L’uomo che voleva sparire nel futuro*
Conversazione immaginaria con Pavel Durov*
Parte Prima: L’alfiere
a cura di Ennio Martignago*
I.
La prima cosa che noto, quando Pavel Durov entra nel mio studio provvisorio al sesto piano di rue du Cherche-Midi, è che non guarda le finestre.
La maggior parte delle persone, entrando in una stanza sconosciuta, cerca istintivamente la fonte di luce. È un riflesso antico, quasi animale. Lui invece guarda le pareti. Le scansiona metodicamente, da sinistra a destra, come chi stia cercando qualcosa di specifico — o verificando l’assenza di qualcosa di specifico. Telecamere, probabilmente. O forse è semplicemente abituato a entrare in stanze in cui qualcuno lo sta aspettando con intenzioni non del tutto dichiarate.
Ha sette minuti di ritardo. Non si scusa.
Porto il tè — un Darjeeling, ho chiesto in anticipo ai suoi collaboratori — e mi siedo dall’altra parte del tavolo con il mio taccuino di carta, che è una scelta deliberata esattamente come lo è la lunghezza della gonna e il fatto che non abbia ancora aperto il fascicolo con il suo nome sopra. Lui osserva il taccuino con un’espressione che su chiunque altro chiamerei diffidenza, ma su di lui sembra qualcosa di più sottile. Curiosità clinica, forse. Come chi guarda un reperto archeologico.
— Carta — dice, non come domanda.
— Carta — confermo. — Non si può barare.
Per la prima volta da quando è entrato, sorride. È un sorriso breve, controllato, che non raggiunge gli occhi ma ci va vicino. Incasso il punto senza mostrarlo.
Comincio da lontano, come sempre con i clienti che si credono più intelligenti di me — il che, tecnicamente, in questo caso potrebbe anche essere vero, ma è un dettaglio che non ho intenzione di concedergli troppo presto.
II.
— Le faccio una domanda stupida per cominciare — dico, versando il tè senza chiedergli il permesso. — Se dovesse vivere in una città italiana — non lavorare, non transitare — vivere — quale sceglierebbe?
Lui guarda la tazza che ho messo davanti a lui come se valutasse se fidarsi anche del tè.
— Napoli — risponde, dopo una pausa che dura esattamente quanto serve per far sembrare la risposta ponderata invece di immediata. — È l’unica città europea in cui il caos non è un difetto del sistema. È il sistema. C’è una certa onestà in questo.
— Onestà — ripeto, e scrivo qualcosa sul taccuino. Non gli mostro cosa. — È una parola che usa spesso.
— È una parola che gli altri usano raramente nel senso corretto.
Bene, penso. Siamo già alle generalizzazioni sul resto dell’umanità. Siamo in anticipo sui tempi.
Gli lascio un momento di silenzio — uno di quei silenzi che i miei colleghi penalisti usano come ariete, ma io preferisco usare come invito. Lui non lo riempie, il che mi dice che è abituato ai silenzi come tecnica. Lo sa già. Dovrò trovare altri strumenti.
— Sa che condivide il segno zodiacale con Vladimir Putin? — chiedo, con il tono di chi stia facendo conversazione al bordo di una piscina.
Il microsecondo di immobilità è impercettibile. Ma io sono pagata per percepire i microsecondi.
— Lo so — dice.
— Bilancia. Il segno dell’equilibrio. Della giustizia. — Pausa. — Anche di Berlusconi, curiosamente.
— E di Kamala Harris — risponde lui, con una prontezza che tradisce quante volte ha già affrontato questa osservazione. — Immagino stia aspettando che le dica qualcosa di significativo.
— Stavo aspettando che decidesse lei cosa è significativo.
— L’astrologia è un sistema di proiezione collettiva. Dice più cose su chi la pratica che sui suoi soggetti.
— Concordo completamente — dico, e questa volta non scrivo niente, il che lo infastidisce più di qualsiasi replica. — Però trovo interessante che Putin sia un Bilancia che ha costruito un regime sull’asimmetria totale dell’informazione, e lei sia un Bilancia che ha costruito una piattaforma sull’idea — almeno dichiarata — della simmetria dell’informazione. Quasi un rovesciamento speculare.
— Non siamo comparabili.
— Assolutamente no. — Sorrido. — Per questo lo trovo interessante.
Primo punto di attrito. Incassato.
Gli lascio un momento, poi cambio registro completamente — è il momento di allentare, di farlo sentire al sicuro abbastanza da scivolare qualche centimetro più avanti.
— Mi perdoni il salto — dico, con una cadenza leggermente più morbida, quasi confidenziale. — Ma leggendo i suoi scritti pubblici ho avuto una sensazione strana. Lei parla dell’infanzia con una precisione quasi fotografica — Leningrado, il padre classicista, i libri, la sensazione di non appartenere. E parla del futuro come di un progetto tecnico da completare. Ma del presente non parla quasi mai. È come se il presente non fosse un posto in cui si ferma volentieri.
Lui mi guarda in modo diverso rispetto a prima. Non con diffidenza — con attenzione.
— È un’osservazione acuta — dice, e in questo momento è sincero, il che è più pericoloso della sua versione blindata.
— Ho quarantatré anni e un padre che non ha mai smesso di fare l’avvocato nemmeno quando avrebbe dovuto. — Gli sorrido, questa volta con qualcosa di meno professionale. — Riconosco le persone che usano il lavoro come forma di assenza.
Un silenzio diverso dagli altri.
— Ha quasi quarant’anni — riprendo, piano. — Come li immagina?
— Come un numero.
— I numeri la rassicurano.
— I numeri non mentono.
— Pavel. — È la prima volta che uso il nome, ed è calcolata. — I numeri mentono continuamente. Sono solo le bugie più difficili da smontare.
Lui sorride di nuovo, e questa volta lo sorriso raggiunge gli occhi. Questo mi preoccupa leggermente, perché significa che sta cominciando a piacergli la conversazione, e le persone a cui piace la conversazione abbassano la guardia in un modo molto specifico — non smettono di difendersi, ma cominciano a scegliere cosa difendere, e nel farlo mostrano necessariamente il perimetro di ciò che proteggono.
— La vecchiaia — dico, quasi sottovoce, come chi stia chiedendo qualcosa di intimo. — Come la immagina?
— È un problema ingegneristico non ancora risolto.
— Certo. (rido, brevemente, con calore calcolato al millimetro) Ma se il problema non fosse risolto entro i suoi settant’anni — dove sarebbe? Con chi?
Il silenzio questa volta è diverso da tutti gli altri. Non è difensivo. È genuino.
— Non me lo sono mai chiesto — dice, infine.
— Lo so. — Mi sporgo leggermente in avanti, quanto basta. — È per questo che glielo chiedo io.
III.
Devo fermarmi un momento — il lettore me lo perdonerà — per descrivere cosa succede in questo preciso istante nell’ufficio al sesto piano di rue du Cherche-Midi.
Pavel Durov, fondatore di Telegram, uomo che ha costruito la propria immagine pubblica sull’impenetrabilità, si alza dalla sedia con una fluidità che sembra quasi pianificata e dice che deve scusarsi un momento — il bagno, indica vagamente con un gesto verso il corridoio.
Resto sola con il taccuino.
Scrivo tre parole: non l’ha pensato.
Non intendo dire che non abbia pensato alla risposta. Intendo dire che non ha pensato alla vecchiaia. Che quella zona del futuro, per un uomo che ha costruito un impero sulla proiezione in avanti, esiste come astrazione ingegneristica ma non come esperienza immaginata. Non c’è nessuna scena, nessun interno, nessun volto.
Questo mi dice qualcosa di più interessante di qualsiasi cosa avrebbe potuto dirmi.
Torna dopo quattro minuti — li ho contati — e si siede con quell’aria leggermente diversa di chi abbia usato il tempo per ricomporsi. Lo riconosco. L’ho visto in molti imputati. Non è paura. È ricalibrazione.
— Dove eravamo? — chiede, con un sorriso che vuole sembrare disinvolto.
— Stavamo parlando di lei — dico. — Di quanto è straordinario, in fondo, quello che ha costruito. (pausa) Non solo Telegram. L’idea di sé.
Lui inclina leggermente la testa. Il complimento lo ha raggiunto, e lui lo sa, e sa che io so che lo ha raggiunto, e in questo piccolo abisso di consapevolezza reciproca si apre qualcosa.
— Ho letto — continuo, con tono quasi ammirato, quasi innocente — della sua scelta di donare materiale genetico a decine di cliniche nel mondo. L’ha presentata come una scelta filosofica, quasi filantropia evolutiva. Trovo che ci voglia una certa grandezza per pensare in questi termini.
— È una questione di responsabilità verso la specie — dice, e sento nel tono la versione da comunicato stampa, quella blindata, quella che ha già usato altre volte.
— Certo — dico. — Gengis Khan la pensava esattamente allo stesso modo.
Il silenzio che segue non dura più di tre secondi.
Ma in quei tre secondi, per la prima volta da quando Pavel Durov è entrato nel mio studio, sul suo viso passa qualcosa che non aveva programmato di mostrarmi.
(continua)
Disclaimer
*Nota dell’autore: Quella che segue è un’intervista interamente immaginaria. Pavel Durov non ha rilasciato queste dichiarazioni né ha incontrato l’avvocatessa qui descritta. Tutto ciò che dice — e tutto ciò che non dice — è inventato. Ciononostante, ci siamo impegnati affinché suoni verosimile. Il lettore giudicherà.
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