6.000 Conferenze per Cambiare il Mondo
Parte Quarta
estratto
C’è uno Steiner da vetrina — il veggente delle ere atlantidee, l’uomo finito sull’etichetta del vino biodinamico — che il materialista liquida e l’antroposofo venera, concordi almeno nel non leggerlo. E c’è un altro Steiner, che a Copenaghen nel maggio 1912 sale su un palco e affronta una sola domanda nuda: che senso ha vivere? È il fenomenologo della sofferenza travestito da cosmologo, e vale la pena ripescarlo non perché abbia ragione — sul suo apparato sovrasensibile restiamo beneficamente increduli — ma perché sotto la metafisica batte una tenerezza precisa verso il dramma di esistere, nel senso che André Malraux dava alla condition humaine. Attraverso le conferenze sul senso della vita (GA 155), il ciclo berlinese sul dolore e sul male (GA 55), le Metamorfosi della vita dell’anima (GA 58 e 59), i cicli paolini sulla libertà e le conferenze del 1918 sul legame fra vivi e morti (GA 168, GA 181), emerge una costante: Steiner non rimuove la sofferenza né la spiega via con una teodicea da catechismo. La transustanzia — la muta di sostanza lasciandola ciò che è. Il seme perisce in quanto seme e diventa pianta; il dolore perisce in quanto dolore e diventa compassione; l’Io che si spezza diventa, spezzandosi, libero. È l’anti-destino di Malraux spostato dalla tela all’anima. Resta lo scetticismo dovuto: l’apparato è in gran parte infalsificabile, e l’eredità ha prodotto una vasta industria del benessere che ha fatto del pensatore della libertà un marchio. Eppure, setacciato tutto, resta una voce che ha guardato il dramma di esistere senza mentire sul prezzo. Forse la sua vera eresia non fu la chiaroveggenza, ma la tenerezza.
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Rudolf Steiner, la condizione umana e l’arte di transustanziare il dolore
C’è uno Steiner da vetrina e uno Steiner da comodino, e quasi nessuno tiene il secondo sul comodino. Il primo lo conoscono tutti, anche chi non lo ha mai letto: il veggente delle ere atlantidee, l’architetto di gerarchie angeliche con nomi da grammatica tedesca, l’uomo finito suo malgrado sull’etichetta del vino biodinamico e sulla brochure della scuola dove iscrivere i figli per distinguersi dal vicino. È lo Steiner che il materialista liquida con un sospiro — pseudoscienza, avanti il prossimo — e che l’antroposofo venera con una devozione tanto integrale da somigliare, ironia delle ironie, proprio a quel dogmatismo da cui Steiner voleva affrancarci. Due chiese contrapposte, lo scettico di professione e il credente a tempo pieno, concordi almeno su una cosa: che di Steiner si possa parlare senza leggerlo.
Poi c’è l’altro. Lo Steiner che a Copenaghen, in due sere di maggio del 1912, sale su un palco semipubblico e non parla di Atlantide né di logge planetarie, ma di una sola domanda, nuda: che senso ha vivere? Le due conferenze raccolte in apertura della GA 155 — Über den Sinn des Lebens — hanno la fisionomia di un uomo che si rivolge a esseri umani spaventati dalla propria caducità e prova, senza prometterne troppo, a dare loro qualcosa con cui reggersi. È questo Steiner, il fenomenologo della sofferenza travestito da cosmologo, che vale la pena ripescare. Non perché abbia ragione — su buona parte del suo apparato sovrasensibile resteremo, qui, beneficamente increduli — ma perché sotto la cosmologia batte una pulsazione che la cosmologia non spiega: una tenerezza precisa, quasi clinica, verso il dramma di esistere.
Il dramma, nel senso di Malraux
Conviene chiamare le cose con il nome giusto. André Malraux fissò per il Novecento la formula della condition humaine: l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire, e che proprio per questo è costretto a fabbricare un senso o a perire d’insensatezza. La cultura, per Malraux, l’arte soprattutto, è ciò che oppone una forma al destino — l’art est un anti-destin. Non vince la morte: le contrappone una metamorfosi, una sopravvivenza di forme che dichiara la dignità umana proprio mentre la finitudine la smentisce.
Tenete a mente quella parola, metamorfosi, perché è la stessa che Steiner mette in copertina ai suoi cicli più intimi — Metamorfosi della vita dell’anima, GA 58 e GA 59 — ed è, guarda caso, la stessa che questa testata si è scelta come insegna. Non è coincidenza pittoresca: è il segno che tre soggetti molto diversi — un romanziere ateo e gollista, un veggente austriaco, un magazine diffidente — stanno girando attorno allo stesso buco nero. Davanti alla morte e all’assurdo si può fare una cosa sola che non sia mentire: trasformare. Malraux trasforma in arte. Steiner sostiene di poter trasformare in coscienza. La differenza non è da poco, e la terremo d’occhio. Ma la mossa è gemella, e va riconosciuta prima di passare al setaccio scettico.
Il seme respinto nell’abisso

Nella seconda sera danese Steiner fa una cosa che un predicatore della consolazione non farebbe mai: invece di nascondere lo spreco del mondo, lo esibisce. Guardate la natura, dice in sostanza. La vita fisica si regge su una sovrabbondanza oscena di possibilità di cui solo una frazione infinitesima arriva a fiorire. Milioni di semi vegetali, di germi biologici, vengono respinti in un abisso di non-compimento perché una sola pianta giunga al fiore e faccia avanzare la specie. È un’economia atroce, un massacro di potenziale. Chi cerca conforto a buon mercato esca pure dalla sala.
E qui avviene lo scarto. Steiner non condanna quello spreco né lo giustifica con un dio buono che alla fine ricompensa tutto: lo trasla. Sul piano della conoscenza, spiega, accade l’identico. Chi accede a quella sfera che lui chiama Immaginazione viene sommerso da un oceano sterminato di immagini, visioni, fantasie soggettive — e per attingere a una sola verità deve lasciarne perire la quasi totalità, salire attraverso ciò che chiama Inspirazione e accettare che mille intuizioni muoiano perché una regga. Il veggente, in questo, non è diverso dal seme.
Mettete da parte per un attimo l’apparato esoterico — l’Immaginazione maiuscola, l’Inspirazione, la scala dei mondi superiori — e ascoltate cosa sta dicendo a un essere umano qualunque, magari a voi. Sta dicendo che la parte non realizzata della vostra vita non è scarto. Che i mille progetti caduti, le versioni di voi mai fiorite, le strade lasciate marcire nell’abisso del non-compimento, non sono il fallimento della vostra esistenza: ne sono la condizione. Si fiorisce solo per sottrazione, mai per accumulo. È una frase che un buon terapeuta impiega anni a far digerire a un paziente, e che un veggente austriaco consegna a una platea di sconosciuti in una sera di primavera. Da qui in poi diventa difficile, almeno per chi ascolta bene, archiviare Steiner sotto la voce ciarlatano.
Il dolore come custode della soglia
Sei anni prima, a Berlino, nel novembre 1906, Steiner aveva già affrontato il negativo dalla porta principale. Tre conferenze concatenate confluite nella GA 55 — sull’origine della sofferenza, sull’origine del male, su come intendere malattia e morte — costruiscono una piccola, spietata fenomenologia del dolore. La tesi è scandalosa per la sensibilità contemporanea, che del dolore vorrebbe l’estinzione farmacologica: il dolore non è un guasto dell’evoluzione, un errore di progettazione del cosmo, ma lo strumento pedagogico con cui l’Io impara a correggersi, accumula esperienza, fonda la propria autonomia. È, dice Steiner con un’immagine che vale tutto il ciclo, un custode alla soglia della vita. La sofferenza partorisce sensazione, la sensazione partorisce conoscenza, la conoscenza partorisce compassione, e la compassione — qui la curva si chiude — partorisce spirito.
Lo so cosa state pensando, ed è giusto pensarlo. È pericolosamente vicino al no pain, no gain, alla santificazione del patire, a quella retorica per cui ogni cancro è una lezione e ogni lutto un’opportunità di crescita: una crudeltà ben vestita. Steiner va tenuto sotto scacco anche qui. La sua lettura della dottrina buddhista del dolore, per esempio, è una sua lettura, contestabilissima dagli studiosi: integra il Buddha nell’impulso pasquale della resurrezione con una disinvoltura che a un buddhista farebbe alzare un sopracciglio. Eppure l’intuizione psicologica resta in piedi anche dopo aver bocciato la metafisica. Chiunque sia uscito davvero da una sofferenza grande sa che ne è uscito altro, non illeso: con una capacità di sentire il dolore altrui che prima non possedeva. Steiner non sta dicendo che il dolore è bello. Sta dicendo che è generativo, e che fingerlo solo distruttivo è una bugia consolatoria tanto quanto fingerlo sempre redentivo. La GA 59, secondo volume delle Metamorfosi, porta avanti esattamente questo nodo verso il problema del male e della libertà, da cui poi germoglieranno le riflessioni mature su colpa e redenzione.
Lo Steiner che spiazza i suoi stessi lettori
Esiste una sorpresa riservata a chi conosce solo il veggente cosmico, e si chiama GA 58 e GA 59, le due Metamorfosi della vita dell’anima, affiancate da quei cicli berlinesi — la GA 63, le risposte alle grandi domande dell’esistenza della GA 60 — in cui Steiner si comporta come uno psicologo fenomenologo ante litteram. Qui non ci sono gerarchie da disegnare: ci sono la felicità, la memoria, l’amore, la solitudine dell’Io moderno, la nascita dell’autocoscienza, la crisi spirituale dell’Europa. C’è uno Steiner che dialoga in sottotraccia con Schopenhauer e con Nietzsche, che si interessa meno alla struttura dei mondi spirituali e più, per usare le parole esatte, al dramma concreto della coscienza umana. Chi cerca l’esoterista lo trova disarmato; chi cerca l’uomo lo trova finalmente.
È lo Steiner che cita, e fa proprio, l’aforisma tagliente di Schopenhauer — predicare la morale è facile, fondarla è difficile — e che invece di scansare l’obiezione la raccoglie come un guanto. Non gli interessa dirvi cosa è giusto. Gli interessa capire da dove, in un’anima moderna che ha perso ogni comandamento esterno credibile, possa ancora nascere un impulso etico che non sia obbedienza né calcolo. La domanda è la nostra, oggi, esattamente la nostra: in una civiltà che ha smesso di credere ai dieci comandamenti e non si fida nemmeno degli algoritmi che li hanno sostituiti, su cosa si fonda il bene? Steiner se la poneva nel 1912 con un’urgenza che il nostro presente, smemorato, crede di aver inventato ieri.
Dalla legge alla libertà

La risposta, per Steiner, passa da una trasmutazione — termine alchemico che non sceglie a caso. Nelle conferenze di Norrköping della primavera 1912, la Morale teosofica sempre dentro la GA 155, descrive il passaggio dalle virtù istintive del passato a virtù conquistate coscientemente. La saggezza istintiva dell’anima senziente deve diventare amore della verità; il coraggio, la fortezza dell’anima affettiva, deve diventare amore attivo; la temperanza istintiva dell’anima cosciente deve diventare saggezza di vita. Non si tratta di reprimere ciò che eravamo, ma di trasformarne la materia. Francesco d’Assisi, nel racconto di Steiner, è l’uomo in cui questa alchimia morale si è compiuta fino al limite; Hartmann von Aue, l’autore medievale del Povero Heinrich, ne è un’altra figura. Che alle loro biografie Steiner aggiunga scuole misteriche sul Mar Nero e cooperazioni occulte tra l’impulso del Buddha e quello del Cristo, è affar suo e della nostra diffidenza: l’antinomia che resta, una volta tolto il fondale, è quella tra una virtù subìta e una virtù scelta.
Ed è qui che compare la parola liberazione. Nei cicli dedicati all’esegesi esoterica di Paolo — la GA 142, la GA 198 e affini — Steiner rilegge la conversione di Saulo come la cerniera evolutiva in cui la coscienza umana passa dall’eteronomia della Legge esterna all’autonomia della grazia interiore. La Legge mosaica è un pedagogo, un custode temporaneo per un’umanità ancora bambina, incapace di darsi norma da sé; il non io, ma il Cristo in me di Paolo diventa, nella sua lettura, la formula di un individualismo etico in cui l’uomo trae l’azione morale unicamente dal proprio nucleo, senza più comandi calati dall’alto. Si può non essere cristiani, e nemmeno credenti, e sentire intatta la forza di quella mossa: dal devi imposto al voglio fondato. È, a ben vedere, la stessa libertà che ogni adulto deve conquistarsi quando smette di obbedire e comincia a rispondere. E qui scatta l’ironia più amara: il movimento che da Steiner è nato ha spesso trasformato le sue parole in una nuova Legge, in un canone da citare a memoria — tradendo, con devozione perfetta, proprio la libertà interiore che il maestro predicava. Capita ai migliori. Capita soprattutto ai migliori.
I vivi, i morti, e l’anno 1918
C’è un registro, nell’opera di Steiner, in cui la diffidenza dello scrivente abbassa la voce, non per resa ma per rispetto. Nel 1918, mentre l’Europa si dissangua nelle trincee e la pandemia influenzale fa il resto, Steiner tiene a Lipsia e a Vienna due conferenze intitolate, di nuovo, Vom Sinn des Lebens — sul senso della vita — confluite nella GA 181, Morte della Terra e vita del cosmo. E nel ciclo sul legame fra vivi e morti, la GA 168, affronta di petto la morte, il lutto, la continuità della coscienza, il rapporto con chi non c’è più. Il tono, in certi passaggi, è quasi terapeutico.
La tesi è che la vita perderebbe ogni senso se fosse un sistema chiuso tra la nascita e la morte, e che invece esiste una reciproca fecondazione: i pensieri morali e le azioni dei vivi diventano le forze con cui i defunti operano nel cosmo, mentre l’ispirazione morale che ci guida quaggiù è l’eco dei pensieri dei morti che risuona in noi. Sospendete il giudizio sull’aldilà a tre tappe — Immaginazione, Inspirazione, Intuizione — e considerate la funzione. Un uomo, nel 1918, davanti a un continente che seppellisce i suoi figli a milioni, dice ai sopravvissuti che il legame non si è spezzato, che il loro dolore non è assurdo, che i morti non sono altrove ma continuano a lavorare attraverso ciò che i vivi pensano e fanno. Che lo si chiami consolazione o verità, era lavoro del lutto su scala europea, ed era fatto con una serietà che il cinismo contemporaneo non sa nemmeno più immaginare. A questo Steiner aggiunge l’idea che gli ideali maturati in vita, se davvero fatti propri, diventino semi reali che continuano a irradiare oltre la morte: cita il poeta Christian Morgenstern, cita Maria Strauch-Spettinis, individualità che — sostiene — hanno seguitato a fecondare il mondo subito dopo il trapasso. Verificabile? No. Ma chi ha perso qualcuno e ha sentito i suoi gesti continuare a orientarlo capisce, sotto la metafisica, di cosa si stia parlando.
Transustanziare, non spiegare
Eccoci alla parola che tiene insieme tutto, e che non a caso è una parola eucaristica: transustanziazione. Il dolore, in Steiner, non viene rimosso, né anestetizzato, né spiegato via con la solita teodicea da catechismo per cui in fondo è tutto per il meglio. Viene mutato di sostanza pur restando ciò che è. Il seme perisce in quanto seme e diventa pianta. Il dolore perisce in quanto dolore e diventa compassione. L’Io che si spezza diventa, spezzandosi, libero. È la differenza tra chi vi promette che starete meglio e chi vi insegna a cambiare la materia stessa di ciò che vi fa stare male. La prima è una bugia gentile; la seconda è un’arte difficile, e Steiner — qui sta il suo genio insieme alla sua pietà — non finge che sia facile né indolore.
Tornate a Malraux. L’arte come anti-destino è la forma che l’uomo oppone alla morte sapendo di non poterla vincere. Steiner fa la mossa parallela, ma sposta il campo: l’anti-destino, per lui, non è l’opera d’arte fuori di noi, è la coscienza dentro di noi — la coscienza che soffre, sceglie e ama, e che proprio così smette di subire il cosmo e ne diventa, secondo la sua espressione, un co-attore. Metamorfosi contro metamorfosi. Il romanziere salva la forma, il veggente pretende di salvare l’anima. Su quale dei due abbia ragione, questa testata non ha intenzione di pronunciarsi, e diffiderebbe di chiunque lo facesse a cuor leggero.
Perché lo scetticismo, qui, va tenuto fino in fondo, anche contro la tentazione di lasciarsi commuovere. L’apparato resta in gran parte infalsificabile: nessuno può verificare la catena di reincarnazioni che Steiner traccia da Elia a Giovanni Battista a Raffaello a Novalis, né il corpo fantomatico rigenerato sul Golgota, né le scuole misteriche sul Mar Nero. Molto di ciò che afferma sta o cade sulla fiducia nella sua chiaroveggenza, e la fiducia non è un argomento. E l’eredità ha prodotto, accanto a cose vive, una vasta industria del benessere — cosmesi, viticoltura, pedagogia di status — che ha fatto di un pensatore della libertà interiore un marchio, e dei suoi lettori, troppo spesso, dei recitatori. Steiner va difeso dai suoi detrattori distratti e, con pari energia, dai suoi devoti più zelanti.
E tuttavia. Tolto tutto questo, setacciata via la cosmologia indimostrabile e bonificato il merchandising postumo, resta una voce che ha guardato il dramma di esistere senza distogliere lo sguardo e senza mentire sul prezzo, e ha offerto agli esseri umani un modo per metabolizzare la disperazione invece di rimuoverla. Forse la vera eresia di Steiner non fu la chiaroveggenza — di veggenti il Novecento è pieno — ma la tenerezza: prendere la sofferenza della coscienza ordinaria così sul serio da costruirle attorno un intero cosmo della redenzione. La domanda che lasciamo aperta, perché chiuderla sarebbe un altro modo di mentire, è semplice e scomoda: la consolazione vale meno se la sua cosmologia è indimostrabile? O Steiner stava facendo, in chiave di anima invece che di tela, esattamente ciò che Malraux attribuiva all’arte — dare una forma che ci permetta di vivere con ciò che non possiamo sconfiggere? Decida il lettore. Noi ci limitiamo a non fidarci di chi ha già deciso.
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