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Innatalità: la parola che ci manca

Steiner aveva una parola per il «prima della nascita»: innatalità. Un viaggio scettico tra vita, morte e rinascita, senza credere a nessuno.

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Parte Quinta

Steiner, il senso della vita e la simmetria che la nostra lingua non sa pronunciare

estratto

A Copenaghen, nel 1912, Rudolf Steiner fa una cosa inattesa per uno bollato come «occultista»: per parlare del senso della vita non comincia dai mondi astrali, ma dalle stagioni viste dalla finestra. Le gemme, i frutti, le foglie che cadono. Nascere e perire. È lo Steiner divulgativo, quello che abbassa la voce e si fa capire — ed è proprio lì che lascia cadere l’osservazione più tagliente di tutta la sua opera. Non un’osservazione mistica: un’osservazione grammaticale. Abbiamo una parola per ciò che viene dopo la morte — immortalità. Ne pronunciamo un’altra per ciò che viene prima della nascita? No. La lingua si ferma, balbetta. Steiner conia il rovescio mancante: Ungeborenheit, innatalità. Una metà del cerchio è illuminata, l’altra resta al buio — e il buio non è nelle cose, è nelle parole che non abbiamo coniato. Il Franti prende l’osservazione e la stacca dalla cosmologia. Perché regge da sola, anche per un materialista: una civiltà ossessionata dalle origini, che sputa nelle provette per ricostruire alberi genealogici, trova indecente la sola domanda «da dove venivo, prima di esserci». Senza venerare il veggente e senza il riflesso pigro del debunker, separiamo il documentato (Steiner disse questo, qui), il plausibile (l’asimmetria linguistica esiste) e lo speculativo (le sfere planetarie, la reincarnazione come fatto). Lo scettico militante chiude la domanda negandola; l’antroposofo devoto la chiude arredandola di mappe. Noi facciamo la cosa più scomoda: la teniamo aperta. Perché nessun fact-checker ha le mani pulite, e nessun complottista lavora a tempo pieno. La domanda, da qui in poi, è del lettore.


A Copenaghen, nel maggio del 1912, Rudolf Steiner sale su un palco e, invece di cominciare dai corpi astrali e dai mondi sovrasensibili come l’etichetta «occultista» lascerebbe prevedere, parte da una cosa che chiunque può vedere dalla finestra: la primavera che gonfia le gemme, l’estate che porta i frutti, l’autunno che li lascia cadere. Nascere e perire. La terra che ogni anno ricomincia e ogni anno smette. Persino i continenti, dice — e qui la voce si allarga oltre il giardino — un tempo non c’erano, e un giorno torneranno macerie. Tutto, intorno a noi, sorge e tramonta. E allora la domanda, quella che il titolo della serata mette subito in chiaro: qual è il senso di questo andirivieni? Was ist der Sinn des Lebens?

Sono due conferenze serali, il 23 e il 24 maggio 1912, oggi nell’Opera Omnia 155, in italiano per la penna di Lina Schwarz — sì, la poetessa delle filastrocche per bambini, che traduceva Steiner nei ritagli di un’altra vita. È lo Steiner divulgativo, quello che non chiede al pubblico di avere già letto trecento pagine di gerarchie angeliche. È lo Steiner che, per parlare dell’eternità, comincia da un albero che perde le foglie. Vale la pena starlo a sentire proprio qui, dove abbassa la voce e si fa capire, perché è qui che lascia cadere l’osservazione più affilata di tutta la sua opera. E non è un’osservazione mistica. È un’osservazione grammaticale.

Una parola sola, per metà eternità

Abbiamo una parola per ciò che viene dopo la morte: immortalità. La pronunciamo con disinvoltura, la mettiamo nelle omelie, sulle lapidi, nei discorsi di consolazione. È una parola che guarda avanti, oltre la soglia dell’ultimo respiro, e promette continuazione. Bene. Adesso provate a trovare la parola che guarda nella direzione opposta. Quella che dice: c’era qualcosa di me prima che nascessi. Non c’è. La lingua si ferma, balbetta, gira intorno con perifrasi imbarazzate — preesistenza, vita prenatale — e nessuna suona come una vera parola del vocabolario comune. Abbiamo costruito un termine per metà della faccenda e abbiamo lasciato l’altra metà al buio.

Steiner lo nota con precisione quasi pedante, in più conferenze degli anni Venti: parliamo dell’eterno nell’uomo soltanto in quanto sta oltre la morte, e perciò possiediamo la parola immortalità; ma non parliamo dell’eternità dell’anima prima della nascita, e non abbiamo nemmeno un vocabolo che corrisponda, dall’altro lato, a immortalità. Così conia il rovescio mancante: Ungeborenheit. In italiano è stato reso con innatalità — la qualità di essere non-nati, di esistere prima della porta. Nel 1920 lo dice nella forma che è poi diventata celebre tra gli antroposofi: non attraversiamo solo come immortali la porta della morte, arriviamo come non-nati attraverso la porta della nascita; e per afferrare l’uomo nella sua interezza dobbiamo aggiungere, alla parola immortalità, la parola innatalità.

Ecco. Tenete da parte, per un momento, la questione se gli si creda o no. Perché l’osservazione regge anche se si stacca dal resto dell’edificio. È un fatto sulla nostra civiltà, non sull’aldilà: la nostra cultura ha attrezzato il pensiero per immaginare un dopo e ha lasciato disarmato il pensiero del prima. Una metà del cerchio è illuminata, l’altra resta in ombra — e l’ombra non è nelle cose, è nelle parole che non abbiamo coniato.

L’ironia di un’epoca ossessionata dalle origini

Qui c’è qualcosa che fa quasi sorridere, e merita di essere detto senza moralismi. Viviamo nell’epoca più ossessionata dalle origini che la storia ricordi. Sputiamo in una provetta e paghiamo per sapere che il sette per cento di noi viene dalla Scandinavia. Ricostruiamo alberi genealogici fino al Settecento, decodifichiamo genomi, cerchiamo il gene di tutto, raccontiamo l’identità come una catena di provenienze. Da dove vengo? è la domanda-feticcio del nostro tempo. Eppure, se qualcuno la pone in senso radicale — non da quali nonni, ma da dove venivo io, prima di esserci — la stanza si raffredda, l’interlocutore sorride teso, la conversazione cambia argomento. Accettiamo ogni risposta materiale sull’origine e troviamo indecente, o un po’ matta, la sola formulazione della domanda spirituale. La asimmetria di Steiner non è in un libro: è nelle nostre abitudini.

Dove finisce il documentabile e comincia l’atto di fiducia

A questo punto Il Franti deve fare quello che fa sempre: separare i piani, e non far finta che siano lo stesso piano. Perché su Steiner ci sono due tifoserie speculari, e tutte e due chiudono la domanda troppo presto.

C’è il documentato, e su questo non si discute: che Steiner abbia coniato e usato l’idea di innatalità, dove e quando, in quali conferenze, con quali parole, è verificabile riga per riga. C’è poi il circostanziale plausibile, ed è la parte interessante: che la nostra lingua abbia davvero un punto cieco verso il prima-della-nascita mentre coltiva con cura il dopo-la-morte è un’osservazione onesta, discutibile quanto si vuole ma fondata, e illuminante anche per un materialista convinto. E c’è infine lo speculativo puro: il viaggio dell’anima tra le sfere planetarie, la reincarnazione come fatto e non come ipotesi, la «ricerca occulta» come strumento di conoscenza accanto al microscopio. Qui Steiner ci chiede un atto di fiducia che né lui né noi possiamo trasformare in prova. Lui sosteneva di vedere queste cose. Noi non possiamo verificare la sua visione, e saremmo disonesti a fingere di condividerla per simpatia.

Lo scettico militante a quel punto chiude la pratica: tutto questo è anima fritta, l’io sono neuroni, fine. Ma chiude la domanda assieme alla risposta — e la domanda, lo abbiamo visto, sopravvive perfettamente alla demolizione della cosmologia. L’antroposofo devoto chiude la pratica dal lato opposto: riempie il prima-della-nascita di mappe dettagliatissime, sfere, gerarchie, itinerari, come se la mancanza di una parola fosse stata colmata da un atlante. Due modi di non sopportare il buio: uno lo nega, l’altro lo arreda. Il dubbio metodico intelligente, quello che non ha le mani pulite di nessuno schieramento, fa una cosa più scomoda di entrambe: tiene la domanda aperta e si rifiuta di arredare il buio.

Lo Steiner che si faceva capire

Vale la pena ricordare che esisteva un secondo Steiner accanto a quello delle vertiginose cosmologie. C’era il conferenziere pubblico che per anni, alla Casa degli architetti di Berlino, parlò a un pubblico qualunque di vita e morte, destino, immortalità, corpo e anima — nel ciclo che in italiano si intitola Spirito e materia. Vita e morte. C’era quello dell’Aia del 1923, L’uomo soprasensibile alla luce dell’antroposofia, dove affermava che solo i due lati insieme, innatalità e immortalità, fanno l’eternità: una metà sola è una lingua azzoppata. E c’era, sorprendentemente, lo Steiner degli operai: le conferenze tenute ai muratori e ai manovali che costruivano il Goetheanum, raccolte tra l’altro in Ritmi nel cosmo e nell’essere umano, dove rispondeva alle loro domande nel modo più diretto e terra-terra che gli riuscisse. Il registro divulgativo non era un cedimento: era il banco di prova. Un’idea che non sa scendere dal pulpito esoterico e parlare a chi impasta cemento è un’idea che forse non ha capito sé stessa.

È da lì, da quel registro, che conviene avvicinarsi a tutta la faccenda. Non dalla porta del tempio, con il rischio di restarne abbagliati o respinti, ma dalla finestra del giardino. Dall’albero che perde le foglie. Dalla domanda che un albero che perde le foglie fa nascere, se la si lascia nascere.

Quello che resta, a luce spenta

Non chiuderemo dicendovi se l’anima preesista. Non lo sappiamo, e diffidate di chi ve lo dice con troppa sicurezza, da qualunque parte arrivi — col camice o col mantello. Quello che resta, dopo aver spento le luci dell’occultismo e messo via le mappe delle sfere planetarie, è una cosa piccola e dura che non ha bisogno di essere creduta per funzionare: una civiltà che ha una parola per dopo e nessuna parola per prima sta dicendo qualcosa di sé. Sta dicendo dove può guardare e dove ha smesso di sapersi voltare.

Forse l’innatalità è una verità sovrasensibile. Forse è solo una parola mancante che, una volta pronunciata, costringe a notare un’asimmetria che era sempre stata lì. Le due cose, a pensarci, non si escludono. E il bello — l’unica cosa che davvero possiamo lasciarvi — è che da qui in poi la domanda è vostra, e nessun fact-checker e nessun veggente ve la può sequestrare.



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Ennio Martignago