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Protagonisti - Interviste e biografie

Le interviste Impossibili #01: Pavel Durov II

Ma in quei tre secondi, per la prima volta da quando Pavel Durov è entrato nel mio studio, sul suo viso passa qualcosa che non aveva programmato di mostrarmi.

L’uomo che voleva sparire nel futuro*

Conversazione immaginaria con Pavel Durov*

Parte Seconda: Il Cavallo

a cura di Ennio Martignago*


IV.

Ci sono tre secondi di silenzio che non finiscono mai.

Gengis Khan — ho detto, con il tono di chi stia annotando un dettaglio anagrafico — la pensava esattamente allo stesso modo.

Pavel Durov mi guarda. Non con rabbia. Con qualcosa di più interessante: la concentrazione di chi stia ricalcolando in tempo reale il peso di ogni parola già pronunciata, cercando di capire fino a dove si è spinto e da dove può ancora tornare.

— È un paragone riduttivo — dice, infine. La voce è piatta, controllata. Comunicato stampa.

— Assolutamente — dico. — Le chiedo scusa. Gengis Khan era un guerriero con un territorio, un clan, una discendenza che riconosceva per nome. Il paragone è ingiusto nei suoi confronti. — Pausa. — Nel senso che era ingiusto nei confronti di lei, naturalmente.

Stavolta il silenzio è di un altro tipo. Non difensivo. Quasi divertito, nonostante tutto. È la prima volta che lo vedo incassare un colpo senza irrigidirsi. Questo mi dice che ha un senso dell’umorismo su se stesso — piccolo, sepolto, ma presente. Strumento utile.

— Nikolai sa dei bambini? — chiedo, con la stessa disinvoltura con cui avrei potuto chiedergli se vuole altro tè.

La domanda lo coglie di traverso — lo vedo nel modo in cui porta la mano verso il bordo del tavolo, un gesto a metà tra appoggiarsi e allontanarsi.

— È una questione privata — dice.

— Certo. — Sorrido. — Ma lei ha reso pubblica la scelta. Il privato lo ha già scelto lei dove collocarlo.


Nikolai Durov è l’assenza più eloquente di tutta la storia di Telegram. Il genio matematico e informatico che ha costruito l’architettura tecnica sulla quale Pavel ha costruito l’impero — e il racconto. Due fratelli, una piattaforma, una sola narrativa. Di Nikolai restano poche fotografie e nessuna intervista. Pavel parla di sé come di un umanista, un filologo, un visionario — quasi un Jobs che ha avuto la fortuna di trovare il suo Wozniak in famiglia. Ma nessuno chiede mai cosa pensa il Wozniak.


V.

— Posso chiederle una cosa che non c’entra niente con il processo? — dico, cambiando completamente registro. Abbasso la voce di un tono, come si fa quando si vuole che qualcuno si senta meno osservato.

Lui annuisce, leggermente diffidente, ma annuisce.

— Herzen.

Un lampo attraversa il suo viso — breve, involontario, genuino. È la prima reazione non calcolata dall’inizio della conversazione.

— Cosa sa di Herzen? — chiede, e nella domanda c’è qualcosa di quasi bambino: la sorpresa di chi non si aspetta di trovare il proprio segreto in bocca a qualcun altro.

— So che ha vissuto a Torino. So che lei ha un’affezione per lui che non ha mai spiegato del tutto pubblicamente. E so che Torino ha fatto a meno del monumento che lei avrebbe voluto. — Pausa. — Avevo ragione a scegliere Napoli per lei, oppure avrebbe dovuto dire Torino?

Stavolta ride. Un suono breve, quasi secco, ma autentico.

— Torino è una città che non sa cosa fare di se stessa — dice. — Come Herzen. Come me, probabilmente, in certi periodi.

— Herzen era un aristocratico che finanziava la rivoluzione con i suoi soldi — dico, con tono quasi sognante, come se stessi pensando ad alta voce. — Un russo che scelse l’Europa. Un idealista che non tornò mai a casa. — Pausa. — Capisco l’identificazione.

— Herzen non si è mai venduto — dice lui, e nella voce c’è qualcosa di più duro del solito. Non è il comunicato stampa. È quasi una confessione.

— No — concordo. — Anche se gli costò tutto. La famiglia, la patria, la possibilità di contare davvero nel momento decisivo. — Lo guardo. — Lei sarebbe disposto a pagare lo stesso prezzo?

— L’ho già pagato.

— Ha lasciato la Russia — dico. — Sì. Ma Herzen lasciò la Russia per parlare ancora alla Russia, da fuori. Per tenere accesa una conversazione che dentro era vietata. Lei ha lasciato la Russia per costruire qualcosa di universale — o almeno così dice. Non è la stessa scelta.

Silenzio.

— Peter Thiel si definisce libertario — dico, con la stessa voce morbida, senza alzare il tono. — Lei come si definirebbe?

— Non mi interessa definirmi.

— Thiel neanche. Eppure ha costruito Palantir, che vende strumenti di sorveglianza di massa ai governi di tutto il mondo. L’anarchismo di Thiel ha dei confini molto precisi: termina dove iniziano i suoi interessi. — Pausa. — Il suo?

— Non siamo comparabili — dice. È la seconda volta che usa questa frase. Me ne ricordo.

— L’ha già detto — osservo, dolcemente. — A proposito di Putin.


In questo momento Pavel Durov ha il profilo di un uomo che sta cercando di tenere aperte troppe porte contemporaneamente. Il libertario che vive a Dubai, stato autoritario a bassa fiscalità e zero estradizioni. Il paladino della privacy che gestisce una piattaforma non cifrata end-to-end per default. Il dissidente russo che ha ceduto alle autorità francesi smantellando canali anonimi con una rapidità che ha sorpreso anche i suoi più fedeli. Ogni confronto — Putin, Thiel, Gengis Khan — ha lo stesso effetto: lo costringe a scegliere quale parte di sé difendere, e ogni difesa espone un’altra parte.


VI.

— Mi ha detto di essere un filologo — dico, tornando a un tono quasi accademico. — Di considerarsi un umanista. Non un ingegnere.

Lui si raddrizza leggermente sulla sedia. È una postura che riconosco: è quella di qualcuno che si aspetta finalmente una domanda alla quale sa rispondere bene.

— Le persone mi associano automaticamente alla tecnologia — dice. — Ma Telegram non è nata da una competenza tecnica mia. Nikolai è il matematico, l’informatico. Io sono il traduttore.

— Il traduttore — ripeto. — Nel senso letterale: ha studiato filologia inglese e traduzione a San Pietroburgo.

— Nel senso letterale e in quello esteso. Ho sempre pensato che il mio lavoro fosse tradurre un’idea di libertà in qualcosa di fruibile. Come si traduce un testo: cercando l’equivalente, non la copia.

— È una bella definizione — dico, e lo penso davvero, il che è scomodo. — Steve Jobs non sapeva scrivere codice. Ma Jobs, le ricordo, è morto convinto di aver cambiato il mondo, circondato da prodotti bellissimi e dipendenti terrorizzati. Non è esattamente un modello edificante di cosa significa essere un traduttore.

La sua espressione cambia di qualcosa di impercettibile.

— Wozniak — continuo — ha scritto il codice, ha costruito la macchina, ha reso possibile tutto. Ed è rimasto per decenni nell’ombra del racconto. Come Nikolai. — Pausa. — Le ha mai chiesto se gli va bene così?

La risposta non arriva subito.

— Nikolai non ha interesse per la visibilità.

— No — concordo. — Ma l’interesse di Nikolai non era la mia domanda. La mia domanda era se lei gliel’ha mai chiesto.


Altro silenzio. Diverso dagli altri. Questo ha una qualità specifica: è il silenzio di chi sappia già la risposta e preferisca non dirla. Non perché voglia nasconderla. Perché dirla ad alta voce implicherebbe sentirla per la prima volta.


VII.

Cambio registro un’ultima volta. La voce diventa quasi intima — non seduttiva, ma del tipo di intimità che si crea quando due persone hanno smesso di recitare e non se ne sono ancora accorte.

— I bambini — dico. — I suoi figli. Biologicamente parlando, potrebbero essere cento, duecento. Forse più. Crescono in famiglie che non la conoscono, in città che non ha mai visitato, parlano lingue che magari non conosce. — Lo guardo. — Come si chiama il rapporto che ha con loro?

— Responsabilità verso la specie — dice. Ma stavolta la frase suona diversamente rispetto a prima. Lo sa anche lui.

— È una risposta bellissima — dico. — Ed è anche la risposta che darebbe qualcuno che non riesce a dire padre.

Silenzio.

— Herzen — riprendo — aveva un figlio che annegò in un naufragio. Si chiamava Kolya. Herzen ne scrisse per anni. Era devastato. — Pausa. — Lei sa i nomi di qualcuno dei suoi figli?

Pavel Durov posa le mani sul tavolo. Le guarda. È un gesto che non ho ancora visto in tutta la conversazione — guardare le proprie mani come se fossero oggetti separati da sé.

— Questo — dice, piano — non è materiale per il processo.

— No — concordo. — Ma lei ha risposto lo stesso.

Apro il fascicolo con il suo nome. Per la prima volta da quando si è seduto.

— Riprendiamo dall’inizio — dico, con il tono professionale che avevo all’inizio, come se niente fosse cambiato. — Mi parli di Parigi, agosto 2024. Dal suo punto di vista.

Lui mi guarda.

Io lo guardo.

Fuori, sulla rue du Cherche-Midi, passa un taxi. Lo sento attraverso il doppio vetro come qualcosa di molto lontano.

(continua)

Disclaimer

*Nota dell’autore: Quella che segue è un’intervista interamente immaginaria. Pavel Durov non ha rilasciato queste dichiarazioni né ha incontrato l’avvocatessa qui descritta. Tutto ciò che dice — e tutto ciò che non dice — è inventato. Ciononostante, ci siamo impegnati affinché suoni verosimile. Il lettore giudicherà.


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Ennio Martignago
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