Conversazione immaginaria con Pavel Durov, L’uomo che voleva sparire nel futuro
Parte Terza: Lo Specchio
a cura di Ennio Martignago
VIII.
C’è un momento, in ogni conversazione difficile, in cui l’interlocutore smette di rispondere alle domande e comincia a rispondere all’immagine che ha di se stesso. Pavel Durov è arrivato a quel momento circa quindici minuti fa, e da allora sto parlando con due persone diverse: quella seduta davanti a me, e quella che lui vuole che io veda.
Decido di attaccare il confine tra le due.
— Il suo corpo — dico, con il tono neutro di un medico che stia annotando parametri vitali. — Niente carne, niente alcol, niente caffeina. Esercizio quotidiano. Sonno regolato. È un progetto, il suo corpo.
— È una questione di performance — dice lui.
— Certo. — Pausa. — Ma performance di cosa, esattamente?
— Di tutto. La chiarezza mentale dipende dalla condizione fisica. Non è una filosofia, è fisiologia.
— È anche controllo — dico, con la stessa voce piatta. — Il corpo è l’unica cosa che appartiene completamente a lei. Le piattaforme possono essere sequestrate. I conti correnti congelati. Il passaporto ritirato. — Lo guardo. — Il corpo no.
Un silenzio breve. Diverso dai precedenti — non difensivo, non divertito. Quasi riconoscente, come se qualcuno avesse nominato per la prima volta qualcosa che sapeva ma non aveva ancora formulato.
— Non ci avevo mai pensato in questi termini — dice.
— Lo so.
La prima volta che ho letto delle sue abitudini alimentari ho pensato a qualcosa che il mio supervisore di analisi mi aveva detto anni fa: le persone che controllano il cibo controllano il tempo. Mangiano il minimo necessario perché il minimo è misurabile, prevedibile, non sorprende. Pavel Durov ha costruito una piattaforma usata da un miliardo di persone e non sa dove sarà tra vent’anni. Il corpo è l’unico calendario che non può tradirlo.
IX.
— Le faccio una domanda che troverà ridicola — dico.
— Le domande ridicole sono le più oneste — risponde lui, e per un momento sembra quasi Herzen.
— Narciso o Pigmalione?
Lui alza leggermente le sopracciglia.
— Si spieghi.
— Narciso — dico — si innamora della propria immagine. Non può possedere l’oggetto del desiderio perché l’oggetto del desiderio è lui stesso. Pigmalione invece crea la donna ideale, la plasma, la rende perfetta secondo la propria visione. E quando Afrodite gliela anima, lei trova quasi subito qualcuno di più giovane. — Pausa. — Con quale dei due si identifica di più?
Stavolta ride davvero — non il suono breve e controllato di prima, ma qualcosa di meno sorvegliato.
— È una trappola — dice.
— Tutte le domande lo sono. — Sorrido. — Risponda lo stesso.
— Pigmalione almeno crea qualcosa di reale — dice, infine. — Narciso è sterile.
— Pigmalione è sterile in un altro senso — osservo. — Non sopporta che la sua creazione abbia una vita propria. La vuole perfetta, non libera. — Pausa. — Suona familiare?
Il sorriso rimane sul suo viso, ma si raffredda di mezzo grado.
— Sta parlando delle donne con cui sono stato.
— Stavo parlando di Telegram — dico, innocente. — Ma continui pure.
Ecco il momento in cui un avvocato competente avrebbe alzato la mano e detto: il mio cliente non risponderà a questa domanda. Io non lo faccio perché non sono solo il suo avvocato. E lui non lo fa perché — questo è il punto — nel profondo non vuole che io lo faccia.
X.
— Le sue relazioni — dico, con la voce che ho usato per parlare di Herzen, quella che abbassa le difese. — Si sa molto poco. Qualche nome, qualche fotografia. Donne bellissime e intelligenti, in genere. Poi sparite dal racconto pubblico come se non fossero mai esistite.
— La mia vita privata è privata — dice. La risposta è automatica, preparata, quasi un riflesso condizionato.
— Certo — concordo. — Ma noti una cosa: quando parla di Telegram usa il pronome io. Quando parla dei suoi figli biologici usa il pronome noi — l’umanità, la specie, il futuro collettivo. Quando parla delle donne con cui ha avuto relazioni non usa nessun pronome. Spariscono dalla grammatica.
Silenzio.
— È mai stato innamorato? — chiedo.
— Sì.
La risposta arriva troppo in fretta per essere difensiva. È vera.
— Di chi?
— Questo è privato.
— Lo so. — Pausa. — Era corrisposto?
Stavolta la pausa è sua.
— Per un po’ — dice, infine.
— Cosa è successo?
— È successo che costruire qualcosa di grande richiede una qualità di presenza che non lascia spazio ad altre presenze. — Pausa. — Non è una scusa. È una descrizione.
— È la descrizione più onesta che lei abbia fatto in tutta la mattinata — dico, e lo penso davvero.
Noto che ha detto “costruire qualcosa di grande” e non “costruire Telegram”. Noto che ha usato “presenze” al plurale, come se la persona amata fosse una tra molte che ha lasciato andare per fare spazio al progetto. Noto che non ha mai detto il nome, e che io non glielo chiederò, perché il nome non è il punto. Il punto è che esiste — o è esistita — una persona davanti alla quale Pavel Durov ha smesso per un momento di essere Pavel Durov. E che lui l’ha lasciata andare di propria scelta.
Questo mi sembra il fatto più importante della sua biografia.
XI.
— Un’ultima domanda per oggi — dico. — La più crudele, la avverto.
Lui annuisce, quasi con rispetto.
— Se domani mattina si svegliasse e Pavel Durov non esistesse più. Non morto — peggio. Semplicemente irrilevante. Nessuno che cerca il suo nome, nessuno che cita Telegram, nessun processo, nessun mito, nessun simbolo. Un uomo di quarant’anni con un conto in banca, una buona conoscenza della filologia inglese e nessun motivo particolare per essere ricordato. — Pausa. — Come si chiamerebbe, quella persona? E dove vivrebbe?
Il silenzio che segue è il più lungo dell’intera mattinata.
— Non lo so — dice, infine.
— Non lo sa il nome o non lo sa il posto?
— Nessuno dei due.
Resto ferma. Non scrivo niente. Non sorrido. Questa è la risposta che aspettavo dall’inizio, e la sua consistenza richiede di essere trattata con cura, non con entusiasmo.
— Provi — dico, piano.
Lui mi guarda. Poi guarda la finestra — per la prima volta da quando è entrato, guarda fuori.
— Probabilmente — dice, lentamente, come chi stia costruendo una frase in una lingua che conosce ma non usa spesso — probabilmente vivrebbe in una città piccola. Non bella necessariamente. Una di quelle città in cui nessuno ha aspettative particolari su nessuno. — Pausa. — Forse in Italia, sì. Non Napoli. Napoli è troppo rumorosa per qualcuno che deve imparare a stare in silenzio. Forse nell’entroterra. Da qualche parte dove ci siano colline e una biblioteca decente.
— E il nome?
— Il nome… — Esita. Poi, quasi sottovoce: — Forse si chiamerebbe come mio padre. Aleksandr. Alex, per gli amici. Un nome qualunque.
— Alex — ripeto. — Alex cosa farebbe, tutto il giorno, in questa città con le colline?
— Leggerebbe — dice, e nella voce c’è qualcosa che non ho sentito in tutta la mattinata. Non nostalgia — qualcosa di più strano. Il rimpianto di qualcosa che non è ancora successo. — Leggerebbe e camminerebbe. Probabilmente imparerebbe a cucinare, finalmente. — Una pausa brevissima, quasi impercettibile. — Forse avrebbe un cane.
La stanza è molto silenziosa.
— Perché non lo fa? — chiedo, e stavolta non è una mossa. È una domanda vera.
Pavel Durov si volta verso di me. Mi guarda con un’espressione che non so classificare con precisione — non è tristezza, non è ironia, non è la maschera che ha portato per tutta la mattina. È qualcosa di più vicino alla lucidità.
— Perché Alex non esiste — dice. — Esiste Pavel. E Pavel ha ancora cose da fare.
— Cose da fare per chi?
La domanda rimane nell’aria.
Lui non risponde. Ma stavolta il silenzio non è difensivo.
È il silenzio di chi non sappia più distinguere tra quello che ha scelto e quello che è diventato.
Apro il fascicolo.
— Riprendiamo dall’inizio — dico, con il tono professionale che avevo all’inizio, come se niente fosse cambiato. — Mi parli di Parigi, agosto 2024. Dal suo punto di vista.
Lui mi guarda ancora un momento.
Poi raddrizza le spalle, ricompone il viso, e ridiventa Pavel Durov.
— Certo — dice.
Fuori, sulla rue du Cherche-Midi, sta cominciando a piovere.
(continua)
Link interni consigliati:
Commentario
Pavel si focalizza sulla tensione tra la sua immagine pubblica, il rigido controllo personale e il sacrificio dell’identità privata in favore della sua “creazione”. Gli elementi chiave emersi includono:
- Il corpo come strumento di controllo: La disciplina fisica estrema di Durov non è solo una ricerca di performance, ma l’unico dominio di sovranità assoluta in un contesto di instabilità politica e finanziaria.
- Dicotomia Creatore/Creazione: Durov si identifica nell’archetipo di Pigmalione, privilegiando la perfezione della sua opera (Telegram) rispetto alla libertà della stessa o alla propria felicità personale.
- Sacrificio dell’identità privata: Esiste una chiara “grammatica del sacrificio” in cui le relazioni personali vengono eliminate per fare spazio alla “presenza” totalizzante del progetto.
- L’impossibilità dell’irrilevanza: Nonostante il desiderio latente di una vita ordinaria (personificata dall’alter ego “Alex”), Durov appare intrappolato nel ruolo che ha costruito, incapace di distinguere tra le proprie scelte e ciò che è diventato.
1. La Fisiologia del Controllo
Per Pavel Durov, il mantenimento del corpo non è una filosofia estetica, ma una necessità fisiologica legata alla performance e, soprattutto, alla sicurezza.
- Regime di vita: Durov osserva un’astinenza totale da carne, alcol e caffeina, integrata da esercizio quotidiano e sonno regolato.
- Il corpo come “Calendario”: In un mondo in cui piattaforme, conti correnti e passaporti possono essere sequestrati o congelati dalle autorità, il corpo rimane l’unica proprietà inalienabile.
- Prevedibilità del tempo: Il controllo meticoloso sul cibo è interpretato come un modo per controllare il tempo. Ridurre l’alimentazione al minimo necessario rende la vita misurabile e priva di sorprese, fornendo una struttura stabile laddove il futuro del suo impero digitale è incerto.
2. Archetipi del Potere: Narciso vs. Pigmalione
L’analisi del rapporto tra Durov e Telegram rivela una dinamica complessa tra il creatore e l’oggetto creato.
| Caratteristica | Narciso | Pigmalione (Durov) |
| Obiettivo | Innamoramento della propria immagine. | Creazione e modellazione di un ideale. |
| Natura del desiderio | Sterile e autoreferenziale. | Produttiva, mira a creare qualcosa di “reale”. |
| Conflitto chiave | Impossibilità di possedere se stessi. | Incapacità di concedere libertà alla creazione; desiderio di perfezione assoluta. |
Durov rifiuta l’identificazione con Narciso, considerandolo sterile, e preferisce Pigmalione. Tuttavia, l’analisi suggerisce che, come Pigmalione, egli non sopporti che la sua creazione (Telegram) possieda una vita propria o sia libera dalla sua visione perfezionista.
3. La Grammatica delle Relazioni
Esiste una marcata distinzione nel modo in cui Durov comunica la sua connessione con il mondo esterno, rivelando una sistematica eliminazione della sfera affettiva privata.
- Telegram (L’Io): Utilizza il pronome di prima persona singolare, indicando una fusione totale tra sé e la piattaforma.
- I figli (Il Noi): Quando parla dei figli biologici, si riferisce a un “noi” collettivo, legandoli al concetto di specie, umanità e futuro, piuttosto che a un legame paterno individuale.
- Relazioni sentimentali (L’Assenza): Le donne della sua vita spariscono dalla sua grammatica. Durov ammette che la costruzione di “qualcosa di grande” (il progetto) richiede una qualità di presenza che esclude altre presenze umane.
- Onestà biografica: Durov riconosce che l’allontanamento delle persone amate è stata una scelta deliberata per preservare lo spazio necessario allo sviluppo della sua opera.
4. L’Alter Ego “Alex”: Il Rimpianto del Futuro
Sottoposto all’ipotesi di svegliarsi improvvisamente irrilevante — senza fama, potere o il nome “Durov” — emerge una visione di una vita alternativa radicalmente diversa.
- L’identità alternativa: In questo scenario, si chiamerebbe Aleksandr (Alex), come suo padre.
- L’ambiente ideale: Vivrebbe in una piccola città dell’entroterra italiano (citando esplicitamente l’esclusione di Napoli per il troppo rumore), un luogo dove nessuno ha aspettative su di lui.
- Attività quotidiane: La vita di “Alex” sarebbe scandita dal silenzio, dalla lettura, dalle camminate nelle colline, dall’apprendimento della cucina e dalla compagnia di un cane.
- La barriera tra desiderio e realtà: Durov descrive questa visione con un sentimento definito come “il rimpianto di qualcosa che non è ancora successo”. Tuttavia, conclude che “Alex non esiste”, poiché “Pavel” ha ancora compiti da portare a termine.
L’indagine evidenzia un uomo che ha deliberatamente sacrificato la propria identità civile e i propri desideri più semplici sull’altare di una missione tecnologica e simbolica. Il silenzio finale di Durov di fronte alla domanda “Cose da fare per chi?” suggerisce una crisi latente in cui il confine tra la scelta volontaria e la metamorfosi irreversibile nel proprio ruolo pubblico è ormai svanito. Al termine della sessione, Durov ricompone la propria “maschera” professionale per affrontare i fatti di Parigi dell’agosto 2024, confermando la sua sottomissione al personaggio che ha creato.
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.