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Protagonisti - Interviste e biografie

Belzebù spiegato ai nipoti — Episodio 3

Un Dio eroso dal tempo, un universo fondato sul nutrimento reciproco e due leggi che spiegano perché ogni rivoluzione finisce per tradire se stessa. La cosmologia di Gurdjieff tolta la ferraglia terminologica.

Il Tre, il Sette e l’universo che si mangia la coda

Se il Kundabuffer è il cuore psicologico diBelzebù, la cosmologia ne è lo scheletro. È anche la parte che fa scappare il maggior numero di lettori: decine di pagine su emanazioni, sostanze, vibrazioni, ottave, intervalli, nomi che sembrano usciti da una tastiera impazzita. Eppure, sotto la ferraglia terminologica, c’è un pensiero coerente, e in alcuni punti perfino elegante. Proviamo a distillarlo.

Perché il mondo esiste

Il racconto della creazione secondo Belzebù comincia con un problema. All’inizio esiste solo il Sole Assoluto, dimora di Colui che il libro chiama, con un’espressione meravigliosa, Nostra Infinità. Ma anche il Sole Assoluto è soggetto a qualcosa: il Tempo, che Gurdjieff chiama Heropass e che opera come un’erosione lenta e inesorabile. Lasciato a se stesso, perfino il luogo del divino si consumerebbe.

Per sottrarsi a questa erosione, Nostra Infinità crea l’universo. Non per gioco, non per amore astratto, non per avere qualcuno da cui farsi adorare: per necessità. L’universo diventa un sistema in cui l’energia esce dal centro, scende attraverso mondi sempre più densi, e risale trasformata, alimentando a sua volta il centro. È questo il sistema che il libro chiama Trogoautoegocrat, parola mostruosa che significa più o meno “ciò che si mantiene nutrendosi di sé”. Gli allievi lo hanno tradotto in una formula più maneggevole: il mantenimento reciproco.

Fermiamoci un momento, perché qui c’è un’idea forte. In quasi tutte le teologie occidentali Dio è perfetto, autosufficiente, immutabile, e la creazione è un dono gratuito. In Gurdjieff anche il divino ha un problema da risolvere, e lo risolve costruendo un ecosistema. Il mondo esiste perché qualcosa, anche al vertice, ha bisogno di essere mantenuto. Ne discende che ogni essere, dal batterio alla galassia, ha un ruolo nella catena: trasforma energie, riceve e restituisce, mangia ed è mangiato. Non c’è nulla di inutile, ma non c’è nemmeno nulla di esentato.

La legge del Tre

Ogni fenomeno, dice Belzebù, nasce dall’incontro di tre forze. Il libro le chiama con nomi sacri: affermante, negante, conciliante. Nella versione divulgativa degli allievi diventano forza attiva, forza passiva e forza neutralizzante.

Per capirla basta un esempio quotidiano. Voglio imparare una lingua: è la forza attiva. La mia pigrizia, gli impegni, la difficoltà della grammatica: è la forza passiva, che resiste. Se restano solo queste due, si fronteggiano all’infinito e non succede nulla: si chiama, nel linguaggio di ogni giorno, “volerci provare”. Perché qualcosa nasca serve una terza forza che le metta in relazione: un viaggio prenotato, un amore straniero, un lavoro che lo richiede. A quel punto le altre due smettono di annullarsi e producono un risultato.

La forza della legge del Tre sta nel fatto che ci costringe a smettere di pensare in coppie. Bene e male, azione e reazione, io e l’altro, destra e sinistra: la nostra mente adora i duelli. Gurdjieff dice che i duelli, da soli, non producono niente. Il nuovo nasce sempre da un terzo elemento che di solito non vediamo, perché siamo troppo occupati a parteggiare per uno dei due contendenti. È un’idea che chiunque si occupi di conflitti, dalla mediazione familiare alla diplomazia, conosce bene, anche se raramente la chiama così. E chi ha dimestichezza con la dialettica hegeliana noterà la parentela, con una differenza decisiva: per Gurdjieff la terza forza non è il risultato dello scontro, ma la condizione perché lo scontro diventi fecondo.

La legge del Sette

La seconda legge, che il libro chiama Heptaparaparshinokh, riguarda il modo in cui ogni processo si sviluppa nel tempo. Gurdjieff la illustra con la scala musicale: do, re, mi, fa, sol, la, si, do. Sette note e un ritorno all’ottava superiore.

Ma la scala non è regolare. Tra mi e fa, e tra si e il do successivo, manca un semitono. In quei punti la vibrazione rallenta, perde slancio, rischia di deviare. Applicato alla vita, significa che nessun processo procede in linea retta. Ogni iniziativa, ogni progetto, ogni rivoluzione, ogni proposito di cambiare vita parte con energia, poi a un certo punto incontra un intervallo in cui l’impulso si esaurisce. Se in quel momento non arriva un urto supplementare, una nuova spinta dall’esterno o dall’interno, il processo devia, cambia direzione senza che nessuno se ne accorga, e finisce per produrre il contrario di ciò che si voleva.

Basta guardarsi intorno. Movimenti nati per liberare che diventano apparati di controllo, religioni dell’amore che finiscono per bruciare eretici, partiti fondati contro la casta che in dieci anni diventano casta, buoni propositi di gennaio che a marzo sono un abbonamento in palestra pagato e mai usato. Gurdjieff non aveva bisogno di sondaggi per accorgersene. La legge del Sette gli serve a spiegare perché, nella storia umana, quasi tutto va storto in modo così regolare da sembrare intenzionale: non è un complotto, è un intervallo non colmato.

C’è un corollario pratico importante. Se le cose deviano da sole, chi vuole che un processo arrivi al suo compimento deve sapere dove sono gli intervalli e prepararsi a riempirli consapevolmente. Questo è uno dei significati del lavoro su di sé: non aspettare che la vita fornisca gli urti per caso, ma imparare a fornirli.

Sostanze, cibi e trasformazioni

Su queste due leggi Belzebù costruisce una descrizione minuziosa di come le sostanze si trasformano nell’universo e dentro l’uomo. L’organismo umano, nel libro, è una piccola fabbrica chimica che riceve tre tipi di nutrimento: il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo e le impressioni che riceviamo attraverso i sensi. Sì, le impressioni: per Gurdjieff sono un cibo vero e proprio, il più sottile e il più importante.

La conseguenza è vertiginosa. Se le impressioni sono cibo, ciò che guardiamo, ascoltiamo, leggiamo ci nutre o ci avvelena esattamente come ciò che mangiamo. E soprattutto, come il cibo fisico, anche le impressioni possono essere digerite male o non digerite affatto. Un’impressione ricevuta in stato di distrazione passa senza lasciare nulla. La stessa impressione ricevuta con attenzione si trasforma in qualcosa che può alimentare la crescita interiore. Chi passa le serate a scorrere filmati di quindici secondi può trarne le conclusioni che crede: Gurdjieff morì nel 1949, ma pare avesse capito l’algoritmo prima di chi lo ha scritto.

Il dolore del Padre

C’è un elemento della cosmologia di Belzebù che di solito sfugge e che invece dà il tono a tutto. Il creatore non è un sovrano impassibile. Nel libro si parla ripetutamente del “dolore” di Nostra Infinità, del peso che il Padre comune porta per il funzionamento dell’universo. L’universo non è un orologio perfetto: è un’impresa faticosa, con zone malriuscite, errori di calcolo (la cometa del secondo episodio ne è un esempio), creature che non realizzano ciò per cui sono state create.

Questa immagine di un Dio che soffre e che può essere aiutato, che ha bisogno della collaborazione delle sue creature, è teologicamente audace e ha parentele sparse: nella mistica ebraica dello tzimtzum e della riparazione del mondo, in certi passi di Origene, in Simone Weil, nella teologia del processo novecentesca. Gurdjieff non cita nessuno, naturalmente. Ma l’idea gli serve per fondare l’etica: se il creatore porta un peso, il senso più alto della vita di una creatura consapevole è alleggerirglielo. Ci torneremo quando parleremo dei doveri dell’essere.

Che cosa farne, oggi

Il lettore scettico avrà già sollevato il sopracciglio. Gurdjieff parla di vibrazioni, idrogeni, materie cosmiche con la sicurezza di un fisico, ma senza alcuna verifica sperimentale, e alcune sue affermazioni sulla Luna, sui pianeti e sulla chimica sono semplicemente fuori da qualsiasi scienza. Chi prova a trasformare la sua cosmologia in un trattato di astrofisica alternativa fa un pessimo servizio sia all’astrofisica sia a Gurdjieff.

Ma la cosmologia diBelzebùpuò essere letta in un altro modo, più vicino a come forse l’autore la intendeva: come un grande modello analogico, un linguaggio per pensare i processi. La legge del Tre serve a cercare la forza che manca in una situazione bloccata. La legge del Sette serve a prevedere dove un progetto rischia di deviare. Il mantenimento reciproco serve a ricordarci che nessuno è esentato dalla catena del dare e ricevere. Questi strumenti funzionano anche se la Luna non si nutre affatto della nostra morte. E funzionano tanto meglio quanto meno li si prende per dogmi.

Nel prossimo episodio scendiamo di nuovo sulla Terra, per seguire Belzebù mentre racconta l’arrivo di alcuni inviati speciali dall’alto, mandati a correggere la rotta dell’umanità. Scopriremo che cosa avevano da dire Buddha, Mosè, Gesù e un profeta di cui nessuno di noi ha mai sentito parlare. E soprattutto scopriremo come gli uomini sono riusciti, ogni volta, a trasformare un insegnamento di liberazione in una nuova forma di sonno.


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