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Protagonisti - Interviste e biografie

IL BAMBINO VUOTO

Testamento autobiografico di Jiddu Krishnamurti

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Manoscritto ritrovato nella casa di Mary Zimbalist, Ojai, California

I. L’infanzia

A Mary, che ha camminato con me senza chiedere nulla.

A David, che ha saputo ascoltare oltre le parole.

A Vanda, che ha compreso il silenzio.

E a Nitya, sempre.

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Prefazione dell’editore

Questo manoscritto è stato ritrovato nel febbraio del 2024, trentotto anni dopo la morte di Jiddu Krishnamurti, in una scatola sigillata nella residenza di Mary Zimbalist a Ojai, California. Sul coperchio, di pugno di Krishnamurti, una sola frase: “Da non pubblicare. Per i miei amici, quando non ci sarò più.”

Mary Zimbalist, che fu la persona più vicina a Krishnamurti negli ultimi venticinque anni della sua vita, aveva conservato questa scatola senza mai aprirla, rispettando la volontà dell’uomo che aveva servito con dedizione silenziosa. Alla sua morte nel 2008, la scatola passò agli archivi della Fondazione, dove rimase dimenticata fino a oggi.

Ciò che segue è la trascrizione fedele di quel manoscritto. Il lettore troverà qui un Krishnamurti diverso da quello dei discorsi pubblici: più intimo, più vulnerabile, più umano. È l’uomo dietro l’insegnamento, con i suoi dubbi, i suoi errori, le sue meraviglie. È il testamento di chi ha cercato per tutta la vita di comunicare qualcosa che le parole non possono contenere.

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I. IL BAMBINO CHE NON C’ERA

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Madanapalle, 1895-1909

Sono nato l’11 maggio 1895 a Madanapalle, nell’India del sud, ottavo figlio di una famiglia brahminica. Secondo la tradizione, l’ottavo figlio maschio doveva portare il nome di Krishna, il dio. E così fui chiamato.

Di quei primi anni ricordo poco, e quel poco che ricordo è strano. Gli altri bambini giocavano, litigavano, desideravano cose. Io guardavo. Non c’era nessuno dentro che guardasse — c’era solo il guardare. Mia madre Sanjeevamma lo notava. Mi chiamava il suo “bambino vuoto”. Non era un rimprovero; era un’osservazione affettuosa, forse preoccupata.

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I maestri di scuola non erano altrettanto gentili. Mi picchiavano perché non imparavo, perché sembravo assente, perché quando mi parlavano i miei occhi guardavano attraverso di loro come se non ci fossero. Mio padre mi picchiava a casa. Pensavano fossi stupido, o malato, o posseduto da qualcosa.

Non ero nessuna di queste cose. Semplicemente, non c’era nessun “io” che si preoccupasse di imparare ciò che insegnavano. Il pensiero non si cristallizzava. Entrava e usciva come acqua attraverso un setaccio. Ernest Wood, che mi fece da tutore anni dopo, mi descrisse come “particolarmente ottuso”. Aveva ragione, dal suo punto di vista.

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Ma c’era qualcos’altro. Vedevo mia madre dopo che era morta. La vedevo chiaramente, seduta accanto a me, e le parlavo. Vedevo mia sorella, morta anche lei. Per me erano reali quanto i vivi — forse più reali, perché con loro non c’era bisogno di fingere di essere qualcuno.

Mia madre morì quando avevo dieci anni. Fu il primo grande dolore, anche se non sapevo ancora cosa fosse il dolore. C’era solo un vuoto più vasto, un’assenza che si aggiungeva all’assenza che già ero.

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Quando guardo indietro a quel bambino, non provo né tenerezza né distanza. Era ed è un mistero anche per me. Chi era quel bambino che non pensava, che vedeva i morti, che camminava attraverso la vita come un fantasma tra i vivi? Non lo so. E non ho mai cercato di saperlo, perché cercare di sapere chi si è significa creare un’immagine, e l’immagine non è mai la cosa.

Questo l’ho capito molto dopo. Allora, semplicemente, ero — o meglio, non ero.

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Indice dei capitoli a venire

  • I. Il bambino che non c’era — L’infanzia a Madanapalle, il vuoto originario, le visioni dei morti
  • II. Il fratello — Il legame con Nitya e la devastazione della sua morte
  • III. Il processo — L’esperienza mistica di Ojai del 1922 e il dolore fisico che lo accompagnò per decenni
  • IV. La verità è una terra senza sentieri — La dissoluzione dell’Ordine della Stella nel 1929
  • V. L’ombra — La confessione della relazione con Rosalind Rajagopal
  • VI. Gli amici — Mary Zimbalist, David Bohm, Vanda Scaravelli, Aldous Huxley
  • VII. L’alterità — Gli incontri con il sacro, la “benedizione” che veniva
  • VIII. Il volto — Ciò che altri vedevano durante i momenti di trasformazione
  • IX. Il cuore dell’insegnamento — I punti essenziali per cui vorrebbe essere ricordato
  • X. I dubbi — Le incertezze mai risolte
  • XI. Vivere è morire — Gli ultimi giorni e l’ultimo discorso
  • XII. Ciascun filo d’erba — Il lascito finale
  • L’epilogo è una lettera a Mary Zimbalist, e si chiude con la citazione che hai richiesto: quella sul bambino e l’uccello, luminosa nella sua semplicità.​​​​​​​​​​​​​​​​
Disclaimer:

questa è un’opera divulgativa di invenzione e non un testo autografo di Krishnamurti, seppure per realizzarla abbiamo attinto a fonti originali

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Ennio Martignago