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“Passeggiate con Thay e con i bambini” Capitolo 5 — La nuvola nel foglio di carta

Tutto ciò che esiste è fatto di cose che non sono quella cosa. Questo foglio è fatto interamente di elementi non-foglio. Nuvola, sole, pioggia, terra, boscaiolo, e così per milioni di anni…



Essere è inter-essere


C’erano nuvole quel giorno di inizio luglio — nuvole vere, alte, lente, di quelle che sembrano fatte di una sostanza diversa dal resto del cielo, come se qualcuno avesse posato dei cuscini enormi su un pavimento blu. Non erano nuvole di pioggia. Erano nuvole di passaggio, nuvole in viaggio da qualche parte a qualche altra parte, senza fretta, senza destinazione apparente, con quella maestà pigra che hanno le cose molto grandi quando si muovono molto lentamente — le navi in porto, i ghiacciai, i vecchi che camminano al mercato la domenica mattina.

La luce, sotto quelle nuvole, era strana. Cambiava ogni pochi minuti. Quando una nuvola passava davanti al sole, il mondo diventava piatto — i colori si smorzavano, le ombre scomparivano, tutto si faceva morbido e uguale, come una fotografia scattata con un flash debole. Poi la nuvola passava oltre e il sole tornava, e di colpo il mondo riacquistava profondità — le ombre tagliavano l’erba, i colori si accendevano, ogni foglia e ogni filo d’erba si separava dagli altri e diventava se stesso, con il suo verde particolare, il suo angolo di luce, la sua piccola ombra personale. Dentro il bosco, dove camminavamo, questo alternarsi era ancora più drammatico: i raggi di sole scendevano attraverso il fogliame in lame oblique che si accendevano e si spegnevano come fari di un teatro, e le chiazze di luce sul sentiero apparivano e scomparivano come animali timidi — ora li vedi, ora no.

Avevo con me un foglio di carta. Un foglio bianco, formato A4, ordinario — il tipo di foglio che sta in tutte le stampanti, in tutti gli uffici, in tutti i cassetti delle scrivanie. Lo tenevo nella mano destra, piegato in due per non farlo volare, anche se quel giorno non c’era quasi vento.

I bambini non lo notarono subito. Erano occupati con il bosco — Giacomo raccoglieva una ghianda, Tommaso aveva trovato un bastone nuovo (Tommaso trovava sempre un bastone nuovo, come se il bosco li fabbricasse apposta per lui), Sofia e Amina camminavano tenendosi a braccetto in quel modo che hanno le amiche, come un unico organismo a quattro gambe. Luca camminava un po’ avanti, con le mani fuori dalle tasche — ormai questo era diventato il suo modo, e nessuno si ricordava più che ci fosse stato un tempo in cui le nascondeva. Martina era accanto a me, al suo solito posto, che era il posto di chi vuole essere la prima a sapere cosa succederà.

Fu Martina, infatti, a notare il foglio.

— Cos’hai in mano?

— Un foglio di carta.

— Perché?

— Perché oggi ci servirà.

— Per scrivere?

— No. Per guardare.

Martina mi guardò con quell’espressione che nel corso delle settimane avevo imparato a tradurre così: “Un’altra delle tue cose strane che alla fine hanno senso, ma che all’inizio sembrano follia.” Era un’espressione affettuosa, nel suo modo pratico.

Camminavamo per il sentiero che traversava il bosco di querce verso il prato alto, quello da cui si vedeva la valle e dove, nelle giornate terse, si intravedevano le montagne in lontananza — sagome azzurre che sembravano dipinte sull’orizzonte con l’acquerello, più idea di montagne che montagne vere. Quel giorno le montagne non si vedevano, perché le nuvole le nascondevano, il che andava benissimo. Le nuvole erano esattamente ciò di cui avevamo bisogno.

Al prato alto ci fermammo. L’erba era più secca qui che al prato grande vicino alla comunità — erba di collina, corta, dura, mescolata a timo selvatico che profumava sotto i piedi quando lo calpestavi, liberando un odore secco e caldo che somigliava alla Provenza, o alla Grecia, o a tutti quei posti del Mediterraneo dove le piante aromatiche crescono tra i sassi con la tenacia dei sopravvissuti. Ci sedemmo in cerchio, come ormai era diventata la nostra abitudine, e le nuvole sopra di noi facevano il loro lavoro lento di percorrere il cielo da ovest a est, come un corteo di giganti benevoli.

Aprii il foglio e lo tenni in alto, con entrambe le mani, come un mimo che mostra un manifesto invisibile. Il foglio bianco contro il cielo nuvoloso. Una rettangolo di bianco dentro una distesa di bianco e di blu.

— Cosa vedete? — chiesi.

— Un foglio di carta, — disse Giacomo.

Sorridevo dentro. Giacomo era il primo a rispondere sempre, e rispondeva sempre la cosa più ovvia, e la cosa più ovvia era sempre il punto di partenza perfetto, perché la cosa ovvia è ciò che tutti vedono e da cui nessuno va oltre. L’ovvio è il cancello chiuso. La domanda è la chiave.

— Un foglio di carta, — ripetei. — Sì. Ma io ci vedo qualcos’altro. Io ci vedo una nuvola.

Silenzio. Quel silenzio specifico che si crea quando un adulto dice qualcosa che sembra non avere senso ma che i bambini sospettano ne abbia, perché hanno imparato — in quattro passeggiate — che le cose che dico e che sembrano strane di solito conducono in posti interessanti.

— Una nuvola? — disse Sofia.

— Una nuvola. Guardate su. — Indicai le nuvole sopra di noi, quelle grandi e lente, quelle in viaggio. — Quelle nuvole sono piene d’acqua. Quando diventano troppo pesanti, l’acqua cade. La chiamiamo pioggia. La pioggia cade sulla terra, e la terra la beve, e le radici degli alberi la succhiano. L’albero cresce. I suoi rami si allungano, le sue foglie si moltiplicano, il suo tronco si allarga. E un giorno qualcuno taglia quell’albero e ne fa della polpa, e dalla polpa fa della carta, e da quella carta viene questo foglio che ho in mano.

Tenevo il foglio fermo. Il vento leggero lo faceva ondulare appena, come se il foglio respirasse.

— Quindi, — dissi, — senza quella nuvola, questo foglio non esisterebbe. La nuvola è nel foglio. Non la vedete, ma c’è. Se toglieste la nuvola dal foglio — se fosse possibile estrarre tutta l’acqua che è servita a far crescere l’albero — non resterebbe nessun foglio. Svanirebbe.

Amina guardava il cielo, poi il foglio, poi il cielo di nuovo, come se cercasse di vedere il passaggio — il momento in cui la nuvola diventava pioggia diventava albero diventava carta. Non si vede, naturalmente. Certe trasformazioni sono troppo lente e troppo grandi per gli occhi umani. Ma si possono pensare. E pensarle è già vederle, a modo suo.

— E il sole? — chiesi. — C’è il sole in questo foglio?

— Sì, — disse Sofia, che aveva capito il meccanismo dal capitolo del mandarino. — L’albero ha bisogno del sole per crescere.

— Giusto. Senza sole, niente albero. Senza albero, niente carta. Il sole è nel foglio. Guardate: se avvicino il foglio al viso, sentite il suo calore?

Lo avvicinai alla guancia. I bambini imitarono il gesto con le mani, come per sentire il calore del foglio a distanza. Non sentivano nulla, ovviamente — non funziona così. Ma l’idea che il sole fosse imprigionato nella fibra della carta, come un ricordo nel corpo, li aveva toccati.

— E il boscaiolo, — continuai. — Qualcuno ha tagliato l’albero. Lo ha portato alla cartiera. Ci sono i muscoli del boscaiolo in questo foglio. La sua colazione del mattino — l’uovo, il pane, il caffè — che gli ha dato la forza di impugnare la motosega. E il pane del boscaiolo — chi l’ha fatto? Il fornaio. E la farina del fornaio — da dove viene? Dal grano. E il grano chi l’ha piantato? Il contadino.

— Come il mandarino, — disse Martina.

— Come il mandarino. Perché è la stessa legge. Tutto ciò che esiste è fatto di cose che non sono quella cosa. Questo foglio è fatto interamente di elementi non-foglio. Nuvola, sole, pioggia, terra, boscaiolo, colazione del boscaiolo, fornaio, contadino, trattore del contadino, benzina del trattore, dinosauri che sono diventati petrolio milioni di anni fa, il sole che ha fatto crescere le piante che sono diventate i dinosauri che sono diventati il petrolio che è diventato la benzina che ha mosso il trattore che ha arato il campo che ha dato il grano che ha fatto la farina che ha fatto il pane che ha nutrito il boscaiolo che ha tagliato l’albero che è diventato questo foglio.

Lo dissi tutto d’un fiato, come una filastrocca accelerata, e i bambini ridevano perché il fiato mi mancava e la catena era assurda e infinita e comica e vertiginosa — e in quel riso c’era la comprensione, perché quando ridi per qualcosa di vertiginoso significa che hai colto il vertigine, l’hai sentito nella pancia, anche se la testa non ha ancora finito di elaborarlo.

— E i dinosauri, — disse Tommaso con gli occhi che brillavano, perché Tommaso amava i dinosauri come tutti i ragazzini di dieci anni, e scoprire che erano dentro un foglio di carta era per lui come trovare un drago nel cassetto dei calzini.

— E i dinosauri. E le stelle che sono esplose per creare gli atomi di cui è fatto tutto — il carbonio, l’ossigeno, l’idrogeno. Ogni atomo in questo foglio è stato fabbricato dentro una stella, miliardi di anni fa. Questo foglio è fatto di polvere di stelle.

— Anche noi? — chiese Amina.

— Anche voi.

Amina si guardò le mani. Aveva quell’espressione che avevo visto al fiume quando le avevo chiesto se fosse davvero un fiore — l’espressione di chi prova a guardare una cosa familiare come se la vedesse per la prima volta, e scopre che la cosa familiare è immensamente più grande di quanto pensava.

Posai il foglio sull’erba, al centro del cerchio. Il vento lo mosse leggermente e Luca lo fermò con un ciottolo — uno dei suoi quattro, che portava sempre in tasca. Il gesto mi piacque: la pietra del fiume che tiene fermo il foglio fatto di nuvola. Due cose che non hanno nulla in comune e che non possono esistere l’una senza l’altra.

— Il mio maestro, — dissi, — aveva una parola per tutto questo. Una parola che non esisteva prima di lui. La inventò perché le parole vecchie non bastavano.

— Quale? — chiese Martina.

— Inter-essere. Non “essere” — inter-essere. Significa che niente esiste da solo. Ogni cosa esiste solo perché tutte le altre cose esistono. Questo foglio inter-è con la nuvola, col sole, col boscaiolo, coi dinosauri, con le stelle. E la nuvola inter-è con l’oceano, con il calore del sole, con il vento. E l’oceano inter-è con i fiumi, e i fiumi con la pioggia, e la pioggia con le nuvole, e le nuvole con il foglio. È un cerchio che non ha inizio e non ha fine.

— Come una ragnatela, — disse Sofia.

Mi fermai. Non avevo previsto quella parola. Non era una parola che avrei usato io — avrei detto rete, o tessuto, o trama. Ma ragnatela era meglio di tutte queste, perché la ragnatela ha un’immagine che nessuna delle altre parole ha: l’immagine di qualcosa di sottilissimo, quasi invisibile, che però tiene insieme tutto. Tira un filo e tutta la ragnatela vibra. Ogni punto è collegato a ogni altro punto. Niente è separato.

— Come una ragnatela, — ripetei. — Esattamente come una ragnatela. Sofia, sei una poeta e non lo sai.

Sofia arrossì, il che in una ragazzina di undici anni è un evento meteorologico breve e violento, come un temporale d’estate.

Luca, che era rimasto in silenzio per tutto il tempo — il suo silenzio attento, il silenzio di chi ascolta con il corpo intero e non solo con le orecchie — fece una cosa inaspettata. Raccolse una foglia da terra. Una foglia di quercia, verde scuro, grande come la sua mano, con le nervature in rilievo che disegnavano una mappa di strade minuscole. La tenne davanti a sé e la guardò come avevo guardato io il foglio di carta.

— Vedo la terra in questa foglia, — disse. — E l’acqua. E un verme, forse. E… — si fermò, girò la foglia tra le dita, la inclinò verso la luce — …il sole. Perché è verde. E il verde viene dal sole. Dico bene?

— Dici bene. Il verde è clorofilla, e la clorofilla è la macchina che trasforma il sole in cibo per l’albero. Ogni chiazza di verde che vedi è una piccola fabbrica di luce. Questa foglia è un pannello solare che funziona da quattrocento milioni di anni.

— E ci vedo anche me, — disse Luca.

Ci fu un silenzio diverso dai soliti. Non il silenzio della campana, non il silenzio dell’ascolto, non il silenzio dell’attesa. Un silenzio di sorpresa. I bambini guardavano Luca. Luca guardava la foglia.

— Perché, — continuò, lentamente, come chi cammina su un terreno che non conosce e tasta il suolo con il piede prima di appoggiare il peso, — se io respiro l’ossigeno che fa questa foglia, e lei prende la mia anidride carbonica per fare il suo cibo, allora io sono nella foglia e la foglia è in me. Giusto?

Non parlai per qualche secondo. Non perché non sapessi cosa dire — sapevo esattamente cosa dire, avrei potuto dire “sì, Luca, hai appena descritto il ciclo del carbonio e il principio dell’inter-essere in una sola frase” — ma perché certi momenti sono troppo importanti per riempirli di parole. Luca aveva appena fatto da solo il salto che il mio maestro impiegava interi ritiri a guidare negli adulti. Aveva guardato una foglia e aveva visto se stesso dentro. Aveva capito — non con la testa, ma con gli occhi e col fiato — che non c’è confine tra lui e il mondo. Che il confine è un’illusione. Che la pelle non è un muro ma una membrana, e che attraverso quella membrana il mondo entra in te e tu entri nel mondo, continuamente, ad ogni respiro, senza sosta, da quando sei nato a quando — ma di questo parleremo molto più avanti, nell’ultima passeggiata, quella della neve e della nuvola che non muore mai.

— Adesso sei un poeta, — dissi.

Luca sorrise. Non il sorriso piccolo della prima passeggiata, quel sorriso di bollicina che sale dal fondo della pentola. Un sorriso pieno, aperto, un sorriso che era anche un po’ una risata e un po’ uno stupore.

— Facciamo un gioco, — dissi. — Ognuno di voi prende qualcosa — una foglia, un sasso, un filo d’erba, un fiore, qualsiasi cosa — e ci dice tutto quello che vede dentro.

Si alzarono e si dispersero per il prato come semi soffiati dal vento. Tornarono con i loro tesori: Giacomo con una ghianda, Sofia con un fiore di trifoglio, Amina con una piuma trovata nell’erba, Tommaso con un pezzo di corteccia, Martina con una chiocciola — viva, con le corna fuori, che se ne andava lentamente sul suo palmo con la dignità inconsapevole delle creature che non hanno idea di essere state selezionate per un esperimento filosofico.

Si sedettero e cominciarono. Uno alla volta.

Giacomo alzò la ghianda. — Vedo una quercia. Che non c’è ancora, ma c’è. Perché questa ghianda diventerà una quercia. Forse. Se nessuno la mangia. Quindi vedo anche lo scoiattolo che potrebbe mangiarla.

— E nella quercia che sarà?

— Il sole. La pioggia. Cento anni di tempo. E… altre ghiande? Come quelle che hanno fatto la quercia che ha fatto questa ghianda?

— Quindi la ghianda contiene la quercia che contiene la ghianda che contiene la quercia…

— All’infinito? — disse Giacomo, e i suoi occhi si spalancarono leggermente, come quando ti affacci su un precipizio e il vuoto ti risucchia lo sguardo.

— All’infinito.

Sofia tenne in alto il fiore di trifoglio. — Vedo le api. Perché senza le api non c’è il fiore, e senza il fiore non ci sono le api. Inter-sono.

Usò la parola. La usò come se l’avesse sempre conosciuta, come se fosse una parola naturale, il che è il segno che l’idea era arrivata prima della parola e la parola era solo il vestito che l’idea stava aspettando.

Amina alzò la piuma. — Questa viene da un uccello. Ma l’uccello mangia insetti, e gli insetti mangiano le piante, e le piante mangiano il sole. Questa piuma è fatta di insetti, piante e sole. E di aria — perché la piuma serve per volare, e senza l’aria non ci sarebbe il volo.

— E senza l’aria?

— Non ci saremmo nemmeno noi.

— Quindi?

— Quindi la piuma e noi siamo fatti della stessa aria. Inter-siamo con la piuma.

Tommaso alzò il pezzo di corteccia. — Questa è la pelle dell’albero. Come la mia pelle. L’albero la usa per proteggersi. E sotto la corteccia c’è… il legno? E nel legno c’è l’acqua, come nel mio sangue. Quindi l’albero e io siamo un po’ uguali. Abbiamo la pelle e il sangue.

Era una cosa che nessun manuale di biologia avrebbe formulato così — e che tuttavia era rigorosamente vera. La corteccia e la pelle, la linfa e il sangue, i vasi del legno e le vene del corpo. Tommaso, col suo bastone e i suoi ciottoli enormi e la sua energia da cucciolo, aveva visto l’analogia più antica del mondo con la semplicità di chi non sa ancora che le analogie possono essere sbagliate, e quindi le fa giuste.

E poi Martina. Martina che teneva la chiocciola sul palmo e la guardava con un’attenzione che avevo visto poche volte — un’attenzione senza giudizio, senza fretta, senza desiderio. L’attenzione pura, quella che Krishnamurti chiamava osservazione senza l’osservatore, e che i bambini praticano naturalmente prima che qualcuno insegni loro a etichettare, classificare, separare.

— La chiocciola porta la casa con sé, — disse Martina. — Non va da nessuna parte e non torna da nessuna parte, perché è sempre a casa. Come noi, nella prima passeggiata. “Sono arrivato, sono a casa.”

Non aggiunsi nulla. Non c’era nulla da aggiungere. Martina aveva appena chiuso il cerchio — dalla prima passeggiata, il sentiero che non va da nessuna parte, alla quinta, l’inter-essere di tutte le cose — con una chiocciola che portava la sua casa sulla schiena. E la chiocciola, indifferente alla filosofia, proseguiva il suo cammino lentissimo sul palmo di Martina, lasciando una scia umida e lucida, come un sentiero di argento.

Ci alzammo per tornare. Il foglio di carta era ancora al centro del cerchio, tenuto dal ciottolo di Luca. Lo raccolsi, lo piegai, lo rimisi nella tasca. Ma prima di farlo lo tenni in alto un’ultima volta, contro il cielo.

— Guardatelo, — dissi. — L’ultima volta.

Guardarono. Sei sguardi su un foglio bianco. Ma non vedevano più un foglio bianco. Vedevano una nuvola, un albero, un boscaiolo, un sole, un dinosauro, una stella esplosa, un oceano, una pioggia, un campo di grano, una colazione, un fornaio, un contadino. Vedevano la ragnatela. Vedevano i fili che collegano ogni cosa a ogni altra cosa, i fili invisibili che tengono insieme il mondo, sottili come i fili di un ragno e forti come la gravità.

— Tutto ciò che vedete da oggi in poi, — dissi, — guardatelo così. Non come una cosa sola. Come tutto ciò che è servito perché quella cosa esistesse. La prossima volta che bevete un bicchiere d’acqua, vedete la nuvola. La prossima volta che mangiate del pane, vedete il grano e il sole e il contadino e la pioggia. La prossima volta che guardate un amico, vedete i suoi genitori, e i genitori dei suoi genitori, e il cibo che lo ha nutrito, e l’aria che ha respirato, e i libri che ha letto, e le parole che qualcuno gli ha detto che lo hanno reso chi è.

Mi fermai. Avevo parlato troppo. Lo sapevo. A volte il narratore si lascia prendere dal suo stesso racconto e dimentica che il silenzio insegna meglio delle parole. Ma i bambini mi guardavano senza insofferenza, il che forse significava che quel giorno le parole erano necessarie, o forse significava che erano bambini gentili e mi perdonavano la verbosità.

Scendemmo per il sentiero. Le nuvole si stavano addensando a ovest e l’aria aveva quell’odore metallico che precede la pioggia — l’odore dell’ozono, dicono i meteorologi, ma io preferisco pensare che è l’odore delle nuvole che si preparano a diventare pioggia, che si preparano a cadere sulla terra, che si preparano a entrare nelle radici, che si preparano a diventare foglio, frutto, fiore, sangue, pensiero, parola.

Giacomo camminava guardando il cielo. — Se piove, — disse, — la nuvola diventa pioggia. E la nuvola muore?

— Cosa ne pensi?

— No. Diventa un’altra cosa. Ma è ancora… sé stessa? Cioè, l’acqua è ancora acqua, anche se prima era nuvola e adesso è pioggia.

— Tieni questo pensiero, — dissi. — Tienilo come un ciottolo in tasca. Ti servirà, un giorno. Per adesso ti basti sapere che la nuvola non muore quando diventa pioggia. Si trasforma. E nella trasformazione, niente si perde.

Giacomo annuì e si mise il pensiero in tasca, accanto ai ciottoli. Una tasca piena, quella di Giacomo.

Al cancello, Martina posò delicatamente la chiocciola sul muretto a secco. La chiocciola riprese il suo cammino, incurante di tutto — della filosofia, dell’inter-essere, delle nuvole nei fogli di carta. Aveva i suoi affari. Aveva la sua casa sulla schiena. Aveva il suo sentiero di argento da percorrere.

— Martina, — chiesi, — cos’ha in comune la chiocciola con il foglio di carta?

Martina guardò la chiocciola che si allontanava sul muro, lenta, paziente, totale.

— Tutto, — disse.



E se ne andò con le mani che odoravano ancora di timo selvatico e con dentro i suoi quattro ciottoli, una chiocciola che non c’era più, una ragnatela invisibile che collegava ogni cosa a ogni altra cosa, e una parola nuova — inter-essere — che forse non avrebbe usato mai ad alta voce, ma che da quel giorno in poi avrebbe visto ovunque: nel piatto della cena, nella faccia della madre, nella pioggia che cadeva sul tetto della sua camera, nella nuvola che la pioggia era stata, e nella pioggia che la nuvola sarebbe stata di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, senza mai morire.


Essere è inter-essere.
Non puoi semplicemente essere da solo.
In un foglio di carta c’è una nuvola,
e nella nuvola c’è il foglio,
e in entrambi ci sei tu.




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Ennio Martignago
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