Capitolo 15 di Passeggiate con Thay
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estratto
Fine ottobre, un muretto a secco ai confini della terra della comunità. Una lumaca sul sentiero, salvata prima ancora di decidere di salvarla. More tardive divise anche quando non ce n’è bisogno. Una parola — «capra» — che pesa come una pietra fredda e resta appiccicata per anni. In questo capitolo i Cinque Addestramenti alla Consapevolezza di Thich Nhat Hanh non vengono spiegati: accadono, uno alla volta, lungo un muro che a un certo punto smette di essere un confine. La pratica tattile: cinque pietre bianche e le Due Promesse per bambini, scelte — non recitate — da ciascuno per sé.
Il muretto a secco comincia dove il pero selvatico smette di essere solo un albero e diventa un confine.
Ci arrivammo che il sole era ancora basso, in quella luce di fine ottobre che non scalda ma illumina con una precisione quasi chirurgica — ogni pietra aveva il suo bordo netto, ogni crepa la sua ombra sottile, come se il mondo, prima di ritirarsi nella nebbia dell’inverno, volesse mostrarsi per intero un’ultima volta. L’aria sapeva di terra bagnata e di castagne marcite, quel dolce-amaro che solo l’autunno sa produrre, mescolato al legno umido delle foglie che si stavano lentamente trasformando in qualcos’altro sotto i nostri piedi.
Il muretto correva per un centinaio di metri, basso, irregolare, costruito — mi avevano detto una volta — da qualcuno che non c’era più da tre generazioni, pietra su pietra senza malta, tenuto insieme solo dal peso e dall’incastro giusto. Segnava il confine tra la terra della comunità e il campo abbandonato oltre, quello che nessuno più arava e che l’inverno stava già reclamando per sé: rovi e ginestre avanzavano ogni anno di qualche metro, mangiandosi lentamente i solchi di un’aratura che nessuno ricordava più.

«Perché c’è un muro se tanto nessuno controlla che lo rispettiamo?» chiese Giacomo, che aveva già le tasche gonfie di ricci di castagna e le dita macchiate del loro succo scuro.
Bella domanda, dissi. E gliela restituii: perché pensi che qualcuno costruisca un confine, se poi nessuno resta lì a sorvegliarlo?
Non rispose subito. Camminava con le mani sulle pietre, facendole scorrere sotto il palmo come si fa col pelo di un animale che si conosce bene. Fu Sofia, dietro di lui, a rispondere per prima, quasi sottovoce: «Forse perché una volta che l’hai costruito, non ti serve più nessuno a controllarlo. Sai già dov’è, e basta.»
Non dissi niente. Ma presi mentalmente quella frase e la misi da parte, perché sapevo che l’avrei usata di lì a poco, anche se lei non poteva ancora saperlo.
Camminavamo lungo il muro verso ovest, con Tommaso in testa al gruppo — tornato, dopo i giorni di febbre, con addosso quella specie di fame di mondo che hanno i bambini quando si sono persi qualcosa e vogliono recuperarlo tutto in una volta. Correva avanti, tornava indietro, ripartiva. Amina lo seguiva con lo sguardo più che con le gambe, divertita e un po’ stanca di quell’energia.
Fu lei a vederlo per prima. «Fermo!» disse, e la voce ebbe quel tono acuto e improvviso che ferma anche chi non capisce ancora il motivo.
Tommaso si bloccò a un centimetro da una lumaca che attraversava il sentiero — una di quelle enormi, color terracotta, che a fine ottobre escono nelle ultime giornate umide prima di sparire per l’inverno. Il piede di Tommaso era sospeso a mezz’aria, il peso già spostato in avanti, il corpo che aveva iniziato il gesto prima che il cervello potesse fermarlo.
«Non l’ho vista» disse, con quel tono di chi si sta ancora chiedendo cosa sia appena successo.
«Lo so» disse Amina. «Per questo ho urlato io.»
Ci mettemmo tutti in cerchio intorno alla lumaca, che nell’attenzione improvvisa di sei bambini aveva ritirato le antenne e si era fermata, come se anche lei avesse capito di essere osservata. Luca si accovacciò per primo. Da qualche capitolo a questa parte avevo notato che era spesso lui il primo a chinarsi verso le cose piccole — le mani, quelle stesse mani che un tempo restavano sempre in tasca, adesso sembravano cercare i dettagli del mondo con una curiosità che prima non gli conoscevo.
La prese con delicatezza, il guscio tra pollice e indice, e la spostò di qualche passo, oltre il bordo del sentiero, tra l’erba alta ai piedi del muro.
«Perché l’hai spostata?» chiese Giacomo. «Tanto se ne va da sola.»
«Sì» disse Luca. «Ma più lenta di noi.»
Fu una frase semplicissima, detta senza pensarci, ma restò sospesa nell’aria più a lungo delle altre.
Mi sedetti su una pietra piatta del muro e lasciai che il silenzio facesse il suo lavoro per qualche istante. Poi dissi: avete notato una cosa? Nessuno di voi ha deciso di proteggere quella lumaca. È successo e basta. Amina ha urlato prima ancora di sapere perché. Luca l’ha spostata senza chiedersi se ne valesse la pena. Cos’è, secondo voi, quella cosa che ha agito prima di voi?
Martina, che fino a quel momento aveva raccolto foglie senza dire una parola, alzò la testa. «È come quando vedi qualcuno cadere e allunghi la mano prima ancora di pensarci.»
Esattamente, dissi. C’è una parte di voi che riconosce la vita anche quando è piccola, anche quando è lenta, anche quando è solo una lumaca su un sentiero di campagna. Non gliel’ha insegnato nessuno. L’avete solo lasciata parlare.
Non usai la parola riverenza. Non l’avrebbero capita, o forse l’avrebbero capita fin troppo bene e l’avrebbero trasformata in una regola, in qualcosa da rispettare per obbligo invece che in qualcosa che già abitava in loro. Preferii lasciarla lì, senza nome, come un animale che non va disturbato mentre attraversa.

Il campo abbandonato, oltre il muro, aveva ancora qualche rovo carico di more tardive — piccole, dure, le ultime della stagione, quelle che il primo gelo avrebbe reso immangiabili nel giro di pochi giorni. Ne raccogliemmo un pugno a testa, le dita che si macchiavano di viola scuro, le spine che pungevano appena, un fastidio piccolo e quasi piacevole, il prezzo minimo che la terra chiede per i suoi regali di fine stagione.
Fu Martina, questa volta, a fare qualcosa che nessuno le aveva chiesto: divise le sue more — non tante, otto o nove al massimo — in parti quasi uguali, e ne diede a chi ne aveva raccolte meno. A Sofia, che si era distratta a guardare un airone nel cielo e aveva le mani vuote. A Giacomo, che le aveva già mangiate tutte prima ancora di arrivare al muro.
«Perché gliele dai?» chiesi, non a lei ma al gruppo, in generale. «Adesso ne ha meno lei.»
Fu Sofia a rispondere, con la bocca ancora viola. «Ma sembra più contenta adesso di prima, quando le aveva tutte.»
Restammo un momento su quella frase, che i bambini a volte dicono per caso cose che gli adulti impiegano decenni a imparare, e altre volte a non imparare mai.
Chiesi: e voi, siete mai stati più felici a dare qualcosa che a riceverla?
Il silenzio, quella volta, fu diverso — non vuoto, ma pieno di bambini che stavano davvero cercando dentro di sé una risposta onesta, non quella che pensavano mi aspettassi.
«Il mio compleanno» disse alla fine Amina. «Quando ho regalato il disegno a mia nonna. Mi sono divertita di più a farlo che a scartare i miei regali dopo.»
Non aggiunsi altro. Certe verità, dette da un bambino di nove anni con le mani ancora sporche di more, non hanno bisogno del commento di un adulto per restare.
Fu proprio Giacomo, qualche minuto dopo, a rompere quell’equilibrio fragile che si era creato — e lo fece nel modo in cui i bambini rompono sempre le cose migliori: senza cattiveria, solo senza pensarci.
Sofia inciampò in una radice sporgente vicino al muro e cadde in avanti, non facendosi male ma finendo con le ginocchia nel fango di una pozzanghera. Giacomo scoppiò a ridere — una risata vera, non crudele nelle intenzioni, ma acuta e improvvisa — e disse: «Sei proprio una capra, non guardi mai dove metti i piedi.»

Sofia si rialzò senza dire niente, ma qualcosa nel suo viso si era chiuso, come una finestra tirata giù di scatto. Continuò a camminare, un po’ più indietro degli altri, le mani strette intorno alle maniche del maglione.
Non intervenni subito. Lasciai che il gruppo continuasse a camminare per un paio di minuti, poi mi fermai vicino a un tratto di muro particolarmente alto e chiesi a tutti di posare una mano sulla pietra più fredda che riuscivano a trovare.
«Sentite quanto è fredda?» dissi. «Adesso pensate a una parola che vi è stata detta, una volta, che vi ha fatto lo stesso effetto. Fredda, improvvisa, che vi ha fatto chiudere qualcosa dentro.»
Guardai Sofia, non direttamente, ma abbastanza perché capisse che la domanda era anche per lei.
Fu lei a parlare, sorprendentemente, prima ancora che io continuassi. «Capra» disse, piano. «Me l’ha detto anche mio fratello, l’anno scorso. Da allora quando qualcuno ride mentre cado, penso subito a quella parola.»
Giacomo, che era rimasto in disparte con le mani in tasca — un gesto che, notai, gli altri stavano lentamente lasciando andare mentre lui sembrava averlo appena raccolto — abbassò lo sguardo.
Non gli chiesi di scusarsi. Non è mai stato quello il punto delle nostre passeggiate. Chiesi invece: le parole hanno un peso, secondo voi? Come le pietre?
«Alcune di più» disse Martina. «Alcune restano appiccicate per anni.»
Esatto, dissi. C’è un modo di parlare che è come lasciar cadere un sasso, e un modo che è come posarlo con cura, anche quando quello che dici è vero, anche quando è una critica giusta. Il sasso può essere lo stesso. È come lo poggi che fa la differenza.
Giacomo si avvicinò a Sofia, senza che nessuno glielo chiedesse, e le disse qualcosa che non sentii — troppo piano, troppo suo per essere condiviso con il resto del gruppo. Ma vidi Sofia annuire, e le sue mani, lentamente, lasciarono andare le maniche del maglione.
Proseguimmo fino a un punto dove il muro si interrompeva quasi del tutto, crollato in un mucchio di pietre coperte di muschio, come se qualcosa — il tempo, una frana, una talpa troppo ambiziosa — avesse deciso che quel tratto di confine non serviva più. Ci sedemmo lì, sulle pietre cadute, con il campo abbandonato da un lato e la terra della comunità dall’altro, il confine ormai solo un’idea, non più un ostacolo.
Tirai fuori dallo zaino un sacchetto di stoffa e lo aprii davanti a loro. Dentro c’erano cinque piccole pietre bianche, levigate, ciascuna delle dimensioni di una noce.
«Non sono per un gioco» dissi, prima che qualcuno potesse chiederlo. «Sono per una promessa. Ma non una promessa che vi faccio fare io. Una che scegliete voi, oggi, per voi stessi.»
Spiegai, senza usare la parola addestramento, che c’era stato un maestro — lo stesso di cui a volte raccontavo, quello delle mele e del respiro e della campana — che aveva insegnato ai bambini piccoli non cinque promesse complicate, ma solo due, semplici abbastanza da stare in una mano.
La prima: mi impegno a capire di più, per vivere in pace con le persone, con gli animali, con le piante, con le pietre e con la terra.
La seconda: mi impegno a sentire di più quello che sentono gli altri, per proteggere la vita — quella delle persone, quella degli animali, quella delle piante, quella di tutto ciò che vive intorno a noi.
«Sono quasi la stessa cosa» disse Tommaso, aggrottando la fronte.

Non proprio, dissi. La prima è la testa. Capire perché una lumaca ha diritto di attraversare un sentiero anche se è lenta, perché una parola pesa, perché condividere le more le rende più buone e non meno. La seconda è il cuore — è quello che fa muovere la mano di Luca verso il guscio prima ancora che la testa abbia finito di ragionare.
Distribuii le cinque pietre bianche, tenendone una io. Sei promesse dette da sei bambini più una da me sarebbero state troppe da ricordare, dissi loro, così avremmo scelto insieme quali cinque valeva la pena portare a casa quella sera, ciascuno nella tasca, non come regola ma come promemoria — qualcosa da toccare, nei giorni in cui la testa o il cuore avessero avuto bisogno di un piccolo richiamo.
Non chiesi a ciascuno di recitare qualcosa di scritto. Chiesi solo, a chi voleva, di dire ad alta voce — o anche solo dentro di sé, stringendo la pietra — quale delle due promesse sentiva più sua, in quel momento, in quel giorno di fine ottobre.
Amina scelse la seconda, e disse solo: «per la lumaca».
Sofia scelse la prima, e non disse niente, ma guardò Giacomo mentre lo diceva.
Luca strinse la pietra a lungo prima di parlare, e quando lo fece disse una cosa che non mi aspettavo: «Voglio ricordarmi che le cose piccole vanno più piano di me. Non solo le lumache.»
Non chiesi cosa intendesse. Alcune promesse hanno bisogno di restare un po’ vaghe per essere vere.

Quando ripartimmo verso casa, il sole era ormai più alto, meno chirurgico, più caldo sulla schiena. Il muretto ci accompagnò per un altro tratto, poi svoltò e si perse tra gli alberi, tornando confine per qualcun altro, in qualche altro campo che noi non avremmo mai visto.
Camminando, mi accorsi che nessuno aveva chiesto di ributtare le pietre bianche, né di scambiarsele, né di trasformarle in un gioco. Le tenevano semplicemente strette, ognuno nel proprio modo — Tommaso se la rigirava tra le dita senza sosta, Martina l’aveva già infilata in tasca e sembrava essersene dimenticata, anche se ogni tanto la sua mano tornava a controllare che ci fosse ancora.
Non chiesi a nessuno di ripetermi le promesse. Non serviva. Le promesse fatte davanti a un muro crollato, con le mani ancora macchiate di more, non sono fatte per essere ripetute a memoria. Sono fatte per essere dimenticate, quasi, e poi ricordate di colpo — nel momento esatto in cui una mano si sposta verso qualcosa di piccolo e lento, prima ancora che la testa capisca perché.
Ho costruito un muro dentro di me,
pietra su pietra, senza malta,
tenuto insieme solo dal peso giusto.
Non per tenere fuori qualcuno —
per sapere, finalmente, dove sono io.
Una lumaca lo attraversa lenta.
Non la fermo. Cammino con lei.
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