“IL BAMBINO VUOTO” III: Testamento autobiografico di Jiddu Krishnamurti
Ojai, 1922
Prima della morte di Nitya, qualcosa era già iniziato. Qualcosa che non so ancora nominare, che forse non può essere nominato.
Agosto 1922. Ojai, California. Una piccola casa nella valle. Nitya era con me, e anche Rosalind Williams, che lo assisteva nella sua malattia. Fu lì, il 17 agosto, che cominciò quello che più tardi chiamarono “il processo”.
Iniziò con un dolore alla nuca, acuto, persistente. Poi il dolore si estese, risalendo lungo la spina dorsale. Febbre. Perdita di appetito. E poi, qualcosa di più strano: periodi in cui “io” non c’ero più. Il corpo era lì, parlava, si muoveva, ma chi parlava sembrava un bambino, e si riferiva a “Krishnamurti” come a un’altra persona, chiedendo quando sarebbe tornato.
Rosalind e Nitya mi vegliarono per tre giorni e tre notti. A volte scambiavo Rosalind per mia madre. Il dolore era immenso, come se il corpo venisse smontato e rimontato dall’interno.
La terza sera, qualcosa culminò. Non so come descriverlo senza sembrare folle, e forse lo sono. Ma questo è ciò che accadde: improvvisamente, c’era solo unità. L’uomo che riparava la strada era me stesso. Il piccone che teneva era me stesso. La pietra che stava rompendo era parte di me. Il filo d’erba era il mio stesso essere, e l’albero accanto all’uomo ero io. Ero in ogni cosa, o meglio, ogni cosa era in me — l’inanimato e l’animato, la montagna, il verme, tutto ciò che respira.
Non era un’esperienza nel senso comune della parola. Non c’era nessuno che facesse l’esperienza. C’era solo questo — questa totalità, questa unità che non era né mia né di qualcun altro.
Il processo non finì quella sera. Continuò, a intervalli, per quasi quarant’anni. Ogni volta, dolore fisico intenso — nella testa, nella spina dorsale, in tutto il corpo. Ogni volta, stati di quello che posso solo chiamare benedizione. Non ho mai preso antidolorifici. Non so perché, ma sembrava importante non interferire.
Nel 1961, a sessantasei anni, scrivevo ancora nel mio quaderno: “Il processo è stato forte ieri notte; ha lasciato un po’ stanchi e senza sonno. Tutto il corpo tremava e, questa mattina, mi sono svegliato con la testa che si scuoteva.” E poi, semplicemente: “Quanto può sopportare il corpo!”
Non so cosa fosse il processo. Non so se fosse spirituale, fisiologico, psicologico, o qualcosa che queste categorie non possono contenere. So solo che è accaduto, che continua ad accadere, e che ha cambiato tutto — non nel senso di un miglioramento o di una conquista, ma nel senso di uno svuotamento, di un’apertura che non si è mai richiusa.
* * *
Indice dei capitoli a venire
- I. Il bambino che non c’era — L’infanzia a Madanapalle, il vuoto originario, le visioni dei morti
- II. Il fratello — Il legame con Nitya e la devastazione della sua morte
- III. Il processo — L’esperienza mistica di Ojai del 1922 e il dolore fisico che lo accompagnò per decenni
- IV. La verità è una terra senza sentieri — La dissoluzione dell’Ordine della Stella nel 1929
- V. L’ombra — La confessione della relazione con Rosalind Rajagopal
- VI. Gli amici — Mary Zimbalist, David Bohm, Vanda Scaravelli, Aldous Huxley
- VII. L’alterità — Gli incontri con il sacro, la “benedizione” che veniva
- VIII. Il volto — Ciò che altri vedevano durante i momenti di trasformazione
- IX. Il cuore dell’insegnamento — I punti essenziali per cui vorrebbe essere ricordato
- X. I dubbi — Le incertezze mai risolte
- XI. Vivere è morire — Gli ultimi giorni e l’ultimo discorso
- XII. Ciascun filo d’erba — Il lascito finale
- L’epilogo è una lettera a Mary Zimbalist, e si chiude con la citazione che hai richiesto: quella sul bambino e l’uccello, luminosa nella sua semplicità.
Disclaimer:
questa è un’opera divulgativa di invenzione e non un testo autografo di Krishnamurti, seppure per realizzarla abbiamo attinto a fonti originali
Commentario e Saggi
- Sull’Infanzia Segreta di Jiddu Krishnamurti
- La Giovinezza di Jiddu Krishnamurti
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