rilanciato negli ultimi anni un dibattito filosofico che la neuroscienza mainstream credeva chiuso. Il filosofo australiano David Chalmers ha formalizzato dal 1995 l’hard problem of consciousness: perché il funzionamento neurale è accompagnato da esperienza soggettiva? La saggista Annaka Harris (Conscious, 2019, e l’audio-serie Lights On, 2023) ha portato il problema al grande pubblico mostrando la fragilità del paradigma riduzionista.

Diverse alternative teoriche convivono oggi. Christof Koch, già al Caltech e oggi all’Allen Institute for Brain Science di Seattle, sostiene la Integrated Information Theory (IIT), elaborata con Giulio Tononi. Nel suo libro del 2024 Then I Am Myself the World (Basic Books), Koch – che ha avuto egli stesso una NDE personale durante un’immersione – difende l’idea che la coscienza sia una proprietà fondamentale della realtà, quantificabile come Phi, e che le NDE rivelino “fino a che punto abitiamo una realtà costruita”. La sua posizione lo avvicina a un panpsichismo moderato.

Più radicale è la Interface Theory of Perception di Donald Hoffman, scienziato cognitivo della UC Irvine, formalizzata nel 2015 e ribadita nel paper Interfacing consciousness su Frontiers in Psychology (luglio 2024) con Robert Prentner. Hoffman afferma, sulla base di simulazioni evolutive Monte Carlo, che la selezione naturale non ha plasmato la nostra percezione per rivelare la realtà, ma per nasconderla dietro un’interfaccia adattiva: lo spazio-tempo sarebbe l’icona-desktop, non la realtà. La coscienza, non la materia, sarebbe il fondamento.

Su una linea convergente, il filosofo olandese Bernardo Kastrup, direttore esecutivo della Essentia Foundation, sviluppa l’idealismo analitico: la realtà è essenzialmente mentale, le menti individuali sono “segmenti dissociati” di una coscienza universale. Kastrup pubblica saggi accademici (compreso Scientific American) e ha dialogato pubblicamente con van Lommel e Hoffman in un’intervista del 2023 ospitata da Essentia.

Il fronte quantistico è rappresentato dal modello Orchestrated Objective Reduction (Orch-OR) di Roger Penrose (premio Nobel per la fisica 2020) e Stuart Hameroff (anestesista, Università dell’Arizona): la coscienza emergerebbe dal collasso oggettivo di stati quantistici nei microtubuli neuronali. Nel 2024 esperimenti sulla superradianza ultravioletta nei network di triptofano (Tuszyński, Journal of Physical Chemistry) e nel 2025 un articolo di Michael Wiest su Neuroscience of Consciousness (Oxford, maggio 2025) hanno fornito argomenti sperimentali a favore dell’ipotesi, riaprendo un dibattito a lungo considerato marginale.

Le istituzioni del campo

Oltre a DOPS, NDERF, Essentia e Faggin Foundation, vanno citate la IANDS (International Association for Near-Death Studies), fondata negli anni ‘80, che pubblica il Journal of Near-Death Studies; l’Institute of Noetic Sciences (IONS), fondato dall’astronauta Edgar Mitchell; la Galileo Commission dello Scientific and Medical Network britannico (rapporto del 2019, Beyond a Materialist Worldview); la Society for Psychical Research (Londra, 1882, la più antica). Il Bigelow Institute for Consciousness Studies (BICS), fondato nel 2020 dall’imprenditore aerospaziale Robert Bigelow, ha lanciato nel 2021 un concorso di saggi sulle prove della sopravvivenza della coscienza con 1,8 milioni di dollari di premi: il primo premio è andato a Jeffrey Mishlove, il secondo proprio a van Lommel (The Continuity of Consciousness). Edward F. Kelly e colleghi della DOPS hanno raccolto il pensiero “post-fisicalista” nei volumi Irreducible Mind (2007), Beyond Physicalism (2015) e Consciousness Unbound (2021).

Critica scettica e prudenza necessaria

Restano voci scettiche autorevoli: la psicologa britannica Susan Blackmore, che dopo proprie ricerche ha ricondotto le NDE a meccanismi neurali (anossia, rilascio di endorfine, attivazione temporale); Michael Shermer della Skeptic Society; le posizioni del CSI (Committee for Skeptical Inquiry). Lo studio di Borjigin viene letto da molti neuroscienziati come prova che il cervello morente “produce” l’esperienza, non come finestra su una coscienza non locale. È onesto segnalare al lettore che la materia resta aperta, che non esiste tuttora un esperimento decisivo (l’OBE veridica con target nascosto, cuore dell’AWARE I, non ha dato risultati conclusivi), e che molte affermazioni sulla “prova dell’aldilà” – specie nei BICS essays – muovono da criteri di evidenza diversi da quelli della medicina sperimentale.

Implicazioni cliniche e una cornice umana

Sul piano pratico, l’integrazione post-NDE è un problema clinico reale: alcuni pazienti faticano a parlare di ciò che hanno vissuto, temono di essere considerati instabili, sperimentano una “ristrutturazione di valori” che mette in crisi famiglie e ruoli lavorativi. IANDS e DOPS hanno sviluppato linee guida per medici, infermieri e psicoterapeuti; in Italia non esistono ancora protocolli ospedalieri standardizzati. Le tradizioni spirituali – il Bardo Thödol tibetano, la mistica cristiana di Eckhart, il sufismo – avevano già descritto fenomenologie sorprendentemente affini, oggetto oggi di una lettura comparativa interculturale (Jeffrey Kripal alla Rice University).


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Ennio Martignago