Estratto
C’è un gioco che Carlo Ginzburg amava più di quanto ci si aspetti da uno storico: la battaglia navale, dove si spara al buio, si sbaglia, si impara dall’errore. Diceva che la ricerca è così. Morto a Bologna il 17 giugno, a ottantasette anni, lo storico italiano più tradotto al mondo lascia molto più di una scuola — la microstoria, l’idea che la vicenda di un mugnaio friulano del Cinquecento dica del potere più di un trattato sulla Bastiglia. Lascia un metodo che oggi suona quasi sovversivo: leggere i documenti contropelo, contro le intenzioni di chi li ha prodotti, senza per questo cadere nel sospetto a buon mercato. Perché il cuore della sua battaglia non era il dubbio, era la prova. Per decenni ha tenuto il fronte contro lo scetticismo postmoderno secondo cui tra storia e finzione non passerebbe differenza — la resa comodissima in cui, se nulla è vero, nessuno risponde di niente. Contro questa pigrizia richiamava Lorenzo Valla, che smontò la Donazione di Costantino con una sola parola filologicamente sbagliata dal falsario. Ginzburg disinnescava due reazioni opposte e ugualmente comode: l’empatia che si immedesima e il ventriloquismo che presta ai morti le nostre indignazioni. Fuori dall’accademia: non esiste il fact-checker dalle mani pulite, né il complottista a tempo pieno. Esiste lo scarto, e il lavoro di starci dentro senza riempirlo di sé. Un congedo che è anche un compito, per chi cerca di farsi un’idea propria senza credere acriticamente a nessuno.
C’è un gioco che Carlo Ginzburg amava più di quanto ci si aspetterebbe da uno storico, e non era un gioco da archivio: la battaglia navale. Quella dei quaderni a quadretti, dove si spara su una griglia che non si vede, si sbaglia, si corregge il tiro, si impara dall’errore. Diceva che la ricerca somiglia a quello — si tira al buio, si formulano congetture, si lascia che il fallimento diventi misura del passo successivo. È una confessione che dovrebbe far tremare chiunque immagini il sapere come una cassaforte da aprire con la combinazione giusta. Non c’è combinazione. C’è la pazienza di chi accetta di non sapere abbastanza, e nonostante questo decide di cercare.
Tutto il suo mestiere si regge su un’operazione che oggi suona quasi sovversiva: leggere i documenti contropelo. Cioè contro le intenzioni di chi li ha prodotti. Un verbale dell’Inquisizione non è scritto per dar voce all’imputato, eppure, letto lentamente, tra le righe, lascia filtrare le rivelazioni involontarie di un mondo che il potere voleva soltanto condannare. È il rovescio esatto di come consumiamo oggi i documenti — prendendoli per quello che dichiarano di essere, fidandoci della cornice. Ginzburg insegnava a diffidare della cornice senza per questo cestinare il quadro. Sono due gesti diversi, e qui sta tutto.
Perché il punto vero non era il sospetto. Il sospetto, da solo, è merce a buon mercato: ne abbiamo i magazzini pieni. Il punto era la prova. Per decenni Ginzburg ha tenuto il fronte contro quello che chiamava il neoscetticismo postmoderno — la moda accademica, diventata poi senso comune, secondo cui tra una narrazione storica e una finzione non passerebbe alcuna differenza sostanziale, perché tutto è racconto, tutto è punto di vista, tutto è costruzione. Una tesi seducente, e comodissima: se nulla è più vero di nulla, nessuno deve più rispondere di niente. Contro questa resa, Ginzburg richiamava un episodio del Quattrocento che andrebbe insegnato nelle scuole prima ancora delle tabelline civiche. Lorenzo Valla smonta la Donazione di Costantino — il documento con cui la Chiesa rivendicava potere temporale sull’Occidente — non con la fede e nemmeno con l’opinione, ma con una parola: diadema. Il falsario aveva descritto il diadema come oggetto d’oro purissimo, ignorando che ai tempi di Costantino il diadema era di stoffa, al più di seta. Un dettaglio filologico abbatte secoli di legittimazione. La prova esiste. Si chiama competenza, e fa paura al potere quanto la rivolta.
Ecco il nervo che a noi interessa, e che fa di questa intervista del 2021 qualcosa di più di un ricordo. Ginzburg disinnesca, con lo stesso gesto, due reazioni opposte e ugualmente pigre. Da un lato l’empatia, la tentazione di immedesimarsi negli attori del passato fino a credere di pensarli da dentro. Dall’altro il ventriloquismo, il vizio speculare di farli parlare con le nostre parole, prestargli le nostre indignazioni, arruolarli nelle nostre cause. Tra le due trappole c’è uno scarto da tenere aperto: le categorie di chi guarda non coincidono con quelle di chi è guardato, e fingere che coincidano è una forma di violenza, gentile ma violenza. Tradotto fuori dall’accademia: non esiste il fact-checker dalle mani pulite, quello che possiede la verità e la distribuisce, e non esiste il complottista a tempo pieno, quello che ha già la trama pronta e cerca solo le tessere. Esiste lo scarto. Esiste il lavoro di stare in quello scarto senza riempirlo di sé.
Resta una domanda scomoda, perché Ginzburg non risparmiava nessuno, nemmeno i propri presunti eredi. Cosa accade alla lettura contropelo nell’epoca della velocità assoluta? La rete sembra l’opposto della lettura lenta che Nietzsche chiedeva al filologo. E invece no: per Ginzburg le due cose convivono. Una domanda ben posta a un motore di ricerca non restituisce la risposta, restituisce una costellazione, un rumore di fondo da cui nascono altre domande. Il computer moltiplica le occasioni di essere colti di sorpresa da un fatto imprevisto — l’erede involontaria di quella battaglia navale, dove l’errore è informazione. C’era un motto di Aby Warburg che Ginzburg ripeteva: il libro che ti serve sta accanto a quello che cerchi. Vale per gli scaffali di una biblioteca e vale, se uno sa cercare male nel modo giusto, anche per la rete. Con un avvertimento che oggi suona quasi eretico: questo uso anomalo della rete non si impara dalla rete. Servono mediatori umani. Insegnanti che accendano la curiosità invece di spegnerla nella risposta pronta. La macchina offre il rumore; il senso resta una faccenda tra esseri umani.
E poi c’è il presente che bussa, con la sua voglia di abbattere statue. Ginzburg distingueva, perché distinguere era il suo mestiere, tra il facinus — il delitto assoluto, che va condannato sempre — e il flagitium, l’azione vergognosa il cui giudizio cambia col tempo e le circostanze. Il rischio della cancel culture, diceva in sostanza, è ridurre ogni flagitium a facinus, applicare al passato la sentenza del presente come se il passato fosse lì apposta per essere giudicato da noi. Capiva che il 25 luglio 1943 la gente facesse a pezzi i fasci littori; trovava un’assurdità abbattere oggi ogni statua di Colombo. Non per indulgenza verso la storia, ma per il suo contrario: cancellare i documenti di un orrore significa cancellare l’orrore, sottrarlo all’analisi, regalargli l’oblio che non merita. L’anacronismo, per lui, era il peggiore dei peccati storiografici. Le nostre domande nascono pure anacronistiche, è inevitabile; ma è dal dialogo con le tracce che possiamo ricavare risposte che anacronistiche non siano più. Esaltare l’anacronismo, farne bandiera, è un’altra forma di ventriloquismo: far recitare ai morti un copione scritto da noi.
Lui, in tutto questo, non si è mai concesso la consolazione di credere di aver vinto. Aveva sperato per troppi anni che lo scetticismo postmoderno tramontasse per crederci davvero, anche quando una nuova generazione di studiosi gli dava ragione. È la postura che ci tocca ereditare: tenere il fronte della prova senza la presunzione di possederla, dubitare con metodo senza fare del dubbio un alibi per non concludere mai. Uno dei suoi saggi si chiudeva con una frase di Leonardo che vale come congedo e come compito: tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro. Ginzburg lo diceva dei propri innumerevoli errori, sicuro che qualcuno, prima o poi, li avrebbe corretti. Lo diceva ridendo. È la legge della ricerca, e forse l’unica forma di immortalità che un onesto può augurarsi: non avere ragione per sempre, ma lasciare a chi viene dopo strumenti migliori per dargli torto.
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