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Protagonisti - Interviste e biografie

II. IL FRATELLO

La ferita del destino del fratello di Krishnamurti ha influenzato gran parte della sua vita. Secondo capitolo dell’autobiografia di Jiddu Krishnamurti
Scopri l’intenso viaggio interiore di Jiddu Krishnamurti tra amore, perdita e riscoperta di sé. La morte del suo caro Nitya non è solo dolore, ma un insegnamento sulla vera natura dell’amore e della verità. Leggi di più: ilfranti.it 💔✨ #Spiritualità #AmoreVero

IL BAMBINO VUOTO” II: Testamento autobiografico di Jiddu Krishnamurti

Nitya, 1898-1925

Se c’è stata una persona che ho amato nel senso comune della parola, quella persona è stato mio fratello Nityananda, che tutti chiamavamo Nitya. Era nato tre anni dopo di me, ma in tutto era più vivo, più presente, più acuto. Dove io ero vago, lui era preciso. Dove io tacevo, lui parlava con arguzia. Dove io mi perdevo, lui trovava sempre la strada.

Eravamo inseparabili. Quando fummo portati via dalla nostra famiglia, quando viaggiammo per il mondo, quando soffrivamo la nostalgia e l’estraneità di terre straniere, eravamo insieme. Nitya era il mio ancoraggio alla realtà, l’unica persona con cui non dovevo essere niente di diverso da quello che ero — o non ero.

Era malato di tubercolosi. Lo sapevamo entrambi, anche se facevamo finta che non fosse grave. I medici dicevano che l’aria della California gli avrebbe fatto bene, e così andammo a Ojai, in una piccola casa nella valle. Fu lì che tutto cambiò — per me, e poi, in modo definitivo, per lui.

Nel 1925 la sua malattia peggiorò. Io dovevo partire per l’India, per un congresso che altri avevano organizzato in mio nome. Non volevo andare. Ogni fibra del mio essere mi diceva di restare accanto a mio fratello. Ma mi dissero — quelli che credevano di sapere — che le forze spirituali non avrebbero permesso a Nitya di morire. Era troppo importante per la missione. Era protetto.

Partii. È stata la decisione più sbagliata della mia vita.

Il 13 novembre 1925, su una nave vicino a Port Said, ricevetti un telegramma. Nitya era morto.

Non so descrivere cosa accadde in me. Le parole “mi spezzò completamente” sono state usate da chi era presente. Sono accurate, ma non sufficienti. Fu come se il mondo stesso si fosse dissolto, come se ogni certezza, ogni promessa, ogni struttura su cui avevo costruito la mia comprensione della realtà fosse crollata.

Per dieci giorni ci fu solo agonia.

E poi, lentamente, qualcos’altro emerse. Non era consolazione — la consolazione è una bugia che ci raccontiamo. Era qualcosa di diverso, qualcosa che le parole faticano a contenere. Scrissi, qualche mese dopo: “Un vecchio sogno è morto e uno nuovo sta nascendo, come un fiore che spinge attraverso la terra solida.”

La morte di Nitya mi insegnò qualcosa che nessun maestro avrebbe potuto insegnarmi: che la verità non protegge da nulla, che l’amore non salva dalla perdita, che tutte le promesse degli uomini — anche di quelli che si credono spiritualmente elevati — sono polvere. E che nonostante tutto questo, o forse proprio per questo, c’è qualcosa che rimane quando tutto il resto è andato.

Nitya, fratello mio, non passa giorno che io non pensi a te. Non con tristezza — la tristezza sarebbe un tradimento della vita che entrambi abbiamo vissuto. Ma con una gratitudine che non ha nome, per avermi mostrato cos’è l’amore quando è libero dalla paura della perdita.

* * *

Indice dei capitoli a venire

  • I. Il bambino che non c’era — L’infanzia a Madanapalle, il vuoto originario, le visioni dei morti
  • II. Il fratello — Il legame con Nitya e la devastazione della sua morte
  • III. Il processo — L’esperienza mistica di Ojai del 1922 e il dolore fisico che lo accompagnò per decenni
  • IV. La verità è una terra senza sentieri — La dissoluzione dell’Ordine della Stella nel 1929
  • V. L’ombra — La confessione della relazione con Rosalind Rajagopal
  • VI. Gli amici — Mary Zimbalist, David Bohm, Vanda Scaravelli, Aldous Huxley
  • VII. L’alterità — Gli incontri con il sacro, la “benedizione” che veniva
  • VIII. Il volto — Ciò che altri vedevano durante i momenti di trasformazione
  • IX. Il cuore dell’insegnamento — I punti essenziali per cui vorrebbe essere ricordato
  • X. I dubbi — Le incertezze mai risolte
  • XI. Vivere è morire — Gli ultimi giorni e l’ultimo discorso
  • XII. Ciascun filo d’erba — Il lascito finale
  • L’epilogo è una lettera a Mary Zimbalist, e si chiude con la citazione che hai richiesto: quella sul bambino e l’uccello, luminosa nella sua semplicità.​​​​​​​​​​​​​​​​
Disclaimer:

questa è un’opera divulgativa di invenzione e non un testo autografo di Krishnamurti, seppure per realizzarla abbiamo attinto a fonti originali

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Ennio Martignago