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Si capisce sempre dopo: uno Steiner quotidiano

Dalle stagioni di Copenaghen al miele degli operai del Goetheanum: lo Steiner divulgativo e il senso feriale della vita. Senza credere a nessuno

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estratto

C’è una frase, nella conferenza che Steiner tenne a Copenaghen nel 1912, che non ha bisogno di nessuna cosmologia per colpire: sappiamo come una cosa andava fatta soltanto dopo averla fatta. Impariamo a vivere quando la mossa non si può più rigiocare — e sono proprio i nostri sbagli a darci le esperienze più profonde. Se c’è un senso feriale dell’esistenza, non quello solenne dei funerali ma quello di un martedì qualunque, comincia da questa beffa domestica: la saggezza arriva sempre col treno successivo. Steiner parte da ciò che chiunque vede dalla finestra — le stagioni, il nascere e perire di tutto — e arriva alla vita feriale, che non paga in contanti ma in sedimento. La cosa più istruttiva, per noi, non è quello che diceva di vedere nei mondi sovrasensibili, ma da dove cominciava: dal giardino, non dal tempio. Lo provò sul campo con le conferenze agli operai del Goetheanum, che sceglievano loro gli argomenti: dal cucchiaino di miele alle forze del cosmo, nello stesso tono con cui si spiega come montare una mensola. La porta verso l’ultramondano non è mai altrove: è in ciò che hai già sul tavolo. Quotidiano e ultramondano sono la stessa scala vista dai due capi. Il Franti separa i piani senza spacciarli per lo stesso: il documentato, il plausibile, lo speculativo. E annota un dettaglio che gioca a favore dell’onestà — Steiner stesso avvertì che le trascrizioni non rivedute contengono errori. Lo scettico chiude la domanda negandola, il devoto riempiendola di mappe. Noi la teniamo aperta. Che cosa farne, di una saggezza che arriva sempre in ritardo? La differenza non la decide un fact-checker, e nemmeno un veggente.

Il senso feriale della vita, dalle stagioni di Copenaghen al miele degli operai del Goetheanum


C’è una frase, nella prima delle due conferenze che Rudolf Steiner tenne a Copenaghen nel maggio del 1912, che non ha bisogno di nessuna cosmologia per arrivare al bersaglio. Dice, in sostanza, che sappiamo come una cosa andava fatta soltanto dopo averla fatta. Impariamo a vivere quando la mossa non si può più rigiocare. E poi aggiunge il rovescio amaro: sono proprio i nostri sbagli, i nostri errori, a procurarci le esperienze più profonde. Se esiste un senso feriale dell’esistenza — non quello solenne dei funerali, ma quello di un martedì qualunque — comincia esattamente qui, in questa beffa domestica: la saggezza arriva sempre con il treno successivo.

Steiner parte da lontano, ma da un lontano che chiunque può vedere dalla finestra. Le stagioni. La primavera che gonfia le gemme, l’estate che porta i frutti, l’autunno che li lascia cadere. Tutto, intorno a noi, sorge e tramonta: le piante, gli animali, e — allargando lo sguardo — perfino i continenti, che un tempo non c’erano e un giorno torneranno macerie. Nascere e perire, ovunque. E allora la domanda, quella vera, quella che dà il titolo alla serata: qual è il senso di tutto questo andirivieni? Poi rivolge lo stesso sguardo alla propria vita e trova la stessa cosa. La giovinezza è svanita, ne resta un ricordo, e il ricordo non è altro che l’innesco di una domanda inquieta. Che cosa è venuto fuori da quello che ho fatto? La risposta più onesta è la più scomoda: ne è venuto fuori che sono diventato un po’ più sveglio. Troppo tardi per la cosa in questione, ma più sveglio.

È un pensiero feriale e universale, e regge benissimo anche se lo si stacca dal resto dell’edificio steineriano. Il senso di un’esperienza non è il suo risultato immediato — quasi sempre un fallimento, o una vittoria capita per sbaglio — ma ciò che deposita in noi. La vita feriale non paga in contanti: paga in sedimento. Steiner, da qui, fa il suo salto: se la saggezza matura sempre fuori stagione, allora non va perduta, è il seme di qualcosa che verrà dopo. Su quel «dopo» — un’altra vita terrena, la reincarnazione — chiediamo di sospendere il giudizio, e ci torneremo. Ma l’osservazione che lo precede non chiede di credere a nulla: chiede solo di aver vissuto abbastanza da riconoscerla.

Il metodo: cominciare da ciò che è sul tavolo

La cosa più istruttiva di Steiner, per noi, non è quello che vedeva nei mondi sovrasensibili — lì non possiamo seguirlo, e fingere di farlo sarebbe disonesto. È da dove cominciava. Non dal tempio, ma dal giardino. Non dall’astratto, ma da un albero che perde le foglie. E questo metodo ha avuto la sua prova più estrema in un luogo improbabile: il cantiere.

Negli ultimi anni di vita, gli operai che costruivano e tenevano in piedi il Goetheanum — muratori, manovali, gente che impastava cemento — ottennero che Steiner tenesse per loro delle conferenze, scegliendo loro gli argomenti. Ne venne fuori il Steiner più nudo e più sorprendente: quello che, interrogato sul miele e sulle api, partiva da un cucchiaino sulla tavola e arrivava alle forze che tengono insieme il cosmo; quello che parlava di sonno, di alimentazione, di malattia, di perché si invecchia, nello stesso tono in cui un altro avrebbe spiegato come si monta una mensola. Il punto, per chi non crede a una sillaba di antroposofia, non è che il miele sia cosmico. È il gesto: la porta verso l’ultramondano, in quelle conferenze, non è mai altrove. È sempre in ciò che hai già sotto gli occhi. La vita quotidiana e la vita ultramondana non sono due piani sovrapposti: sono la stessa scala vista dai due capi.

Lo si capisce già dal titolo di un ciclo pubblico che Steiner aveva tenuto a Berlino anni prima, sedici conferenze per un pubblico qualsiasi: Dove e come si trova lo spirito? La risposta implicita in tutta la sua produzione più semplice è sempre la stessa, ed è quasi un dispetto al lettore che si aspettava l’esotismo: qui. Non in India, non in una caverna, non dietro un’iniziazione segreta. Qui, nel martedì, nel cucchiaino, nell’errore di ieri.

La leggenda dell’unico che sa dare i nomi

Nella stessa conferenza di Copenaghen, Steiner racconta una vecchia leggenda ebraica che vale la pena tenere, perché tiene insieme i due capi della scala in un’immagine sola. Quando gli Elohim stavano per creare l’uomo, certi angeli di rango minore chiesero perché mai dovesse essere fatto a immagine di Dio. Allora vennero radunati animali e piante, e fu chiesto agli angeli di nominarli. Gli angeli non sapevano i nomi. Poi fu creato l’uomo, e l’uomo i nomi li seppe dire, tutti. E quando gli fu chiesto come si chiamasse, rispose: Adam — cioè fango, creatura di terra. La creatura più feriale che ci sia, impastata di polvere. Eppure è quella, e non l’angelo, che sa nominare il mondo e renderlo conoscibile. Il senso, suggerisce la leggenda, non sta nello scegliere fra la terra e il cielo: sta nell’essere l’unico punto in cui i due si toccano. Una creatura di fango che dà i nomi alle cose: più feriale e più ultramondano insieme di così non si può.

Dove finisce ciò che possiamo controllare

Il Franti, qui, è obbligato a separare i piani, e a non spacciarli per lo stesso. Che Steiner abbia tenuto queste conferenze, dove e quando e in quale registro, è documentato e verificabile. Che l’osservazione feriale — si impara troppo tardi, l’ordinario è la porta, gli errori sono il nostro miglior maestro — sia fonda e illuminante, è plausibile e discutibile come ogni cosa onesta. Che il miele racchiuda forze cosmiche e che la saggezza fuori stagione si trasferisca in una vita futura, è speculazione che chiede un atto di fiducia che né lui né noi possiamo trasformare in prova.

E qui un dettaglio che gioca a favore dell’onestà più che dell’agiografia. Quelle conferenze agli operai furono trascritte stenograficamente e mai rivedute dall’autore, il quale mise in guardia: in questi testi non corretti da me ci sono degli errori. Un pensatore che, sulla soglia, segnala da sé che il testo che state per leggere contiene sbagli non emendati. È più di quanto facciano molti dei suoi liquidatori, che lo archiviano come illusione e chiaroveggenza fai-da-te senza concedergli neppure l’attenzione che si concede a un avversario. Lo scettico militante chiude la domanda negandola; il devoto la chiude riempiendola di mappe. Il dubbio metodico fa la cosa più scomoda di entrambe: tiene la domanda aperta e legge anche il maestro con l’avvertenza che il maestro stesso ha lasciato in calce.

Quello che resta, a luce spenta

Spente le luci dell’occultismo, riposte le mappe delle sfere e dimenticato per un attimo se ci sia o no un «dopo», resta una cosa piccola e durissima, che non ha bisogno di essere creduta per funzionare. Resta la foglia che cade, il cucchiaino di miele, lo sbaglio di ieri. Resta il fatto feriale per eccellenza: che si capisce sempre dopo, che la lezione arriva quando il banco è già stato sgombrato. Steiner ci costruisce sopra un’intera vita ultraterrena. Voi potete fermarvi molto prima, e tenere solo la domanda: che cosa farne, di una saggezza che arriva sempre in ritardo? Buttarla, perché tanto è tardi. Oppure sospettare — senza prove, ma anche senza poterlo escludere — che niente di ciò che impariamo sia davvero per niente. La differenza tra le due risposte non la decide un fact-checker, e nemmeno un veggente. La decidete voi, oggi, prima del prossimo errore.


Nota di trasparenza. Questo articolo sintetizza ed estende la prima delle due conferenze di Copenaghen del 23-24 maggio 1912 (Opera Omnia 155) e la mette in dialogo con il registro più divulgativo di Steiner: le conferenze agli operai del Goetheanum e il ciclo pubblico berlinese «Dove e come si trova lo spirito?».



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Ennio Martignago