L’uomo che voleva sparire nel futuro*
Conversazione immaginaria con Pavel Durov*
Parte Quarta: Il Fascicolo
a cura di Ennio Martignago
XII.
Il fascicolo è sottile. Meno di quanto si aspetterebbe, per un caso di questa portata. Ventitré pagine, più gli allegati. L’ho letto cinque volte. Lo conosco meglio di quanto Pavel Durov conosca se stesso — il che, dopo questa mattina, è già un risultato considerevole.
— Agosto 2024 — dico, senza alzare gli occhi dal fascicolo. — L’aeroporto Le Bourget. Il suo jet privato atterra alle 20:04. Alle 21:17 è in custodia. — Pausa. — Settantadue minuti. Nel giro di settantadue minuti la persona più sfuggente del mondo digitale si è trovata in manette in un aeroporto di Parigi. Come le è sembrato possibile?
— Non me lo aspettavo — dice. La voce è tornata piatta, controllata. Pavel, non Alex.
— Nessuno se lo aspettava — concordo. — Tranne, evidentemente, chi l’ha organizzato. — Alzo gli occhi. — Chi sapeva che sarebbe atterrato a Le Bourget quella sera?
— Poche persone.
— Quante?
— Cinque. Forse sei.
— Le fa fiducia a tutte?
Un silenzio calibrato.
— Adesso sì — dice.
— Adesso — ripeto. — Il che implica che prima no. O che nel frattempo il numero si è ridotto.
Lui non risponde. Il che è già una risposta.
Il punto non è chi l’ha tradito — questa è la parte che interessa ai giudici e che troveremo col tempo. Il punto, quello che mi interessa come avvocato e come essere umano seduta in questa stanza, è la sua reazione al tradimento. Pavel Durov ha costruito una piattaforma sulla sfiducia istituzionale. Ha passato anni a dire al mondo: non fidarti dei governi, non fidarti delle banche, non fidarti di nessun sistema centralizzato. E poi si è fidato di cinque o sei persone con l’informazione più sensibile che avesse — dove si trovava, quando, su quale aereo. È la contraddizione più umana che abbia mai incontrato in un cliente.
XIII.
— Le autorità francesi — dico, sfogliando il fascicolo con gesti lenti, quasi annoiati — hanno contestato undici capi d’accusa. Complicità in traffico di stupefacenti, pedopornografia, frode, riciclaggio. Il catalogo completo di tutto ciò che passa su Telegram senza moderazione. — Alzo gli occhi. — Lei cosa risponde?
— Che un postino non è responsabile del contenuto delle lettere che consegna.
— È una bella metafora — dico. — Ma il postino non guadagna sulle lettere. E soprattutto il postino, se la polizia gli chiede di aprire una lettera sospetta, apre la lettera. Lei no.
— Aprire le comunicazioni dei miei utenti significherebbe tradire la promessa fondante di Telegram.
— Eppure — dico, con tono quasi distratto — dopo l’arresto, Telegram ha cominciato a cooperare con le autorità con una celerità che ha sorpreso molti. Canali rimossi, dati consegnati, politiche aggiornate. — Pausa. — Come si concilia questa flessibilità con la promessa fondante?
Il silenzio è breve ma denso.
— Le circostanze cambiano — dice.
— Le circostanze — ripeto. — O i rischi personali?
Pavel Durov mi guarda con un’espressione che non aveva ancora usato. Non irritazione, non il sorriso freddo di chi stia gestendo la situazione. Qualcosa di più diretto. Quasi rispetto.
— Entrambi — dice, infine.
È la risposta più courageous che abbia dato in tutta la mattinata. E la più pericolosa.
Qui dovrei fermarmi. Un buon avvocato, a questo punto, chiuderebbe il fascicolo e direbbe al cliente che alcune risposte non vanno dette ad alta voce neanche in privato. Ma non mi fermo, perché quello che Pavel ha appena ammesso non è una confessione giuridica. È qualcosa di molto più interessante: è la prima volta che riconosce pubblicamente — anche se solo davanti a me, anche se solo in questa stanza — che la sua filosofia ha un prezzo personale, e che quel prezzo a un certo punto è diventato troppo alto. Non è la fine del mito. È la crepa nel mito. E le crepe sono sempre più interessanti del muro intero.
XIV.
Chiudo il fascicolo.
Non perché abbia finito — ho ancora sette pagine di allegati che non abbiamo toccato. Lo chiudo perché il momento lo richiede. Alcuni fascicoli si chiudono per dare spazio a ciò che non c’è scritto dentro.
— Le faccio un’ultima domanda — dico. — Non da avvocato. Da persona.
Lui aspetta.
— Se potesse mandare un messaggio — non su Telegram, non cifrato, non protetto da nessuna architettura — un messaggio semplice, chiaro, senza intermediari, a qualcuno che conta davvero per lei. Non un’istituzione, non un governo, non la stampa. Una persona. — Pausa. — Chi sarebbe, e cosa gli direbbe?
Il silenzio che segue è diverso da tutti gli altri della mattinata. Non è difensivo, non è calcolato, non è il silenzio di chi stia cercando la risposta giusta. È il silenzio di chi sappia esattamente la risposta e stia valutando, per la prima e forse unica volta, se il costo di dirla sia accettabile.
Poi Pavel Durov fa una cosa che non ha fatto in tutta la mattinata.
Guarda le proprie mani.
— Nikolai — dice, piano.
Una sola parola. Il nome del fratello.
— E cosa gli direbbe?
Un’altra pausa. Lunghissima.
— Gli direi che so che ho preso tutto lo spazio — dice, con una voce che non riconosco rispetto a quella con cui è entrato nello studio. — Che so che non era giusto. Che senza di lui non esisterebbe niente di tutto questo — né il bene né il male. — Pausa brevissima. — E che mi dispiace di non averlo mai detto.
La stanza è molto silenziosa.
Fuori, sulla rue du Cherche-Midi, la pioggia ha smesso. Lo sento dall’assenza di suono, più che dal suono.
Mi alzo. Lui si alza. Ci stringiamo la mano con la formalità di chi abbia appena attraversato qualcosa che non ha ancora un nome.
— La chiamo la prossima settimana per gli allegati — dico.
— Certo — risponde.
Si avvia verso la porta. Si ferma sulla soglia, senza voltarsi.
— Maître Leroux-Vidal.
— Sì?
— Alex — dice. — Il cane lo chiamerebbe Herzen.
Poi esce.
Resto sola con il fascicolo, il taccuino di carta, e la tazza di Darjeeling ormai fredda.
Scrivo sul taccuino: non è un mostro. È peggio — è un uomo che sa esattamente cosa ha perso e ha scelto di perderlo lo stesso.
Poi chiudo il taccuino.
Sono Maître Isabelle Leroux-Vidal. Quarantatré anni, avvocato. Un padre avvocato penalista marsigliese, madre filosofa partenopea formatasi alla scuola di Jacques-Alain Miller.
Tutte e parti dell’Intervista impossibile:
Disclaimer
*Nota dell’autore: Quella che segue è un’intervista interamente immaginaria. Pavel Durov non ha rilasciato queste dichiarazioni né ha incontrato l’avvocatessa qui descritta. Tutto ciò che dice — e tutto ciò che non dice — è inventato. Ciononostante, ci siamo impegnati affinché suoni verosimile. Il lettore giudicherà.
Nota editoriale:
E tu, chi avresti voluto che fosse intervistato la prossima volta? Scrivicelo nella Chat su Telegram o qui nei commenti.
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